Trump versus Obama: tutte le idiozie dei media

Oggi abbiamo deciso di raccontare una bella storia, ambientata in quel mondo fantastico che è il giornalismo italiano d’ispirazione liberal. Una storia fatta di stile, amore, qualche pellicola uscita nei cinema nostrani a novembre, cambiando un po’ tema dalle ere dei gessetti e di Imagine che ormai sono soltanto il simbolo sbiadito di un “bel tempo” che fu.

Questa storia nasce e si sviluppa dopo l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, e riguarda tutti noi. La nostra umanità, il nostro stile, i nostri approcci alla vita stessa. In realtà, essa nascerebbe da quando il tycoon è stato eletto, quindi dal 9 novembre 2016, ma non vogliamo raccontare tutto. È sufficiente sintetizzarlo con una diapositiva:

Non credo servano ulteriori commenti: il romanticismo parla da solo, come del resto fa anche il trailer della meravigliosa storia d’amore che vi si trova sullo sfondo, raccontata da un capolavoro cinematografico lanciato nelle sale americane addirittura ad agosto, che narra leggiadro come il bombarolo più pacifico della storia dell’umanità abbia incontrato la sua anima gemella.

Ma andiamo avanti, ormai siamo giunti all’epilogo, il terribile giorno, quello in cui l’Hitler a stelle e strisce si insedia al governo della più grande democrazia del mondo, l’alba di un’era che “il razzismo e il sessismo stravincono” di fronte a chi promette prestazioni sessuali in cambio della vittoria di Hillary, la nuova frontiera del nazifascismo xenofobo si palesa in tutto il suo dramma.

Si potrebbe pensare che i media italiani, dopo quasi tre mesi, abbiano digerito l’idea. Potrebbe essere anche così, fatto sta che il livello delle “inchieste” raggiunge nuovi apici di intelligenza, e, non vorremmo mai dimenticarle, buon gusto & amore.

Quando si parla di stile, l’Huffington Post è sempre in prima linea. Dopo averci deliziato per anni con sperticate lodi alla sobrietà elegante di Michelle Obama e alla sua altrettanto sobria passione per l’ortolaneria, non riesce però a dire molto sulla presunta cafonaggine della sua sostituta, quella Melania Trump di cui ormai si sanno morte e miracoli almeno quanto quelli del marito.

Probabilmente la nostra “Melany” era vestita troppo bene, e forse ai sedicenti sacerdoti del bell’abito sarà parso un tantinello eccessivo mettere in dubbio questo dato evidente, ed ecco che a quel punto non resta che puntare sullo scontro tra Donald e Barack, ben fotografato così:

Come si può leggere, l’occhio clinico dei brillanti analisti rileva la noncuranza di Trump verso la giovane moglie, al contrario del distruttore di Medio Oriente e Nord Africa, tanto attento ad accompagnare la moglie fuori dall’automobile quanto a sganciare bombe in tutto il mondo. Ma quando c’è classe, c’è classe. Grazie, Post.

Ma la questione non finisce qui. Quando il giornalismo è d’assalto non si ferma davanti a nulla, ed ecco che Repubblica, dopo i fiori, le lacrimucce e la passione sulla coppia presidenziale più bella del mondo, decide di venire in soccorso della bistrattata Melania e, soprattutto, all’universo social più sensibile che mai.


Avete capito bene, l’ “inchiesta” è andata talmente in fondo da scoprire la radice di tutti i mali: Melania è prigioniera, bisogna salvarla. La tristezza della donna che accompagna il neo-presidente è insomma qualcosa su cui non solo costruire notizie, ma addirittura rilevare un disagio sociale che Millennials e amici esprimono su twitter. Sì, #FreeMelania. , di cui vi mostriamo un primo piano:


Noi bravi scolari ubbidienti non possiamo che recepire tutto ciò con letizia e gioia: le stesse che esprimono i sorrisi di Barack e Michelle, quelli dei film d’amore, dei confetti e di una musica dolce cantata – immaginiamo – da Whitney Houston in sottofondo. I buoni vecchi romanzi Harmony di una volta.

Sarebbe il caso, quindi, di smetterla di interessarsi di futilità tipo la pace nel mondo, la povertà, la stabilità in Medio Oriente e cominciare a pensare a come salvare questa povera donna dall’inferno di sessismo e noncuranza in cui è caduta.

Repubblica e Huffington ringraziano per l’attenzione.

(di Stelio Fergola)