Una via della seta statunitense, Trump ne approfitterà?

Umori isterici regnano sovrani all’alba dell’era Trump, con il presidente bollato come un Mao americano o addirittura come un Hitler americano. Viene usato tutto lo spettro ideologico a disposizione, via. Non facciamo attenzione a questa «carneficina mediatica statunitense». Esaminiamo piuttosto alcuni fatti riguardanti il G2 non ufficiale per eccellenza, vale a dire le relazioni tra Cina e Stati Uniti.

Possiamo riconoscere tranquillamente che Pechino ha già sferrato una triplice sequenza di pugni, prevenendo la possibilità di una guerra commerciale avviata dagli USA. Il tutto è cominciato con l’ormai nota visita di Jack Ma alla Trump Power, dove ha proposto l’idea di aiutare le piccole imprese statunitensi a vendere i propri prodotti in Cina e in tutta l’Asia attraverso la rete di Alibaba, creando così «un milione di posti di lavoro» (stime di Ma) negli USA. E’ seguita poi la magistrale prestazione del presidente Xi Jinping a Davos, dove ha assunto il ruolo di un Ronald Xi Reagan dedito a vendere una globalizzazione «universalmente accessibile» ai sostenitori del turbo-capitalismo internazionale. La sequenza dei colpi si è conclusa ancora con Ma e ancora a Davos, dove l’imprenditore cinese ha formulato un’interpretazione cristallina ed assolutamente coerente sulla globalizzazione e la grave crisi economica statunitense.

Ma ha detto: «Negli ultimi 30 anni aziende come IBM, Cisco e Microsoft hanno fatto montagne di soldi». Il problema è come però gli USA hanno speso queste somme: «Negli ultimi 30 anni, gli USA hanno avuto 13 guerre ad un costo di 14,2 trilioni di dollari». E «se gli USA avessero semplicemente impiegato parte di quel denaro per ricostruire le proprie infrastrutture, aiutando impiegati ed operai? Investire denaro per la vostra gente dovrebbe essere un vostro obbligo. Non sono gli altri paesi a rubarvi posti di lavoro. E’ la vostra strategia che ha fatto in modo che voi non distribuiste i soldi in modo corretto».

Nel frattempo, qualcosa di veramente straordinario è accaduto all’Asia Financial Forum di Hong Kong, un giorno prima del discorso di Xi a Davos. Ding Xuedong, presidente della China Investment Corporation (CIC), riferendosi al piano di ricostruzione infrastrutturale di un trilione di dollari tanto decantato da Trump, ha detto di aver creato opportunità favolose di investimento per la Cina e il suo fondo sovrano di 800 bilioni di dollari. Secondo Ding, Washington avrà bisogno della somma incredibile di 8 trilioni di dollari per finanziare un’infrastruttura realmente degna di questo nome. Il governo federale e gli investitori privati statunitensi non bastano: «Devono contare su investitori stranieri». E la CIC è già pronta, concentrandosi su «investimenti alternativi negli USA».

Anche se supponiamo che l’amministrazione Trump accetti gli investimenti della CIC -e questo è un grande “se”-, l’inizio sarà comunque lento. Solo 80 miliardi di dollari di investimenti esteri CIC sono attualmente preservati nel debito governativo USA. Una seria controversia di sicurezza nazionale/antitrust sarà inevitabile. E tuttavia, in caso di successo, la mossa potrebbe essere una soluzione vincente verso una Via della Seta statunitense. E’ ora di ottimizzare il processo di produzione e distribuzione. Ora diamo un’occhiata alle opzioni. La risoluzione della campagna di Trump di dichiarare la Cina un paese manipolatore di valuta e di imporre un dazio del 45% sulle importazioni cinesi è, in teoria, ancora valida.

Peter Navarro, autore de «La morte proviene dalla Cina» e «La tigre in agguato: cosa significa per il mondo il militarismo cinese», dirigerà il nuovo Consiglio per il Commercio Nazionale alla Casa Bianca, concentrandosi sulla “politica sleale dei finanziamenti cinesi». Allo stesso tempo, innumerevoli rapporti stanno approfondendo gli scenari di guerra commerciale tra USA e Cina. E non sembrano suggerire che sia così facile rendere gli USA di nuovo grandi.

Per cominciare, Pechino non sta manipolando lo yuan. Al contrario, la Banca Popolare di Cina vuole un tasso di cambio stabile, che si traduce in commercio stabile. In caso di una maggiore frattura, Pechino non sarebbe incline a liberarsi in massa delle obbligazioni del Tesoro statunitense; non è una mossa esattamente vincente per le riserve cinesi. Gli USA hanno molti più investimenti diretti in Cina che viceversa, quindi è facile capire chi alla fine sarà il perdente. Allo stesso tempo, le aziende cinesi potrebbero trarre profitto da maggiori agevolazioni fiscali ed investire per migliorare le proprie linee di produzione.

Più dettagliatamente: gli enormi risparmi cinesi ottenuti finanzieranno il passo successivo per gli investimenti industriali, soprattutto tenendo conto del fatto che sette milioni di laureati (cinesi) entrano di forza nel mercato ogni anno. E questa sì, è una mossa vincente. Ogni proiezione conduce agli stessi risultati: una depressione dei consumi negli USA, meno crescita economica e più disoccupazione, in particolare nell’asse costituito dalla «cintura di ruggine» (la fascia di giacimenti minerari al centro-ovest e nord-est degli USA -n.d.t.) e il «cesto dei miserabili» (espressione della signora Clinton per indicare i sostenitori di Trump -n.d.t.).

E qui c’è un vero film dell’orrore per grandi aziende statunitensi come Apple, il cui processo di produzione e distribuzione, eccezionalmente complesso, richiede anni per essere ottimizzato. Da parte sua, la Boeing spera nella vendita dei propri aerei in Cina per 150.000 posti di lavoro statunitensi e sta già pianificando un nuovo impianto di assemblaggio gigante esclusivamente per le commissioni cinesi.

L’amministrazione Trump rigetterà senz’altro senza tanti ripensamenti il «tentacolo» commerciale dell’amministrazione Obama nel pivot asiatico, il TTP. Nessuno in Asia si sta affliggendo più di tanto; allo stesso tempo, nessuno sa se la squadra di Trump possa essere interessata, più tardi nel cammino, a discutere una zona di libero scambio nella regione del Pacifico asiatico.

L’unica cosa certa è che, in assenza di una guerra commerciale, la nuova strategia statunitense è perfetta per Pechino, poiché la Cina potrà accelerare l’espansione delle sue nuove Vie della Seta/One Belt e incrementare il Progetto One Road soprattutto attraverso la sezione del sud-est asiatico, quasi come in linee ferroviarie ad alta velocità che collegano la provincia di Yunnan a Singapore tramite il Laos, la Thailandia e la Malesia.

A Davos, Jin Liqun, presidente dell’Asia Infrastructure Investment Bank (AIIB), guidata dalla Cina, ha ventilato quasi per scherzo la possibilità, anche per gli USA, di partecipare a questo processo. Quindi, non c’è più niente da fare: immaginate un «Mao statunitense» che si unisca all’AIIB per prendere parte ad un progetto commerciale eurasiatico e che allo stesso tempo accetti gli investimenti della CIC per costruire una Via della Seta americana. Una cosa simile potrebbe essere considerata un’ «alternativa»?

(di Pepe Escobar per Asia Times, traduzione di Claudio Napoli)