Il risveglio del leviatano

Con la Brexit la più grande isola del continente europeo è uscita dal blocco economico e politico che tiene insieme l’Europa dal dopoguerra. Che il nome sia Unione Europea o Comunità europea del libero mercato poco importa, la svolta è epocale, la novità totale. La potenza marittima in primis, la grande Albione che dal ‘500 ha posto le basi per il più grande impero coloniale della storia, è una cosa a sé, ha riacquistato la sua totale indipendenza. I tempi dell’Impero sono lontani ormai, questo è sicuro, ma nonostante ciò il Regno Unito non è rimasto isolato con questa sua scelta. Australia, Canada, Sud Africa, ovvero il Commonwealth, e molte altre nazioni sono legate a doppio filo con Londra e la sua economia.

Albione non è sola, si è solo liberata del peso della terraferma che da tempo la frenava nella sua antica ispirazione marittima. Essa è di nuovo libera, è tornata nel mare da cui proviene e da cui ha partorito il suo figlio maggiore, ribelle ovviamente, come un Lucifero dei tempi moderni: gli Stati Uniti d’America. Gli USA hanno infatti ereditato l’aspirazione marittima e dominatrice della Gran Bretagna e l’hanno portata al più alto livello possibile. Ciò che rimane è quindi un’Europa tendenzialmente terrestre. Ora i grandi sono Francia e Germania, le eterne rivali nel controllo continentale europeo, che si ritrovano, grazie al voto britannico, con il peso dell’Europa sulle spalle. Noi Paesi mediterranei, con il nostro fare un po’ continentale e un po’ marinaresco, non possiamo sicuramente capire le aspirazioni geopolitiche e gli ideali di questi due grandi paesi terrestri, ma nonostante ciò è chiaro ormai che l’Europa è a una svolta.

Si è allontanata la grande Albione, dominatrice della modernità e della post modernità, lasciando a noi un Europa zoppa in mano a banche e turbofinanza. La rivoluzione Brexit ha però riportato in auge quello che è l’antichissimo scontro fra Heartland e Sealand, fra il continente e il mare, profetizzato e descritto da Carl Schmitt nel suo “Terra e mare”. “La storia del mondo è la storia delle potenze marittime contro le potenze terrestri e delle potenze terrestri contro le potenze marittime”, così scriveva il politologo tedesco e, tanto perché la storia insegna e si ripete, riporta nel suo libro l’efficace descrizione della propaganda del XIX secolo, scrivendo che “l’opposizione elementare fra terra e mare è stata rilevata fin dai tempi antichi, e ancora verso la fine del XIX secolo era consuetudine raffigurare le tensioni in atto fra la Russia e l’Inghilterra come la lotta fra un orso e una balena. La balena è qui il grande pesce mitico, il Leviatano, mentre l’orso è uno dei molti animali simbolici della fauna terrestre”.

Ed è qui che siamo ritornati: Russia, ovvero continente, e Regno Unito, ovvero mare. L’eterno scontro fra l’acqua e la terra. L’esito è da sempre descritto come incerto, la lotta eterna; ma la storia invero ci insegna che alla fine a dominare è sempre stato il mare, da Atene al Mare Nostrum romano, dai grandi imperi coloniali fino ad oggi con USA e Regno Unito. Nonostante ciò la vittoria del mare è una vittoria artefatta e filosoficamente impossibile, poiché l’uomo è un essere terrestre, un essere che calca la terra. La terra è la vera essenza dell’uomo, il suo habitat naturale, la sua sostanza ed il suo destino. A noi non sono confacenti gli abissi marini di Cthulhu di lovecraftiana memoria, bensì gli immensi spazi della terra che vanno dalle steppe agli alti monti, dalle vallate alle praterie infinite. Il mare è sì per noi qualcosa di affascinante, e il suo fascino ci farà sempre sognare, ma nonostante ciò esso è a noi in verità estraneo.

Noi siamo la terra e su essa viviamo: l’uomo sta, cammina, si muove sulla solida terra. Questa è la sua collocazione e il suolo su cui poggia, e ciò determina il suo punto di vista, le sue impressioni e il suo modo di vedere il mondo. Dalla terra su cui nasce e si muove trae non solo il suo orizzonte, ma anche il modo di camminare e di muoversi, nonché l’aspetto. La vittoria del continente, la vittoria della terra è quindi un destino certo e ineluttabile, un indirizzo sicuro e per nulla impossibile; il mercato globale, la globalizzazione, il mare senza confini del libero scambio e del melting pot sono una farsa filosofica e morale che trascende la geografia ed i suoi confini, nonché la natura stessa. Non sono gli ampi spazi del cielo o del mare, ma le grandi e imperanti catene montuose a definire chi siamo, sono i fiumi che ci dividono, le steppe che ci collegano alla più lontana Asia, le rocce a strapiombo di Dover e le dolci colline a proteggerci e definirci come persone, culture, popoli.

Con l’uscita del Regno Unito dall’UE, di cui tutti dobbiamo essere contenti per molteplici motivi, il mondo si sta riorganizzando in quel grande assetto geopolitico e fisico che gli confece: da una parte l’unione eurasiatica è sempre più realtà, Kazakhistan, Russia, Cina sono sempre più vicine, India e Pakistan sempre più forti, dall’altra il blocco marittimo di USA e UK. Ora sta a noi europei renderci conto che i nostri veri amici sono i nostri vicini di confine, sono coloro che stanno dietro il nostro monte e lungo la pianure che ci portano fino a Vladivostok, e non, come ci fanno credere media e propaganda, al di là degli abissi dell’Oceano Atlantico.

(di Marco Franzoni)