Non chiamateli kamikaze!

Il termine Kamikaze (神風) può essere tradotto dal giapponese come vento divino. I kami, infatti, sono le divinità presenti nello shintoismo, mentre kaze è una delle parole utilizzate per indicare il vento, l’aria. Secondo la leggenda, il Kamikaze fu una leggendaria tempesta che si abbatté nel 1281 sull’imponente flotta mongola che si stava apprestando a invadere il Giappone. Il vento divino, mandato dai kami, salvò il Sol Levante dalla terribile minaccia dei nemici esterni.

Il termine è diventato tuttavia universalmente noto per indicare i piloti suicidi giapponesi che si schiantavano con i propri aerei contro le navi nemiche nella Seconda Guerra Mondiale. Questi attacchi suicidi non fecero la loro comparsa prima del 1944, quando ormai la situazione bellica del Giappone era praticamente disperata. In netta inferiorità tattica e numerica, con i confini del Giappone ormai direttamente minacciati, l’esercito nipponico decise di affidarsi a quest’ultima, estrema difesa.

Così come il vento divino aveva salvato l’Impero del Sol Levante dagli invasori stranieri secoli prima, allo stesso modo avrebbero fatto i piloti kamikaze delle squadre suicide. Furono tantissimi i giovani (perlopiù universitari) che accorsero volontari per unirsi a questi reparti appena nati. E’ stimato che gli aspiranti kamikaze erano più del triplo degli aerei disponibili. Ben presto queste squadre iniziarono a essere note come tokubetsu kōgeki tai (unità di attacco speciale), o con l’abbreviazione tokkōtai. Tokkōtai è il termine con cui, ancora oggi, sono noti in Giappone i piloti suicidi. Kamikaze viene solitamente usato per indicare solamente il leggendario tifone del 1281.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, gli attacchi kamikaze furono diretti esclusivamente contro obiettivi militari, principalmente navi nemiche. I piloti suicidi non colpirono mai obiettivi civili, e la loro altro non era che un’estrema e disperata ultima difesa del suolo giapponese dall’invasione degli Alleati. Ciò che spinse tanti giovani giapponesi a sacrificare la propria vita in questo modo fu un forte senso del dovere e dell’onore, proprio e della Nazione.

Nulla a che spartire, dunque, con i moderni attacchi suicidi compiuti da terroristi islamici. I veri kamikaze non furono mai terroristi, ma soldati in guerra contro altri soldati. Colpivano le truppe nemiche che si apprestavano a invadere il Giappone e non cercarono mai di diffondere il terrore fra la popolazione inerme. L’aspirante suicida che si fa esplodere in un mercato, in un ristorante o in una chiesa, colpendo indiscriminatamente anche donne e bambini, non può fregiarsi del titolo di kamikaze. Si tratta semplicemente di un terrorista, e non può essere paragonato a quei giovani che difesero il Giappone quando la guerra era ormai perduta. Chi colpisce civili indifesi, uccidendo persone inermi e innocenti, non ha nulla dell’onore dei tokkōtai. Nel Paese del Sol Levante, infatti, è pressoché impossibile trovare la parola kamikaze in riferimento agli attentatori suicidi moderni. Essi sono semplicemente chiamati jibaku terorisuto (terroristi autoesplodenti). Un termine freddo e distaccato, totalmente lontano dalla poesia del vento divino.

Smettiamola dunque di identificare i moderni terroristi suicidi come kamikaze. Smettiamola di usare un termine che per i giapponesi è sacro e legato alla tradizione. Rischieremmo di chiamare in causa, e di offendere, il mondo dei kami. E con gli Dei, si sa, è meglio non scherzare.

(di Andrea Tabacchini)