Giovanni Lindo Ferretti, quando la musica incontra la mistica

Prendendo in esame la figura di Giovanni Lindo Ferretti anche solo da una mera una prospettiva artistico-musicale, ci troveremmo di fronte a uno dei personaggi più emblematici e significativi mai apparsi in Italia dagli anni ’80 in poi. L’aver infatti saputo padroneggiare una materia angloamericana come quella del punk e della new wave – le cui capitali erano Londra e New York – facendola propria e proponendola in una chiave nazionale, come quasi mai nella storia della musica popolare è accaduto, è già qualcosa di incredibile.

Come scrive il noto critico musicale Alberto Campo, infatti, “del punk i CCCP accoglievano in sé l’indole sediziosa e l’approccio situazionista al mondo circostante, più che gli schemi musicali e il corredo estetico. Proprio l’idea di riposizionare quell’attitudine indipendente dalla sua origine geografica e antropologica, negando cioè la centralità di Londra e New York, per collocare viceversa l’Emilia – la più filosovietica tra le province dell’Impero Americano – al centro di un mondi in cui i confini erano Berlino, a occidente Barcellona, a sud-est la galassia islamica e a oriente l’Unione Sovietica e la Cina, fu l’intuizione più illuminata e illuminante dei CCCP. Una rivoluzione copernicana rispetto alle convenzioni del rock nazionale di allora, indolentemente succubo dei modelli angloamericani.”

I CCCP Fedeli alla Linea nascono all’alba degli anni ’80 proprio a Berlino, in un periodo in cui il punk è quasi un ricordo e l’underground musicale è in piena effervescenza: le ispirazioni, oltre ai modelli angloamericani, sono infatti gli Einstürzende Neubauten, i D.A.F., i Clock DVA e tutto il filone «industrial» che si diffonde nelle discoteche alternative berlinesi. I primi lavori, in particolare l’EP Compagni, cittadini, fratelli, partigiani e, soprattutto, l’album 1964-1985 Affinità-divergenze fra il compagno Togliatti e noi – Del conseguimento della maggiore età, segnano un’epoca.

Il carisma endemico di brani come Io sto Bene, Emilia Paranoica, Morire, Live in Pankow lo si deve principalmente alla voce sciamanica di Ferretti, figura atipica e quasi mistica, autore di testi incredibilmente evocativi, ricchi di citazioni colte e immagini poetiche. Canzoni in cui viene narrata l’alienazione tipicamente provinciale nel culmine dell’edonismo reaganiano che negli anni’80 è imperante. «Esiste una sconfitta pari al venire corroso che non è mia ma dell’epoca in cui vivo» cantava nella leggendaria Morire: Ferretti, ben lontano da quel nichilismo oltranzista che contraddistinse il movimento punk londinese e americano, divenne «profeta» di un modello di vita e società che guardava a Oriente e al di là della Cortina di Ferro, oltre che alla tradizione agricola italica in cui era nato e cresciuto, divenendo così un perfetto «eroe antimoderno».

Forse per questo i benpensanti di oggi lo tacciano di «incoerenza» viste le sue ultime scelte politiche ed esistenziali, ignorando totalmente che Giovanni Lindo Ferretti non ha mai avuto nulla a che vedere con l’eurocomunismo berlingueriano e il «progressismo di sinistra», e la poetica delle sue canzoni è lì a dimostrarlo. In un’intervista rilasciata nel 2013 a Il Fatto Quotidiano, dove gli viene chiesto qual è il filo conduttore tra il punk degli anni ’80 e la conversione cattolica degli ultimi 15 anni, risponde: «La mia vita. Sono nato in una casa antichissima di pastori e montanari con alterne vicende. Erano cattolici e tradizionalisti, votavano tutti Dc in un’epoca nella quale non c’erano ancora la televisione e la strada asfaltata. La modernità è arrivata nel 1953, esattamente quando sono nato. La mia educazione è stata da bimbo cattolico».

Nel 1989 il Muro di Berlino cade, i CCCP si sciolgono e diventano C.S.I (Consorzio Suonatori Indipendenti, poi PGR) ma a lo sguardo di Ferretti volge sempre ad est; dalle riflessioni sulla guerra in Jugoslavia (Linea Gotica) ai viaggi in Mongolia (Tabula Rasa Elettrificata). Di quel periodo creativo Alberto Campo scrive: «Insieme alla musica mutuavano gli scenari geografici e mentali in cui essa trovava ambientazione: non più Berlino, l’Unione Sovietica e il mondo islamico, bensì la Bretagna, l’ex Jugoslavia e la Mongolia. Minimo comune denominatore comune la piccola patria emiliana in cui tutto è nato e tutto ritorna, l’austera ed elegante morfologia dell’Appennino tosco-emiliano, le architetture antiche ed accoglienti che ospitano i protagonisti della vicenda».

Dopo la fine dei C.S.I e l’avventura nei PGR, Giovanni Lindo Ferretti taglia i ponti con il passato e si ritira tra i monti dell’appennino reggiano, a Cerreto Alpi. Qui riscopre proprio uno stile di vita austero lontano dalla luce dei riflettori. Le sue dichiarazioni di profonda ammirazione verso Papa Bendetto XVI e la recente ospitata ad Atreju – l’incontro annuale organizzato da Fratelli d’Italia – a Roma, scatenano tuttavia l’ira di buona parte dell’opinione pubblica di sinistra. Il suo percorso viene visto come un «tradimento» inammissibile e le sue critiche all’immigrazione selvaggia fanno imbestialire il popolo progressista, che dal canto suo non si sottrae a insulti e offese di ogni genere verso colui che, un tempo, veniva considerato una sorta di «mentore».

Ferretti viene bollato con il consueto vocabolario riservato a chi non si adegua al pensiero unico dominante mondialista: «fascista», «rincoglionito» ,«xenofobo», gli epiteti più usati, a dimostrazione di quanto un certo tipo di pubblico sia irrimediabilmente malato di conformismo. In realtà, a ben leggere ciò che dichiara a pochi giorni da quella polemica, si evince che l’artista emiliano è uno dei pochi ad aver profondamente compreso la complessità di quel fenomeno, per buona pace degli stolti:

«Cosa penso dei profughi? – scrive Ferretti -. È un dolore immane, non può essere lenito da alcuna parola emotiva. Si può, si deve, evidenziare il taciuto: l’Islam politico, il terrore imposto nel Vicino Oriente, lo stato di timore che avvolge l’Europa. I profughi ne sono ostaggio e conseguenza. Di questo bisognerebbe discutere per poter operare il prima e meglio possibile. Che il Signore protegge lo straniero e che la carità è pilastro della socialità sta scritto ovunque e sta inciso nel cuore dell’uomo, anche nel mio. Di che stiamo parlando? Quello che sta succedendo è per certi versi una invasione, per altri una deportazione di masse umane gettate nella disperazione. Poi restano storie individuali comunque tragiche, a ricordarci che il male, il dolore, sono quota inalienabile dell’umanità, vanno combattuti, contenuti e arginati per quel che si può».

Parole che hanno il sapore rivoluzionario dei bei tempi del punk e dei CCCP. Nella decadenza del contemporaneo clero intellettuale – come diceva Costanzo Preve – Giovanni Lindo Ferretti rappresenta una delle nostre poche certezze. Un bene prezioso da preservare.

(di Roberto Vivaldelli)