Comunismo, sinistra e patriottismo: al di là dei luoghi comuni

Da diversi decenni è diffusa l’idea, o per meglio dire il preconcetto, che il marxismo sia qualcosa di antipatriottico e riconducibile in ambito politico alla “sinistra”. Tale preconcetto è alimentato sia in ambienti di destra, in chiave denigratoria, che in ambienti di sinistra, in chiave apologetica. In realtà niente potrebbe essere più falso. Le categorie di destra, centro e sinistra in ambito politico affondano le loro origini nella composizione della Convenzione nella Francia rivoluzionaria del 1789, dove queste categorie si riferivano alla posizione occupata dai vari partiti e dalle varie formazioni nella sede della Convenzione stessa.

La destra era rappresentata/occupata dai girondini, moderati e conservatori; la sinistra dai giacobini progressisti e rivoluzionari; il centro dalla cosiddetta “Palude”, ossia coloro che non avevano una precisa linea politica o comunque non si riconoscevano appieno né nell’una né nell’altra parte.

Nelle società capitaliste di oggi si riprendono queste divisioni con gli schieramenti che ricordano le ideologie della Francia del 1789, per la ragione principale che queste devono la loro origine alla Francia rivoluzionaria, e la classe sociale al potere nell’Occidente odierno è la stessa che in maniera più immediata insorse contro Luigi XVI: la borghesia. In realtà non ha senso catalogare i comunisti o i neofascisti come “di sinistra” o “di destra”, primo perché queste ideologie non esistevano a quel tempo, e secondo perché laddove sono state al potere (e lo sono ancora nel caso del comunismo), i loro rappresentanti occupano tutti o quasi i posti del parlamento, non una parte sola. Per quanto riguarda più nello specifico il marxismo, la credenza che esso sia antipatriottico è uno stereotipo senza alcuna base concreta.

Troppo spesso, sia tra i suoi detrattori che tra i suoi (almeno a parole) sostenitori, si tende a confondere l’internazionalismo proletario con il cosmopolitismo. In realtà, se si conoscono le parole di Lenin nel suo scritto Sull’orgoglio nazionale dei grandi-russi (1914) o quelle di Mao in Il ruolo del Partito Comunista Cinese nella guerra nazionale (1938), così come l’impostazione ideologica di tutti i paesi socialisti sin qui esistiti, si constata assai facilmente che il patriottismo è una concezione fondamentale di ogni comunista che si rispetti. Solo i trotzkisti vecchi e nuovi lo negano, col pretesto di una ormai superata e anacronistica teoria della “rivoluzione mondiale contemporanea”.

Da quando infatti il capitalismo ha intrapreso il suo sviluppo “a sbalzi”, non più equilibrato come nell’Ottocento, non è più possibile pensare a una “rivoluzione mondiale contemporanea”, a causa della diversità dello sviluppo economico di ciascun paese come delle condizioni soggettive dominanti nelle coscienze di ciascun popolo. La lotta rivoluzionaria stessa, in fin dei conti, è un atto patriottico: essere pronti a dare la propria vita per la salvezza del proprio paese.

Ciò non significa, beninteso, che si debbano trascurare i propri doveri di aiuto e sostegno agli altri popoli, ma che è indispensabile recuperare un comune senso di patria al fine di trovare insieme una soluzione che possa tirarci fuori dalla melma in cui ci hanno gettati il mondialismo e la globalizzazione capitalistica. È indispensabile unirci anche con chi ha idee diverse, perché ciò che conta adesso è quanto e cosa si è disposti a fare per il nostro paese. In ciò possiamo, potremo e senza dubbio saremo di esempio anche agli altri popoli. Nessuno si salverà da solo.

(di Jean Claude Martini)