Il culto della personalità e l’uomo sovietico

L’espressione “culto della personalità” apparve per la prima volta nella Russia del XIX secolo e si trattava essenzialmente del culto del genio di un determinato personaggio storico. In quel periodo lo scontro tra slavofili e occidentalisti (le due correnti di pensiero che dibattevano sul passato e sul futuro della Russia) era particolarmente duro e verteva sulla figura di Pietro I il Grande.

I primi consideravano l’europeizzazione del Paese voluta dall’autocrate come un tradimento dei valori russi mentre i secondi lodavano, appunto, il genio dello Zar che aveva instradato la Russia sulla via del progresso. In seguito, la discussione sulla personalità si spostò in un altro campo, ovvero quello della Rivoluzione. La domanda che alcuni filosofi come Bakunin ed Herzen si ponevano era: che ruolo aveva all’interno del fenomeno rivoluzionario?

Per Bakunin la rivolta individuale era sacra ed era alla base di qualunque rivoluzione. Per Herzen, invece, essa era alla base del fanatismo di chi voleva incarnare il destino rivoluzionario in una persona. Il tema “Rivoluzione e Personalità” verrà ripreso, ovviamente, dal simbolo dei bolscevichi, quindi da Lenin, secondo cui un piccolo gruppo di uomini di talento doveva ottenere il ruolo di guida del movimento rivoluzionario.

Per Lenin solo i migliori erano destinati a comandare la maggioranza: l’élite doveva essere composta da dei professionisti della Rivoluzione che avrebbero condotto la guerra civile contro le forze reazionarie. Lo scrittore marxista Maksim Gor’kij prenderà ad esempio la figura di Lenin, descrivendolo come una personalità sovraumana che rappresentava la volontà del popolo. Un condottiero in grado di formare l’uomo nuovo russo.

Egli era, quindi, il superuomo, un Prometeo contemporaneo in grado di forgiare un grandioso futuro per l’umanità. Con la morte di Lenin, sarà Stalin a continuare a costruire il mito intorno alla figura del suo maestro che diverrà il “genio della Rivoluzione, l’unica guida (in russo Vožd) in grado di comprendere il senso della storia stessa e, appunto, capace di creare l’uomo del futuro, l’uomo sovietico (questa definizione verrà poi latinizzata da Zinovev, ma in senso fortemente critico del sistema, diventando Homo Sovieticus).

Durante l’epoca staliniana, uno dei punti cardine delle politiche del Segretario del PCUS fu proprio la formazione dell’uomo sovietico attraverso una serie di eventi che dovevano ispirare i cittadini dell’URSS e coinvolgerli nella costruzione dell’avvenire socialista. Questi eventi affascinarono anche un personaggio come Nikolaj Ustrjalov che durante la guerra civile aveva combattuto tra le fila dei bianchi e, alla fine di essa, era stato esiliato ad Harbin.

Nei suoi diari Ustrjalov ci parla della sua ammirazione per le immense parate militari, per il fervore con cui i cittadini sovietici partecipavano alla costruzione di ferrovie, ponti e di edifici di ogni genere, desiderosi di contribuire anche loro alla grandezza dell’Unione Sovietica.

Negli anni ’30, un esempio del lavoratore socialista divenne Aleksej Stachanov, minatore che ideò un modo più efficiente per estrarre il carbone, aumentando enormemente la produttività della sua squadra di lavoro. Questo personaggio venne esaltato dal Partito che, anche grazie alla propaganda, lo celebrò come modello ideale di lavoratore e di uomo a cui tutti i proletari dovevano tendere. Con la fine del periodo staliniano, Nikita Chruščev cercò di contrastare il culto della personalità, criticando aspramente la figura di Stalin e tentò di creare un nuovo homo sovieticus, che avrebbe dovuto portare in vent’anni l’Unione Sovietica dal socialismo al comunismo. L’evoluzione della Guerra fredda e i dissidi interni al Partito, modificarono radicalmente i piani di Chruščev. Il suo progetto naufragò nella stagnazione brezneviana e con esso l’ultimo tentativo di dare un volto nuovo all’uomo sovietico.

(di Marco Montanari)