Marxismo Culturale o Teoria Critica? Analisi dell’evoluzione di un pensiero

Cosa si intende con «Marxismo Culturale»? Quale è stata le genesi di questo concetto, la sua evoluzione nel secolo passato? Quali sono i suoi esiti nella nostra contemporaneità postmoderna, dove i termini antitetici di «destra» e «sinistra», che hanno dominato il pensiero politico occidentale dalla morte di Hegel sino al crollo dell’Unione Sovietica, hanno perso, oltre alla loro pregnanza ideologica, anche la loro elementare contrapposizione dialettica e, quindi, il loro motivo d’essere?

Rispondere a queste domande è fondamentale per dimostrare che il complesso di idee riconducibili al Marxismo Culturale, attualmente, non solo rinnega i suoi iniziali presupposti teorico-ideologici: esso tutela persino gli interessi delle forze neo-liberali atlantiste che hanno innescato la rovina del marxismo storico ed hanno sferrato colpi devastanti a quelle strutture di tutela ed ordine sociale, caratteristiche non solo delle economie nazionali dell’Europa occidentale prima dell’introduzione della valuta unica, ma anche, in larga parte, di tutte le economie comuniste e socialiste della seconda metà del secolo scorso.

Di regola, si ritiene che il termine «Marxismo Culturale» sia stato coniato nel 1973 da Trent Schroyer, nel suo lavoro «The Critique of Domination: the Origins and Development of Critical Theory». In questo studio, Schroyer critica le posizioni sociologiche della cosiddetta Scuola di Francoforte, ritenendole una fonte di «marxismo culturale», vale a dire di una cultura totalitaria di massa che vincola la coscienza individuale a modelli di pensiero sociale arbitrariamente sacralizzati da tale scuola, i cui «simulacri» sono entrati nel linguaggio comune con marchi come «multiculturalismo», «politicamente corretto», «omofobia» ed altro.

In realtà, le origini storiche e concettuali del Marxismo Culturale sono completamente differenti e vanno fatte risalire al 1919. Un anno tragico per l’ideologia marxista, che vede il fallimento della rivoluzione berlinese e di quella di Budapest. Questi insuccessi spinsero i teorici marxisti Antonio Gramsci e Georg Lukacs a rifletterne sulle cause.

Sebbene Gramsci e Lukacs avessero formulato le proprie ipotesi autonomamente l’uno dall’altro, le conclusioni  cui giunsero furono identiche: i rivoluzionari tedeschi ed ungheresi avevano perso poiché era loro venuto meno, nel momento decisivo, l’appoggio delle masse proletarie. E tale appoggio era venuto meno per un motivo semplicissimo: la psicologia operaia era ancora legata al sistema di valori culturali ed etici della società capitalista, di cui non comprendeva ancora l’estraneità e l’ostilità alla propria natura sociale.

Prima di una definitiva vittoria militare e politica sul capitalismo, era quindi necessario rieducare psicologicamente le masse proletarie e renderle consapevoli dei propri reali interessi di classe, tramite un’infiltrazione sistematica negli organi di potere, di informazione, di educazione ed attraverso l’eliminazione dei principi religiosi, culturali ed etici su cui si fondava l’ordine capitalista.

Di conseguenza, nella sua elaborazione iniziale, il Marxismo Culturale non è altro che una strategia di rieducazione formulata per i soli specifici bisogni della rivoluzione proletaria e svolge una funzione puramente transitoria e strumentale, inquadrata in un rigido progetto di lotta di classe; non ha nulla in comune con le caratteristiche anarchico-cosmopolite che ne avrebbero invece costituito i tratti distintivi (in base alla definizione di Schroyer) nella seconda metà del ventesimo secolo e nella spirale globalizzatrice avviata dopo l’11 settembre 2001.

Come fu possibile un’evoluzione così anomala? Il fattore che determinò la radicale modifica del «genoma» del Marxismo Culturale, adattandolo alle realtà post-belliche occidentali e snaturandone completamente l’essenza, va ricercato nell’attività della già menzionata «Scuola di Francoforte», composta da pensatori come Theodor Adorno, Max Horkheimer, Eric Fromm, Wilhelm Reich ed Herbert Marcuse.

La «Scuola» venne fondata nel 1923 come «Istituto di ricerche sociali» nella città da cui prese il nome, ma raggiunse il suo picco di influenza negli USA (dove i suoi maggiori esponenti -quasi tutti di origine ebraica- avevano trovato rifugio dopo l’ascesa del nazismo in Germania) tramite lo sviluppo della «Teoria Critica».

La Teoria Critica si distanziò dal Marxismo Culturale originario in diversi punti di frattura. Il primo punto corrisponde alla convinzione secondo cui la cultura, contrariamente a quanto sostenevano Marx e i primi teorici del Marxismo Culturale, non era una semplice sovrastruttura della società capitalistica, ma un suo campo autonomo e strutturale.

In tal maniera la «Scuola», pur mutuando da Gramsci e soprattutto da Lukacs (da cui fu sempre fortemente influenzata, essendone stato uno dei padri fondatori) l’attitudine aggressiva verso la cultura occidentale, ne assolutizzò drammaticamente lo spettro d’azione, rivolgendolo non più solo contro quegli aspetti che avevano favorito l’affermarsi della borghesia e del capitalismo, ma contro lo stesso concetto di civiltà europea in sé: l’organica evoluzione millenaria di tale civiltà aveva avuto come sua conclusione logica la comparsa del nazismo e la tragedia del secondo conflitto mondiale.

Per la creazione di una nuova umanità e di un nuovo ordine, essa doveva essere completamente annientata. Come raggiungere un simile scopo? La soluzione venne proposta da Herbert Marcuse a partire dagli anni ’50: in un vago, forse inconscio richiamo alle teorie di Nietzsche, Marcuse consiglia di utilizzare il ressentiment dello «schiavo».

Vale a dire, la cultura occidentale -di regola patriarcale, gerarchica, orientata verso il patriottismo e la sovranità nazionale- deve essere scardinata da forze ad essa interne, ma da sempre discriminate e sottovalutate: le donne, gli omosessuali, gli allogeni di origine non europea, gli studenti.

Da questo progetto viene esclusa la classe operaia: secondo Marcuse, la psicologia operaia non può essere modificata, poiché in Occidente i proletari non aspirano ad altro che a divenire borghesi; il ruolo da essi svolto nell’ascesa del nazismo li ha discreditati completamente e li ha privati del diritto di essere forza attiva nella nuova rivoluzione. Questo secondo termine di frattura indica un tradimento gravissimo della causa marxista ed un reale punto di non ritorno.

Da questo momento la Teoria Critica della «Scuola» diviene l’assoluta negazione del vero Marxismo Culturale, poiché ne delegittima gli scopi e i cardini ideologici ineludibili. Ed in effetti: nell’idealizzazione del matriarcato (sino alle più ostili estremizzazioni femministe), nella creazione controllata, in Europa e negli USA, di mescolanze etniche dove far predominare fenotipi non caucasici (in altri termini, un genocidio vellutato dell’uomo «bianco», colpevole di aver ideato il nazismo e il fascismo); nella svalutazione di ogni tipo di educazione improntata a modelli di autorità morale e, soprattutto, nel negare ai proletari ogni funzione ed ogni valore nelle nuove dinamiche eversive -insomma, nelle sub-teorie derivate dai postulati fondamentali della «Scuola»- Gramsci e Lukacs avrebbero senz’altro visto, nel migliore dei casi, delle esecrabili derive trotzkiste. Nel peggiore, inammissibili aberrazioni etico-intellettuali di una borghesia occidentale alienata, dove «compagni» universitari di famiglie ricche e borghesi picchiano proletari divenuti poliziotti per sopravvivere.

Ora, il Marxismo Culturale e la Teoria Critica rimangono affini solo nella pars destruens: annullamento di una tradizione culturale ostile e modellamento di un nuovo pensiero sociale di massa tramite accorti metodi di infiltrazione poco visibili all’opinione pubblica, ma inflessibilmente ramificati e capillarizzati. Nella pars construens, la Teoria Critica, a differenza del Marxismo Culturale, mostra invece un grave difetto di sistema che consiste nella completa assenza di un reale vettore teleologico.

Mentre, infatti, il Marxismo Culturale realizza la propria attività di «ingegneria sociale» tramite e verso un gruppo monolitico (la classe proletaria) per il raggiungimento di uno scopo assolutamente concreto (la vittoria del marxismo e della rivoluzione comunista), la Teoria Critica, in virtù delle proprie scelte metodologiche, si trova costretta ad operare attraverso elementi eterogenei, senza istanze sociali comuni (a parte il già menzionato rancore per la cultura dominante), con un sentimento di appartenenza di classe tendenzialmente inesistente, per il raggiungimento di un nuovo sistema dai contorni estremamente ambigui e confusi.

Vale a dire: l’insufficiente assertività nel definire gli scopi effettivi da perseguire, ha posto la Teoria Critica nella necessità di delegare la realizzazione della pars construens, del proprio programma, a terzi fattori che fossero stati in grado di dare una pur minima coesione strategica e concettuale al caotico materiale eversivo proposto. Questa debolezza strutturale ha, potenzialmente, reso la Teoria Critica facile preda di forze sociali estranee ed ostili allo stesso contesto ideologico marxista da cui essa era originariamente sorta. Cosa che si è puntualmente verificata nella realtà storica: il progetto rivoluzionario della «Scuola» è stato ripreso, patrocinato e promosso dai gruppi neoliberali della finanza globale.

Un simile esito è illogico solo in apparenza. In realtà, è profondamente coerente per una serie di ragioni:

1) la Teoria Critica esclude dal nuovo ordine la classe operaia e la classe media occidentale, vale a dire, quegli elementi produttivi della società che la finanza globale, interessata ad avere una forza-lavoro essenzialmente gratuita e priva di diritti, ha sempre visto come naturali antagonisti storici, e le sostituisce con una massa allogena estremamente controllabile e male organizzata;

2) la disunità dei fattori sociali eversivi proposti dalla Teoria Critica li rende strumentalizzabili e dipendenti dal «committente», col solo obbligo per quest’ultimo di conferire loro un prestigio sociale fittizio;

3) l’assenza di un reale vettore teleologico in cui inquadrare il nuovo ordine e l’accentuazione del messaggio di completo affrancamento degli elementi eversivi da ogni tradizionale ordine costituito, permettono al «committente» di creare un caos storico-sociale da utilizzare esclusivamente per i propri scopi (creazione di un proprio nuovo ordine, ironicamente molto più autoritario e livellatore degli ordini tradizionali eliminati);

4) la segretezza delle azioni di condizionamento, riduce esponenzialmente i costi che sarebbero derivati da un confronto diretto con le strutture da influenzare e successivamente eliminare e, allo stesso tempo, assicura un effetto devastante su tali strutture grazie agli strumenti di propaganda indiretta (mezzi di informazione, istruzione universitaria, apparati think-tanks, NGO, industria dell’intrattenimento ecc.) a completa disposizione del «committente» e capillarmente diffusi nei tessuti socio-statali infiltrati.

Sia chiaro: lo schema eversivo della «Scuola», nella sua contemporanea degenerazione globalista, non ha alcuna attinenza alle dinamiche tecniche con cui l’elite bancaria sta delegittimando la sovranità monetaria e politica delle Nazioni. Non è questa la sua funzione.

La Teoria Critica opera esclusivamente sul fattore umano, ed in questo bisogna rendere omaggio alla lungimiranza strategica dei neoliberali: nonostante la sua discutibilità, l’esperimento di ingegneria sociale della Teoria Critica sta avendo infatti un impatto eccezionale nel paralizzare prima, spezzare poi, l’opposizione psicologica del nucleo irrinunciabile delle Nazioni fagocitate -l’uomo europeo. Uomo nel senso di vir, mas, unico reale creatore della civiltà europea grazie alla sua autonomia intellettuale, operosità, creatività, insofferenza ad influenze esterne ed estranee.

La ginecocrazia feroce imposta nelle università (soprattutto nel settore umanistico), i messaggi trasmessi dall’industria dell’intrattenimento e nel campo giudiziario, hanno convinto il vir europeo della propria inconsistenza fisica, intellettuale, morale, giuridica. Il tema gender lo ha convinto dell’inconsistenza della dignità conferita al suo sesso dalla Natura. Il caos seguito alle migrazioni provocate dalle guerre colonialiste della finanza globale, lo ha convinto dell’inconsistenza politica delle Nazioni in cui vive.

La svalutazione e l’anarchizzazione dell’istruzione tradizionale, incentrata sul rispetto gerarchico e sullo studio attento della cultura nazionale, lo hanno convinto dell’inutilità di combattere per la rinascita della propria Nazione, poiché tale istruzione ha prodotto una generazione di politici, docenti universitari, legislatori, economisti, ed intellettuali che ha venduto l’autonomia delle rispettive Nazioni per potere e profitto (la celebre generazione del ’68, insomma), e sta producendo generazioni prive della preparazione e della disciplina necessarie a riacquistare la propria libertà…

Ma si stanno toccando ormai argomenti non contemplati negli scopi fissati per il presente articolo, dove ho avuto intenzione di dimostrare un solo fatto: ritenere che il piano di propaganda totalitaria in atto abbia ancora qualcosa del Marxismo Culturale originario ed indica una completa ignoranza della complessa evoluzione di questo concetto.

(di Claudio Napoli)