Iniziamo il 2017: da Saviano a Left, un coro per una futura Italia nera

 

Tutto è (ri)cominciato con il 2017. O meglio con il racconto del 2016. Anche da qui abbiamo pensato di iniziare con la stagione di Inquisizione Culturale e di Oltre la Linea.

Squadra che vince non si cambia, si dice in gergo. Eppure la cosiddetta “sinistra” liberale e mondialista, dopo le sconfitte brucianti della Brexit e dell’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca, proprio non vuole saperne di imparare dai propri errori, continuando a interpretare la squadra da non cambiare come “quella che perde”.

Sia nel raccontare l’anno passato che nel prevedere ed auspicare un “futuro migliore”, i nostri eroi si prodigano per il nostro Paese così desideroso di apertura, di multi-etnicità, di disoccupazione italiana e concorrenza con gli immigrati, oltre che di miseria e povertà, qualità che tutti auspichiamo nel prossimo futuro in pegno di un’autentica società mentalmente aperta. Talmente aperta da mostrare nello scorso anno le vive proteste contro le imposizioni dell’accoglienza, tanto nella rivolta dei pescatori di Gorino e dell’ostello sequestrato contro ogni rispetto per il lavoro altrui, che nel rifiuto della sinistra accogliente e benestante (a parole) di Capalbio.

È una sinistra scatenata, che in conseguenza alle mazzate ideologiche e popolari che ne sconfessano i dogmi non sa come reagire, se non pigiando ancora di più il piede sull’acceleratore della propaganda pro-globalizzazione: Tv, giornali online, tutti in coro, sempre orientati a dire le stesse cose come se non ci fosse un domani.

Sugli scudi è come al solito il vate Roberto Saviano, che sul canale NOVE racconta il suo 2016 nel programma televisivo Imagine (una per nulla banale associazione con il celebre pezzo di John Lennon, poco inflazionata dopo gli attentati del 13 novembre 2015 a Parigi per rappresentare i “valori dell’Occidente” ) : un’ ora e mezza circa dei soliti inviti all’abbattimento dei “muri che ci rendono infelici”, come lo stesso Saviano dichiara nei giorni precedenti alla serata, ma anche di alcune chicche socio-economiche contro il “muro di Trump” che andrà a completare quello “di Clinton” iniziato nel confine tra Stati Uniti e Messico negli anni Novanta.

La chicca riguarda la “speranza” da dover concedere ai messicani “in fuga dalla povertà” del proprio Paese, per cui il suddetto muro potrebbe spegnere ogni aspirazione al miracolo della vita. Quale miracolo? Saviano è sicuro: per un messicano, entrare anche illegalmente negli USA, significa passare matematicamente “al benessere e quadruplicare il proprio reddito, anche se si vanno a vendere tacos a San Diego”. Una concezione quanto meno sibillina della realtà, che ovviamente non prende minimamente in considerazione tutti coloro che già oggi cercano di “vendere tacos” negli Stati Uniti e sono senza lavoro, in un Paese dove la disoccupazione è sì al 4,9% (circa 15 milioni di “bruscoline” persone che avrebbero comunque bisogno di lavorare, anche se questo forse può dare fastidio a Saviano e al suo esercito di messicani che non si sa perché dovrebbero valere di più) ma dove oltre 50 milioni di lavoratori sono pure precari: una situazione paradossalmente migliore della disastrata economia della zona euro (non che sia difficile, per chi in Occidente ha la fortuna di starne fuori) ma, in ogni caso, non così rosea come si potrebbe immaginare.

Dopo qualche giorno il nostro interviene anche nella ben nota vicenda di Sandrine Bakayoko, giovane ivoriana morta nel centro di accoglienza di Cona per mancanza di cure, in provincia di Venezia, anche se non è il principale protagonista, nonostante il solito post melenso su facebook dove si narra del romanticismo della povera vittima, speculandoci come da tradizione.

La stampa global dichiaratamente di sinistra in compenso fa ben di più, dando libero sfogo a tutta la sua retorica: Sandrine è morta per colpa di un Paese non accogliente, dicono, “siete quelli che non si sentono razzisti perché siete amichevoli con gli amichetti negri di vostro figlio”, ri-dicono. Insomma, la responsabilità va agli italiani, anche se pagano tasse completamente inutili che potrebbero essere investite sui territori di appartenenza tanto della povera ragazza quanto di tutti gli altri che hanno compiuto un viaggio della disperazione. Poco conta che gli oltre 20 miliardi spesi in 6 anni dall’Italia, di cui oltre 7 nell’ultimo triennio sarebbero un ottimo investimento per ricostruire luoghi disastrati come la Costa d’Avorio stessa, la Nigeria o il Senegal, dotandoli di infrastrutture fondamentali per la loro vita quotidiana, macché, pecchiamo di “analfabetismo emotivo” e di “salvinismo” secondo Left, pur accogliendo con i nostri mezzi persone che non riusciamo di fatto a sostenere, considerando che – anche se per i giornalisti di cui sopra non conta – abbiamo anche i nostri malati da curare, aspetto che evidentemente non conta nulla, nel loro magico mondo razzista al contrario.

Ovviamente, non una parola sul fatto che in seguito alla tragedia gli immigrati rinchiudano – di fatto sequestrando – 25 lavoratori del centro stesso di accoglienza, e neanche mezza sul clamoroso lucro di risorse che, probabilmente, è tra i fattori ad aver contribuito alla morte della ragazza stessa, considerando che la cooperativa fattura circa 10 milioni di euro e non si sa bene sulla base di cosa dovrebbe effettuare tagli al personale come quelli avvenuti nel corso degli anni.

Ma, come in un cerchio della vita predeterminato, la differenza di trattamento si esplica nella sua verità autentica: è nera! E lo scopriamo ufficialmente quando Saviano dà il meglio di sé in un’intervista rilasciata a Gianni Riotta su Rai Storia, preannunciata trionfalmente da…Repubblica? Il Corriere della Sera? La Stampa? Noi lo abbiamo letto su Il Centro – Quotidiano d’Abruzzo del 3 gennaio 2017. Squillano trombe e c’è pathos, oltre all’amore e all’accoglienza. Il titolo “spot” è già tutto un programma: “Saviano: sogno sindaci africani per salvare il mio Sud martoriato”. Un capolavoro.

La trasmissione va ben oltre. Si parte dalle solite dichiarazioni democratiche, contro le dittature, contro Fidel Castro, condite dal solito pacifismo i cui splendidi risultati negli ultimi 10 anni conosciamo tutti (guerre nel Medio Oriente, nel Nord Africa, in Ucraina, terrorismo islamico, attentati e morti, sempre in nome del “squadra che perde non si cambia”, di cui sopra), poi si arriva al punto: “Sono meridionale appartengo a una generazione di migranti. Tutti i miei parenti sono migranti. Ho trovato circuitante questa acrimonia verso le migrazioni africane” più varie ed ulteriori banalità che credo sia inutile riepilogare integralmente in questa sede, tra le quali non può mancare la solita poesia malinconica del presunto deserto del Sud Italia: “Vedo distese completamente abbandonate, interi territori che possono essere il grimaldello in cui i migranti possono sconfiggere la cultura dell’omertà. Gli immigrati salveranno il sud Italia, sono in contiguità col mondo meridionale”.

Quindi, i migranti potrebbero essere – non si sa bene perché – migliori dei meridionali nel risolvere i problemi atavici del territorio, di conseguenza sarebbe giusto e sacrosanto favorire una colonizzazione del Mezzogiorno. Poco conta che le distese “deserte” esistano solo nella mente di Saviano, dal momento che l’Italia – e il Sud in particolare – ha una densità media per chilometro quadrato attualmente al 42esimo posto nel mondo (su circa 200 Stati esistenti nel globo), trovandosi indiscutibilmente nella fascia alta e più densa, demograficamente parlando, della mappa globale.

Poco conta che la disoccupazione giovanile al Sud sia oltre il 60% (contro il 40% della media nazionale), poco contano i quasi 3 milioni di senza lavoro italiani nel complesso: per Saviano bisognerebbe farsi colonizzare da centinaia di migliaia di immigrati africani, che dovrebbero contare al pari di chi già vive in casa propria ma senza nessun mezzo per andare avanti.

Alla domanda “è un fenomeno complesso, è complicato integrare in altre nazioni, mentre la gente vuole risposte semplici: quali potrebbero essere?”, Saviano ribatte con il colpo di genio, quello che tutti abbiamo pensato come risoluzione definitiva del problema. Ricordando la storia di Yvan Sagnet, l’immigrato camerunense che contribuì a far arrestare 16 persone responsabili di caporalato sfruttatore nelle zone di Rosarno e Nardò, in Puglia, la spara altissima e definitiva: “Sogno sindaci africani nel Sud Italia”. Geniale.

Da qui le reazioni del mondo politico “di destra”: Salvini che dice “sogno lui in Africa”, la Meloni che si accoda con “vada lui”, e il nostro ovviamente come può rispondere? Mi pare naturale, usando il jolly, la carta vincente, il trentuno salvi tutti della dialettica semicolta: dando del fascista a caso. “Io in Africa ci vado: accompagnerò Salvini magari a recuperare i fondi pubblici della Lega Nord finiti in Tanzania e Meloni a scusarsi per le atrocità commesse dal regime fascista nei territori ex coloniali, regime con cui lei politicamente è in continuità”, scrive sul suo profilo Facebook.

Per la miseria. Che senso della realtà e della storia. Potremmo fare lo stesso giochino, visto anche lui non è alieno dalle “continuità” che tanto critica negli altri, e forse dovrebbe saperlo, visto che seguendo il medesimo “ragionamento” dovrebbe chiedere scusa per i crimini perpetrati in secoli dall’imperialismo liberale britannico, contro il quale non mi pare apra granché bocca, pur difendendone eredi quale quello statunitense, sostenitore di un sistema economico che fa delle migrazioni di massa il principale veicolo di sfruttamento contro cui tanto egli si schiera.

Comunque, secondo l’ennesimo fine ragionamento “frutto di complessità e non di becero razzismo” del vate, Sagnet sarebbe addirittura la dimostrazione di un modello antropologico superiore e non un caso valido da prendere come esempio in generale: siamo dunque grosso modo ai livelli dei manifesti nazisti, ma in nome di una presunta umanità e onestà superiori di provenienza africana e sub-sahariana. Con l’aggravante di avere pure la faccia tosta di dichiararsi anti-razzista.

Che il Sud abbia avuto opere di denuncia da parte di suoi figli per così dire “naturali” (non vorremmo mai che qualcuno s’offenda ricordando che esistono e che, guarda un po’, sono la stragrande maggioranza della popolazione) del calibro di Giancarlo Siani, Beppe Alfano, lo stesso Peppino Impastato, giudici del calibro di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, poliziotti come Boris Giuliano, in altre parole non conta nulla.

Basta un ragazzo del Camerun a rendere esclusiva dell’estero addirittura la lotta individuale contro la criminalità, indi anche auspicare un futuro di politici di altre etnie e culture, insieme a migliaia di cittadini della stessa provenienza, per realizzare quell’Italia piena di uomini di colore e senza italiani che la sinistra mondialista sogna ormai da decenni.

Buon 2017 a tutti.

(di Stelio Fergola)