“Imagine”, il manifesto mondialista di John Lennon

Insieme a All Things Must Pass (1970) di George HarrisonImagine (1971) di John Lennon rappresenta l’album più celebre e significativo dell’era post-Beatles. Dopo la parentesi sperimentale e il primo vero e proprio album in studio (il capolavoro John Lennon/Plastic Ono Band del 1970), Lennon dà alla stampe un LP frutto della conflittualità con l’eterno amico-rivale Paul McCartney, condito di dissapori e rancori che vennero esplicitati nell’emblematica How do you sleep?, come ammise successivamente Lennon nel 1980: «Usai il mio risentimento verso Paul… per creare una canzone… non era una vendetta terribile e crudele… Utilizzai semplicemente il mio risentimento verso di lui e l’allontanamento dai Beatles, e i rapporti con Paul, per comporre How Do You Sleep. Non è che me ne vado sempre in giro con quei pensieri in testa… ».

È in questo contesto che John Lennon compone il brano omonimo che dà il titolo all’album, palesemente ispirato da alcuni passaggi contenuti nella raccolta di poesie di Yoko Ono, Grapefruit. Alle note del piano, delicate e ovattate, si intrecciano le celebri parole che sono diventate un inno universale alla pace, benché Lennon, poco dopo l’uscita del brano, disse che «Imagine è il manifesto del Partito comunista messo in musica» o una versione di «Working Class hero» – canzone di protesta dai toni decisamente meno ecumenici – «con l’aggiunta di un po’ di zucchero». Ma Lennon è un’artista benestante, non un politologo, un’analista o uno storico, pertanto le sue dichiarazioni sul vero significato di «Imagine» non devono essere prese alla lettera o trarre in inganno.

A ben guardare, egli in quel periodo è in realtà vicino a dei gruppi della cosiddetta sinistra «radical» americana che con il socialismo nulla avevano a che che spartire e più che interessarsi alle diatribe tra trotzkisti e maoisti, preferisce sposare le cause dei diritti civili, a favore della liberalizzazione della marijuana e contro la guerra in Vietnam. John Lennon e Yoko Ono, all’alba degli anni ’70, entrano a far parte del mondo “radical chic” newyorchese, dominato da due note figure della controcultura, quelle di Jerry Rubin e Abbie Hoffman, leader degli yippies (Youth International Party), la fazione politica più alternativa e un po’ freak di New York City* (Roberto Caselli, http://jamtv.it/content/working-class-hero).

Di fatto era più sensibile alle istanze dei radicali nostrani, se dobbiamo fare un paragone, che non a quelle dei Partiti Comunisti dell’epoca. Ma basterebbe leggere il testo con la dovuta attenzione per comprendere ciò. «Immagina che non ci siano nazioni / non è difficile da fare / niente per cui uccidere o morire / E nessuna religione / Immagina tutta la gente / Vivere la vita in pace / Puoi dire che sono un sognatore / ma non sono l’unico / spero che un giorno ti unirai a noi / E il mondo sarà un’unica entità”: sono versi incompatibili con il marxismo, promotori semmai della più sprezzante politica mondialista, senza confini e identità, di cui la sinistra liberaldemocratica – anche «radicale» – è fautrice. Se quindi «Imagine» deve essere elevato a manifesto, lo è senz’altro del «Partito Mondialista».

(di Roberto Vivaldelli)