Le corazzate da terra sovietiche: il T-35

Gli anni erano quelli che intercorrevano fra le due guerre, Hitler non era ancora salito al potere, Mussolini festeggiava in quell’anno un decennio dalla marcia su Roma. Il mondo non sapeva ancora ne cosa volesse dire Blitzkrieg ne cosa fosse un Panzer. La maggior parte degli alti comandi degli eserciti di tutto il mondo ragionavano ancora con le strategie della prima guerra mondiale, si parlava di trincee, campi fortificati, artiglieria e assalti di fanteria.

I francesi stavano costruendo quell’immensa linea fortificata conosciuta come linea Maginot per difendersi da un’altra possibile invasione tedesca ed essere pronti a combatterla e vincerla senza arretrare d’un passo. In Russia Stalin era saldamente al potere e il regime comunista viveva ormai da dieci e più anni, fu in quegli anni che il Sovnarkom, (il consiglio dei commissari del popolo), decise di modernizzare l’armata rossa equipaggiandola con carri medi e pesanti. Si iniziò a lavorare a dei progetti, ma i compagni ingegneri non avevano esperienza nella costruzione di carri pesanti, e carri armati in generale; si decise così a far arrivare degli ingegneri esperti dall’estero. Arrivarono quindi ingegneri tedeschi, tra cui Edward Grotte. Questi si misero subito al lavoro e in poco tempo proposero due progetti ai comandi dell’esercito.

Il primo era il TG-V o T-42, un enorme carro armato da 101 tonnellate che richiedeva l’impiego di 14-15 uomini d’equipaggio. Questo mostro d’acciaio era un gigantesco carro dalla forma allungata con un sistema di fuoco impressionante: un cannone da 107 mm era l’arma principale accompagnata da un cannone da 70 mm, due da 45 mm e cinque mitragliatrici da 7,26 mm. L’unico problema di questo impressionane progetto era che non esistevano le tecnologie, o per lo meno non nell’URSS, per spostare e permettere degli agili movimenti ad un carro del genere. Questo primo progetto venne scartato, ma c’era una cosa che i commissari dell’armata rossa e gli alti ufficiali avevano capito: i carri armati dovevano essere giganteschi e più torrette c’erano meglio era.

La concezione di un carro del genere era tipica per la strategia militare della prima guerra mondiale, si pensava infatti che una testuggine che potesse direzionare il proprio fuoco verso punti differenti fosse un’arma inarrestabile. Tanto più se questo fosse di dimensioni gigantesche e potesse superare lunghe e larghe trincee senza problemi (da cui deriva l’uso per i progetti di carri nella prima guerra mondiale di scafi molto allungati).

Al lavoro di Grotte venne preferito il progetto T-35. Era questo, per i tempi, un altro mostro d’acciaio. Pesando “solo” 45 tonnellate era molto più leggero del TG-V. Lungo 9,72 metri, largo 3,2 me alto 3,43 m, il T-35 aveva bisogno di solo undici uomini per essere manovrato. Nel progetto erano combinate le filosofie dei progettisti di carri del tempo: un misto fra paure ispirate dalla prima guerra mondiale e suggestioni fantascientifiche, questo mélange diede vita ad un carro terribile.

Per la felicità dei teorici dell’arte della guerra degli anni 20-30, (ovviamente non tedeschi), il T-35 era armato di ben 9 o meno bocche da fuoco: un obice da 76 mm, due cannoni da 45 mm e 6 o meno mitragliatrici da 7,26 mm. La sua corazzatura ridicola, 30 mm, perdeva importanza di fronte alla sua mole gigantesca. I primi test del nuovo super carro pesante sovietico furono un fallimento dopo l’altro, numerosi erano i problemi meccanici del motore, (che al massimo della velocità poteva sviluppare 30 km/h), e la sua stessa mole non permettevano un ottimo controllo.

L’alto numero di torrette e bocche da fuoco, inoltre, non permetteva una buona mira. Ciò che impressionò di più il mondo intero, che di fronte alle immagini di queste corazzate di terra tremò un poco di paura, fu che questo progetto venne prodotto in serie. Nessuno infatti si sarebbe aspettato che un paese comunista avesse le capacità di produrre un carro armato così dispendioso e tecnologicamente complicato.

Ne vennero costruiti in tutto 61 esemplari dislocati presso la 5^ brigata corazzata fuori Mosca. Il dislocamento non era casuale, infatti gli alti comandi conoscevano l’inefficienza di questo costoso carro armato, ma era un’ottima arma di propaganda da mostrare durante le frequenti parate nella piazza Rossa. Nella testa degli ideologi militari russi questo carro super pesante doveva operare in combinazione con i buoni carri medi T-28.

Il compito dei T-35 doveva essere quello di sfondare le linee nemiche e aprire una testa di ponte dove i T-28 sarebbero penetrati per eliminare gli obiettivi restanti. Ovviamente nei fatti non andò così. Siamo ora nel 1940, è iniziata l’operazione Barbarossa e l’armata rossa è stata colta totalmente impreparata. Si decide di mandare sul campo pure questi colossi di un epoca passata, (e parliamo solo di otto anni prima), numerosi rimangono pure a difendere Mosca. La maggior parte dei T-35 mandati in battaglia non arrivano neanche alle linee del fronte rompendosi e guastandosi prima per problemi al motore.

I pochi rimasti affrontano con la loro mole titanica, e la forma ormai superata, le divisioni in avanzata del III Reich. Il risultato è scontato. Uno dei T-35 catturato dai tedeschi venne inviato a Berlino per essere studiato, la maggior parte verrà lasciata a marcire dove si era guastata o dove venne distrutta, diventando meta di interesse per i soldati tedeschi che scatteranno molte foto sopra questi titani di ferro.

La Germania aveva dimostrato al mondo che con i carri armati si poteva conquistare la Polonia in un mese e piegare la Francia in un mese e mezzo, di conseguenza tutti i paesi in conflitto iniziarono a progettare carri armati senza sosta. A confronto del T-35 il suo fratello T-34 del 1940 pesava solo 26 tonnellate ed era lungo 6 m, eppure, nonostante ciò, è considerato da molti studiosi di arte militare il miglior carro della seconda guerra mondiale. Ciò perché non erano la mole né tanto meno il numero di torrette e cannoni a rendere un carro imbattibile, bensì la sua efficienza, potenza di fuoco e manovrabilità.

(di Marco Franzoni)