Martin Heidegger e il problema dell’essere

La storia del pensiero di Martin Heidegger, è la storia di un grande pensiero. Grande anche nella contraddittorietà e nei suoi ondeggiamenti, che sono copiosi e acclarati. Per Heidegger, il linguaggio non è un’attività che l’uomo “pratica”. Lontano quindi, Heidegger, dal pragmatismo di Von Humboldt. Altrettanto lontano da Aristotele, e dalla filosofia del linguaggio come apofansi. Già ne “Il linguaggio”, del 1950, Heidegger sostiene una teoria del linguaggio, appunto, come passività.

Noi non “parliamo”, ma il linguaggio “parla” in noi. Allo stesso modo che l’Essere, il linguaggio non “è”, ma si “dà”. Si offre, sfuggendo tuttavia a ogni forma di oggettivazione (L’essenza del linguaggio, 1959). Ma Heidegger, ondeggia e permane nell’incoerenza riguardo a ciò che dice. Una delle più lampanti contraddizioni in Heidegger (una fra tante) la si può rilevare nell’intento dichiarato che sta al fondo di un suo scritto fondamentale: Kant und das problem der metaphysic. Opera importantissima, perché in essa il filosofo di Meßkirch, intende fondare la necessità del problema dell’essere.

Dunque, del problema ontologico, vero architrave della ricerca heideggeriana, e fondamento del suo atteggiamento critico (ma non aspramente e irresolubilmente confutatorio) nei confronti della metafisica. Si tratt, di porre all’attenzione la discrasia presente nel discorso di Heidegger, circa l’interpretazione messa a tema dal filosofo, interna alla sua “rielaborazione” del testo kantiano, con particolare riferimento alla Critica della ragion pura. Rielaborazione che Heidegger ritiene necessaria, affinché l’importanza del testo kantiano emerga nella sua evidenza.

Come ricorda Severino in Heidegger e la metafisica (Il problema della fondazione della metafisica – “Alcune questioni interpretative, pag 43. Adelphi), nel paragrafo 35 del terzo capitolo di “Kant und das problem der methaphysik” (pag.192-193), “Heidegger afferma che “per strappare a ciò che dicono le parole, ciò che queste <vogliono> dire, ogni interpretazione deve usare <violenza>”. In sostanza, Heidegger vuol fare emergere quello che Kant avrebbe voluto dire in realtà, ma che non ha detto. A questo punto rimane da chiedersi: ma che fine fanno, in queste parole di Heidegger, tutte le belle affermazioni circa la “passività del linguaggio”?

Se il linguaggio non è un’ ”attività” apofantica…costruttivistica dell’uomo, cosa intende Heidegger quando afferma la necessità di fare “violenza” per estrapolare il significato riposto dello scritto? Fare violenza, significa “agire” sul linguaggio, e quindi attribuire a quel linguaggio una valenza relativa, che non si mostra (verborgenhiet).

Per lo stesso Heidegger, quindi, il linguaggio verrebbe ad essere un qualcosa che non si “dona” spontaneamente all’individuo (che spontaneamente ne manifesterebbe il parlare), ma manterrebbe in se – contraddittoriamente -, una dimensione che non appare fenomenologicamente e che va estrapolata. Una palese contraddizione! Il discorso di Heidegger in questo caso, contraddice dunque, e in modo assoluto, la “spontaneità” messa a tema da Heidegger stesso. Inoltre: visto che Heidegger nega un valore veritativo incontrovertibile e necessario in senso epistemico al linguaggio, che senso attribuisce Heidegger a quel “nocciolo” che starebbe sotto la scorza del linguaggio di Kant?

Se la filosofia heideggeriana non permette fondamenti epistemico/veritativi, il progetto di una fondazione della “metafisica specialis” (cosmologia, psicologia, teologia), lascia tuttavia intendere che – contrariamente al significato stesso della sua filosofia – Heidegger ritiene quella metafisica possibile, malgrado la dichiarata contingenza del “Dasein”. Anche in questo caso, l’ondeggiamento è vistoso e ineludibile.

(di Giulio Zucchelli)