Ecco perché i socialisti dovrebbero tifare per Trump

Il mondo, si sa, è strano, come lo è anche la gente che lo popola. Capita spesso infatti che le cose vadano al contrario, che quegli schemi che ci siamo ben fissati nella mente e su cui abbiamo costruito le nostre certezze, crollino d’improvviso di fronte all’imprevedibilità della vita. Succede, ad esempio, che Donald Trump, uno degli uomini più ricchi del mondo, uno squalo del capitalismo, un candidato decisamente “di destra”, iscritto al partito repubblicano americano, alla quintessenza del liberismo, si ritrovi ad essere, in questo mondo capovolto, il portatore delle istanze popolari, degli ultimi; di quei soggetti che legge di natura vorrebbe nell’alveo opposto, quello socialista.

Inevitabile quindi che il disorientamento prenda il sopravvento quando, facendo una banale analisi sui progetti politici, ci si rende conto che il miglior candidato che una persona, volgarmente detta, “di sinistra” avesse potuto appoggiare negli Stati Uniti sarebbe stato proprio il miliardario Donald J. Trump. Il tycoon infatti ha da sempre palesato l’intenzione di porre in essere politiche che, seppur di certo non socialiste, sembrano comunque ben più “a sinistra” di quanto si potesse mai sperare da un Paese come gli USA. Se da un lato, infatti, il programma del principale competitor, la democratica Clinton, si poneva come obbiettivo formale l’uguaglianza, nella realtà dei fatti non sono mai state riscontrabili nei suoi intenti, a differenza del repubblicano, vere e proprie opposizioni ad un sistema che, anzi, da una sua vittoria sarebbe uscito ulteriormente rinforzato.

L’assoluto appoggio al globalismo, le politiche migratorie incontrollate, le tensioni continue con i russi, l’ambigua posizione sul Medio Oriente, oltre al procrastinarsi di un sistema di potere che ha creato danni incredibili negli ultimi otto anni, non avrebbero portato di certo nuova linfa alle classi sociali disagiate (americane e non), recando utilità solo ed esclusivamente a chi la globalizzazione la sfrutta e di certo non a chi la subisce. Ed il discorso potrebbe benissimo travalicare i confini statunitensi perché analoghe obiezioni potrebbero muoversi anche ai vari “socialisti” europei del PSE, che, mentre pontificano sul risultato delle elezioni americane, parlando del pericolo della destra populista, proprio loro, la presunta sinistra, rappresentano i più accaniti sostenitori dell’austerità e della sudditanza della politica nei confronti dell’economia.

L’ opposizione che si riscontra, invece, in determinate posizioni di Trump rispetto alla globalizzazione e al liberismo sfrenato è materia a dir poco interessante. In un mondo in cui la sinistra (ormai ridottasi a macchietta rivendicatrice di soli diritti civili) ha imparato ad essere il più fedele alleato del grande capitale finanziario, il miliardario newyorkese ha rispolverato il concetto entità nazionale, di popolo, di radici, di lavoro; ha dichiarato guerra all’immigrazione selvaggia che abbassa i diritti sociali dei lavoratori, alle grandi multinazionali e alle loro delocalizzazioni (politica che mostra già i primi frutti, vd. caso Ford); ha previsto grossi investimenti nelle infrastrutture per incentivare la crescita economica; ha parlato di diritti e di ferie per le lavoratrici in maternità.

Per non parlare della politica estera, sulla quale ha raggiunto posizioni quasi rivoluzionarie, a partire dalla rivalutazione dell’obsoleta NATO, l’instaurazione di un rapporto sereno con la Russia fino alla cancellazione del TTIP o a un minor interventismo militare nel mondo. D’altronde che “the Donald” indispettisca il sistema è abbastanza evidente dalla reazione sdegnata alla sua elezione che ha coinvolto praticamente l’intero establishment statunitense dai democratici Clintoniani ai neo-con del repubblicano John McCain.

Insomma, anche se non sarà certo “l’Internazionale” ad accompagnare Donald Trump durante le cerimonie ufficiali, pare evidente che se il neopresidente riuscisse a realizzare già solo alcuni degli obiettivi dichiarati ci troveremmo di fronte ad una rivoluzione “anti-sistema” senza precedenti nella storia americana. E, sebbene nella bandiera rossa, il faccione del tycoon non calzi proprio a pennello accanto ad Engels, Marx e Lenin; alla luce del suo programma e viste le alternative, chi usa professarsi “socialista” o anche solo incline a posizioni anti-capitaliste dovrebbe tirare, decisamente, un sospiro di sollievo. Hasta siempre Donald!

(di Simone de Rosa)