Tutte le ombre del “fenomeno Saviano”: origini storiche, sviluppo, marketing

 

La mitologia eroica su Roberto Saviano ha origini non lontane, ma nemmeno così recenti. Ci fu un tempo in cui una certa classe di persone, fino agli inizi degli anni Novanta, compì contro le mafie dei veri e propri prodigi. Giornalisti come Giancarlo Siani, Beppe Alfano e Mario Francese descrissero, sui giornali per i quali lavoravano, dettagli scomodi della vita del clan dei Nuvoletta, della famiglia Santapaola e del clan dei corleonesi, oltre a riportare diversi elementi investigativi utili ai tribunali locali.

Proprio di Nitto Santapaola Alfano spifferava, nella prima pagina de Il Giornale di Sicilia, il luogo di latitanza: il boss girava indisturbato per le vie di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina), vicino casa sua. Mario Francese svelava negli anni Settanta i nomi delle imprese affiliate a Totò Riina in Sicilia.

Ovviamente l’elenco può proseguire aggiungendovi i “lavoratori dell’ordine e della giustizia diretti”: personalità come Boris Giuliano, Carlo Alberto Dalla Chiesa e Ninni Cassarà, o giudici come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Moriranno tutti, ma il loro sacrificio contribuirà a produrre comunque qualcosa: dopo le stragi di sangue degli anni Ottanta e quelle di inizio anni Novanta, infatti, lo Stato italiano sarà forzato a reagire e a mobilitare una certa quantità di risorse ancora inutilizzate per contrastare le mafie, in particolare quella siciliana. È in questo periodo che entrano in attività organismi come la DIA (Direzione Investigativa Antimafia) e la DNA (Direzione Nazionale Antimafia), fondate entrambe alla fine del 1991.

Le ragioni di questa reazione sono varie e non c’è bisogno di dilungarsi troppo, ma possiamo descriverne due principali.

La prima è di ordine politico-internazionale: la conclusione della Guerra Fredda tra USA e URSS finì con lo stemperare alcune protezioni politiche “implicite” di cui le mafie, organizzazioni geneticamente ostili ai regimi non democratici (e quindi “sfruttabili” come impedimento locale a qualsiasi tipo di rivolgimento dello status quo), godettero fino al 1989, anno fino al quale il rischio di una presa del potere “totalitaria” – soprattutto da parte comunista – era ancora ritenuta possibile da un punto di vista teorico: difficile pensare, in altre parole, che organismi come la DIA sarebbero potuti sorgere prima.

La seconda ragione è di ordine “mediatico”: dopo la strage di via D’Amelio (19 luglio 1992) in cui persero la vita Borsellino e vari agenti della sua scorta, la misura era veramente colma. Ne andava della vita serena delle istituzioni, sotto l’occhio del ciclone in tutto il Paese a causa di quella scia incredibile di omicidi che duravano da 20 anni e che ormai erano troppo clamorosi per poter essere ignorati.

Dopo troppe chiacchiere lo Stato fu costretto dunque a dover tentare una forma di “risalita” che, dal 1993 in poi, condusse a un insolito attivismo, fatto di arresti come quelli di boss del calibro di Totò Riina, Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca.

In quella fase i mezzi che il Ministero degli Interni mobilitò furono piuttosto ingenti, potendo sfruttare finalmente anche il neonato articolo 41-bis del codice penale, che imponeva il carcere duro ai mafiosi, impossibilitati a comunicare con l’esterno se non sotto stretta sorveglianza.

C’è un risultato poco indagato dalle cronache del periodo di “insolito attivismo”, a lungo interessate dei singoli individui senza dare troppo peso al contesto storico: riguarda tutta una schiera di magistrati e addetti ai lavori (tra cui vi fu qualcuno che collaborò pure con il pool antimafia e partecipò al Maxiprocesso) che si sono trovati nella posizione di arrestare un Giovanni Brusca – e altri come lui – negli anni Novanta, guadagnandone prestigio e fama.

I nomi appartenenti a questa insolita categoria sono vari, ma ci limitiamo a chi “sia nel pre-Falcone che nel dopo Falcone” ha più fatto parlare di sé: Giancarlo Caselli, Pietro Grasso ma anche Alfonso Sabella, Antonio Ingroia e qualcun altro. Generazioni intere di giudici di livello variabile, qualcuno buono, molti “medi” (in certi casi decisamente mediocri) che hanno cavalcato l’onda di professionisti geniali dell’anticrimine, sfruttando una fase contingente positiva e arrivando a costruirsi una carriera encomiabile, menzionata da qualcuno come esempio pseudoeroico da imitare.

Grandi meriti o semplice fortuna sopravvalutata?

Ad osservare la storia professionale di alcuni di questi personaggi successiva a quella fase, è difficile non propendere per la seconda ipotesi: non è così assurdo pensare che Brusca, per come si stava mobilitando lo Stato negli anni Novanta, lo avrebbe arrestato chiunque. Erano i mezzi e le energie in quel caso a fare la differenza, un fattore di cui né Falcone né Borsellino poterono godere nei faticosissimi anni della loro attività. Il tutto, per di più, alla luce di un mai completamente chiarito quadro di una ipotetica trattativa tra lo Stato e Mafia che, in caso, non avrebbe potuto escludere il “sacrificio” di diversi esponenti di spicco di Cosa Nostra.

Senza questa catena di eventi favorevoli il “chiunque”, ovvero l’illustre signor nessuno, forse non avrebbe avuto così tante possibilità di lavorare come assessore alla legalità a Roma, scrivere un libro ben distribuito, o diventare presidente del Senato. Beninteso che anche candidarsi con un partito politico proprio, sebbene di insuccesso come Rivoluzione Civile (uscita malconcia dalle elezioni politiche del 2013 con un modesto 2,25% alla Camera) è un privilegio per pochi: Antonio Ingroia, pur essendo il meno fortunato dei nomi sopracitati, è uno di questi.

Il “savianesimo” nasce proprio da questa prolifica e remunerativa “ricerca della gloria eroica”, esattamente come quella di cui hanno beneficiato i “colleghi” giudici. Un sorta di ansia che colpisce gli italiani sempre quando gli eroi vengono ammazzati sul serio: dopo. Lo scrittore casertano prende quindi il posto di Siani, una figura che andava in qualsiasi modo riproposta all’opinione pubblica, e scrive cose che sanno tutti sulla camorra da quasi quarant’anni: il risultato è un romanzo “docu-fiction” dove inventa anche di sana pianta e nel quale vengono riscontrati anche elementi che gli hanno fruttato una condanna per plagio nel giugno 2016 (nonostante certa stampa abbia provato a invertire l’ordine dei fattori spostandolo sull’entità del risarcimento che Saviano ha dovuto pagare alla casa editrice Libra, poi ridimensionato notevolmente, che però non smentisce in nessun modo la sentenza). Comunque, mediaticamente il giochino funziona e risponde alle aspettative della gente.

Il mito nasce, favorito dal clima culturale appena esposto, grazie ad un solo mezzo disponibile, utilissimo per incantare le masse: la scorta.

Buona parte di quelli che leggono dell’attribuzione della stessa a Saviano sospende completamente ogni valutazione negativa delle istituzioni, che nella fattispecie diventano alla stregua di divinità prive di qualsiasi corruttibilità, margine di errore o altro: come se l’elemento umano in questo caso non esistesse, l’assegnazione è percepita come un’ automatica prova di eroismo del personaggio.

Nemmeno mezzo pensiero, dunque, sul fatto che parliamo pur sempre di esseri umani, indi soggetti a poter commettere valutazioni sbagliate, in buonafede o malafede che siano, esattamente come tutti gli altri uomini. È un processo mentale che avviene grosso modo anche per la magistratura (ma stranamente non per la polizia, verso la quale esiste invece un’ostilità immotivata e radicata da decenni) e che coinvolge molti aspetti dell’opinione pubblica.

Tutto ciò preclude poi anche altre cose, tra le quali le scorte assegnate in passato a personaggi popolari che classificare come “eroi” sarebbe quanto meno bizzarro: uno di questi è Vittorio Sgarbi, ma si può ricordare anche il criticatissimo Emilio Fede, verso cui l’opinione pubblica non è poi così santificatrice, anzi. Eroi o potenti?

Si potrebbe anche ritenere del tutto comune che un vip, senza che questi sia considerato per forza un perseguitato, possa usufruire extrema ratio di una protezione, poiché la mitomania, anche vagabonda, si nutre pure di ragioni per commettere atti clamorosi e pericolosi: ma questo è un altro discorso.

Altrettanto naturale è che il cittadino medio, preso dalla vita di tutti i giorni, fatta di lavoro, sudore e tentativi (spesso) di arrivare alla fine del mese con qualche soldino in tasca, non possa coltivare l’anima investigativa anche per informarsi su questi semplici elementi, e tenda a recepire il dato di fatto compiuto: Saviano ha ricevuto la scorta, quindi è un eroe.

Naturalmente poco si indaga anche sulla veridicità delle presunte minacce ricevute dallo scrittore, che sarebbero avvenute alla fine del processo Spartacus, nel 2008, quindi ben dopo l’assegnazione della scorta nell’ottobre del 2006, il che dovrebbe già far riflettere: ma è solo la punta dell’iceberg. Il fattaccio sarebbe avvenuto in aula quando l’avvocato Santoanastaso, legale dei boss imputati Bidognetti e Iovine, avrebbe chiesto lo spostamento del processo in sede differente a causa, tra gli altri, delle “pressioni di Capacchione e di Saviano”. Difficile interpretare una richiesta di spostamento (pratica peraltro comune tra gli avvocati difensori) come una “minaccia”.

Andando avanti con le stranezze, si potrebbe ricordare anche quando, sempre alla fine del 2008, finì sui Tg una notizia quanto meno curiosa che parlava di altre minacce dei Casalesi a Saviano: la famiglia malavitosa avrebbe venduto migliaia di DVD contraffatti del film su Gomorra (in uscita originale qualche settimana dopo) con il bollino “camorra” quale presunto messaggio minatorio. Tralasciando che anche qui il nesso tra la “minaccia di morte” e “DVD contraffatto” sia come minimo esasperato, mi domando che tipo di conoscenza della realtà quotidiana avesse la stampa dell’epoca.

Chi scrive è, guarda caso, napoletano, e guarda caso ricorda da quando è bambino che le edicole abbiano sempre venduto un certo quantitativo, pur risibile, di materiale contraffatto, come le audiocassette, i videogiochi e, successivamente, anche i film in VHS e in DVD. Tutto ciò non citando le onnipresenti bancarelle disseminate per le strade, usuali a questo tipo di attività. Che la camorra guadagni (anche) da questi mercati è poi la scoperta dell’acqua calda.

Si potrebbe aggiungere, infine, che il libro Gomorra, uscito nell’aprile 2006, riscosse inizialmente un successo discreto per uno scrittore esordiente, ma fu solo dopo l’assegnazione della scorta a Saviano e l’invito in Tv alla trasmissione Le invasioni barbariche di Daria Bignardi, il 3 novembre dello stesso anno, che il romanzo cominciò a macinare numeri e a diffondere le oltre 10 milioni di copie in tutto il mondo. Ambiguità anche nel riportare i numeri nei pochi articoli che parlano della questione “tiratura iniziale”.

Non si trovano dati, stranamente, sulle vendite fino a ottobre 2006, e la maggior parte dei siti si limita a dire che il libro “esaurì la tiratura di 5000 copie in una settimana”: benissimo, e poi? Mistero. L’informazione resta troppo generica e aleatoria per poterla recepire per oro colato. Se Gomorra avesse fatto i numeroni da prima di quel bimestre ottobre-novembre  scandito dalla scorta e dal lancio in televisione della Bignardi (cosa comunque fisiologicamente impossibile rispetto alle 10 milioni di copie vendute in tutto il mondo e alle 2,5 milioni distribuite in Italia), perché non si riportano con orgoglio le cifre?

Ecco quindi spiegate le ragioni del savianesimo, dall’origine storica alla clamorosa campagna di marketing che lo sostiene. Un marketing che pare quasi sistemico, se si pensa non solo a quanto abbiamo esposto finora, ma anche a ciò che continua ad accadere e che, di tanto in tanto, fa storcere il naso. Il nostro eroe era stato invitato a parlare in una scuola romagnola il prossimo 15 marzo. L’incontro prevedeva l’obbligo di acquistare, da parte degli studenti che avessero aderito, il suo nuovo libro La paranza dei bambini, al costo di 16 euro ( come recitava la circolare della scuola di Forlì, prima che l’evento venisse annullato).

Qualcuno schiamazza, qualche giornale (peraltro non certo storicamente ostile allo scrittore) riporta la notizia, ma lui sui social giura: “Non esiste. Nessun obbligo. Da dieci anni vado nelle scuole e i miei scritti mi fa piacere che vengano letti anche fotocopiati o in copie che passano di mano in mano. Ad attaccare il mio lavoro sono giornali un tempo definibili berlusconiani ora solo beceri.”

Il giorno dopo l’ “incontro” viene annullato per motivi che lo scrittore pomposamente spiega ai suoi futuri discepoli romagnoli, nuovamente su Facebook, il cui sunto è più o meno il seguente: “Lo faccio per voi! Vi stumentalizzerebbero, sarà per un’ altra volta”.  Prendiamo atto che secondo Saviano un documento a conferma dell’accusa – pubblicata per di più dalla scuola protagonista della vicenda – sarebbe una “strumentalizzazione” e chiudiamo anche questa parentesi.

Cosa rimane, quindi? Nulla più di un fenomeno costruito in buona parte sulla menzogna o, nella migliore delle ipotesi, nell’esposizione romanzata di fatti già noti. La menzogna è un elemento che ricorre spesso nell’esperienza savianesca, in certi casi in modo clamoroso, come dimostrò la vicenda riguardante la mamma di Peppino Impastato, mai conosciuta dallo scrittore ma narrata in un suo libro successivo in una telefonata probabilmente mai avvenuta.

Che lo scopo possa essere quello ipotizzato all’inizio di questa analisi (creare una sorta di Siani o di Alfano artificiale e di successo) è quanto meno possibile.

Il problema è che Saviano non ha scritto nulla di nuovo. Ha inventato eventi clamorosi o al più senza rilevanza processuale, inseriti nello stesso Gomorra (la celebre storia dei cadaveri cinesi del primo capitolo, le “gite tranquille” in Vespa, con egli testimone più o meno di qualsiasi nefandezza di Scampia). Un bravo scrittore, forse un ottimo romanziere, ma per parlare di altro ci vuole una certa fantasia.

Quella che un Francese certamente non utilizzò per smascherare le imprese di copertura di Riina, o che un Siani non sfruttò quando, sulle colonne del Mattino, descriveva i movimenti di denaro dei traffici di droga a Torre Annunziata. La stessa fantasia che non poteva far parte del bagaglio di Beppe Alfano che sul Il Giornale di Sicilia parlava senza tanti complimenti di come Nitto Santapaola girasse indisturbato per le vie di una frazione di Messina, senza che nessuno lo venisse a cercare. Il monolite della scorta non si associa necessariamente all’aggettivo “eroe”, ma anche ad un altro, ben più rilevante ma meno idealizzabile: “potente”.

Come diceva Andreotti “a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si indovina”. In questo caso non c’è granché da indovinare però, quanto da recepire informazioni quasi sempre evidenti.

(di Stelio Fergola)