Contro il dogma “anche noi siamo stati migranti” si schiera pure il Corriere

Sul Corriere della Sera Aldo Cazzullo risponde all’ennesimo lettore “formato” ai sacri valori dell’Accoglienza e della società multiculturale auspicata da tutti i quadri dirigenti del mondo occidentale.

“Anche noi siamo stati migranti,  ma in un contesto non paragonabile a quello di oggi” risponde Cazzullo, riferendosi al fin troppo noto e ignorato stato semi-desertico in cui versavano gli Stati Uniti d’America nella seconda metà del XIX secolo e pure nei primi decenni del XX: una nazione bisognosa di manodopera, di cittadini, di essere in estrema sintesi popolata.

Un’eccezione assoluta, a fronte degli immani disastri che le migrazioni di massa hanno sempre prodotto nella storia dell’uomo, ben da prima che raggiungessero i picchi della storia contemporanea: l’estinzione dell’Impero romano e di un’intera storia durata secoli, la perdità di genuinità dell’Africa, la distruzione di civiltà antichissime che hanno popolato il continente americano fino all’arrivo degli spagnoli, dei francesi e degli inglesi.

Vero è che solo nel caso dell’Impero la questione si potrebbe inquadrare in una rigida definizione “immigrazionista” (come peraltro negli ultimi anni molti libri di storia delle elementari stanno ricordando, in linea con una vulgata culturale particolarmente interessata a definirle come tali, nonostante il quadro sia più complesso di come lo si potrebbe dipingere), mentre negli altri casi si parla di colonialismo storico, prima sudamericano e poi, successivamente, africano.

Ma ciò non toglie che il principio sia lo stesso, soprattutto per ciò che concerne l’America: lo spostamento di masse indefinite di persone da un luogo all’altro del mondo, andando ad influenzare – e spesso a distruggere – culture, storie, popoli.

Lo andiamo ripetendo da sempre: l’uomo è stanziale, gli spostamenti in massa sono qualcosa di distruttivo da qualsiasi lato essi si guardino. Lo sono per i paesi di partenza, che perdono risorse umane e capacità, oltre a lavoratori dequalificati, lo sono per i paesi di destinazione, minacciati nei loro diritti sociali, culturali, identitari.

Anche se nessuno lo ricorda, le migrazioni di massa hanno distrutto lo stesso Mezzogiorno d’Italia, incoraggiate da classi dirigenti più interessate a liberarsi di disoccupati scomodi che a risolvere i veri problemi della società.

Stanno distruggendo senza pietà l’Africa subsahariana (da cui provengono la maggior parte degli sbarchi) governata da chi non ha alcun interesse al suo sviluppo, con la complicità dei politici occidentali che, invece di investire proficuamente nei luoghi interessati il denaro che gettiamo letteralmente alle ortiche, preferisce “accoglierli” e impoverirli ancora di più.

Come possiamo interpretare il giorno in cui abbiamo letto la risposta di Cazzullo? Probabilmente, come uno dei tanti: una delle tante volte in cui qualcuno, nel deserto, ha provato a dire sottovoce la sua contro il dogma.

Tutto giusto o quasi, finalmente. Ma non è sufficiente sostenere che gli USA avessero bisogno di manodopera circa un secolo e mezzo fa, ci si dovrebbe concentrare anche su ciò che ha rappresentato per l’Italia quella fuga biblica di persone.

Ci si dovrebbe concentrare sul fatto che gli Stati Uniti sono sì un’eccezione, ma anche un Paese dove il multiculturalismo non si è certo precluso la possibilità di esprimere i suoi lati peggiori, come la guerra ormai tradizionale tra gang di etnie diverse o la nascita addirittura di mafie criminali di Paesi come l’Irlanda, che ha paradossalmente “importato” dai propri coloni oltreoceano un fenomeno nuovo e non certo di cui vantarsi.

Non sarermo soddisfatti fin quando qualcuno non ammetterà candidamente che l’emigrazione italiana verso l’estero (parimenti a quella del Mezzogiorno verso il nord nella storia italiana unitaria), a prescindere dal Paese/luogo di destinazione che solo nel caso particolare degli USA può avere avuto un’influenza anche positiva, sia un dramma. Sintomatico di un problema serio e mai (sottolineo mai ) una cosa da festeggiare o incoraggiare.

Siamo ancora lontani da un’ammissione del genere, magari fatta “silenziosamente” e senza esprimere un mea culpa. In ogni caso contestare il dogma “anche noi siamo stati migranti” (per di più da parte di un giornalista non certo anticonformista come Cazzullo) è un primo significativo passo avanti contro un male assoluto dell’umanità, una vergogna indifendibile per qualsiasi popolo e per qualsiasi comunità vivente su questo pianeta.

L’elezione di Trump sembra aver scosso un po’ le acque. Cosa farà o non farà il presidente americano è ancora argomento prematuro, ma è indubbio che l’opposizione costante di tutto l’establishment e l’improvviso e lento cambio di rotta di una certa stampa che fino all’altro ieri definiva in modo assolutamente comico “inarrestabile” il processo migratorio (un altro dogma da sfatare il più rapidamente possibile) siano segnali positivi. Come è positivo l’atteggiamento improvvisamente “regolarista” tanto dell’Unione Europea che dello stesso governo italiano, le cui recenti comunicazioni in merito lasciano ben sperare.

Poco importa che, in caso questa inversione di tendenza dovesse confermarsi, tra quattro o cinque anni nessuno si ricorderà più del gigantesco flop di una delle più clamorose menzogne etiche della storia dell’umanità. L’importante è il risultato: e noi ce lo auguriamo.

(di Stelio Fergola)