Carmelo Bene, l’ultimo istrione italiano

“È con infinita agape, molto più che schopenhaueriana, che ho compreso, senza per questo immedesimarmi, di essere di fronte a una platea di morti”. Basterebbe questa massima piena di sprezzo quanto di talento pronunciata al Maurizio Costanzo show del 27 giugno 1994, per descrivere Carmelo Bene. O non basterebbero neanche una galassia di parole per onorare e narrare la vita, le opere e il talento di quello che, senza il minimo azzardo, potremmo chiamare il “Céline del teatro”; una vita vissuta pericolosamente, sempre sul filo del palcoscenico, della censura, genio incompreso o forse compreso troppo bene, sprezzante quanto amorevole, sconcio e colto, pugliese verace e nel contempo di “nessun luogo”, pronto a litigare e criticare tutti, da Edoardo ad Albertazzi. Fascista per alcuni, anarchico per altri, insomma: Carmelo Bene.

Un uomo, un poeta del palcoscenico nato a Campi Salentina nel 1937 e vissuto in un mondo parallelo, contornato da idee talmente innovative che lo facevano passare per quello che in fondo non era, un provocatore. Bene veniva etichettato così solo perché sincero e non conforme, tanto da non riuscire ad omologarsi e a rifiutare finanche l’accademia, reputandola “inutile e cara, perché non sempre quello che è caro poi è utile”. Cresciuto artisticamente in un mondo fintamente anticonformista, a cui lui contrapponeva il futurismo, la sua formazione cattolica, il suo mai rinnegato provincialismo, facendo storcere il naso alla maggioranza progressista e “laica fondamentalista”con la sua devozione al “frate asino”, San Giuseppe da Copertino che “sapeva si lievitare, ma era talmente ignorante da essere analfabeta” – come dichiarò alla “Gazzetta del mezzogiorno”.

Come abbiamo già detto, Bene è stato forse più Céline che Artaud, dissacratore sincero di ciò che detestava, smontò Dario Fo e Benigni in quanto “troppo normali” affermando che “una persona che si ritiene per bene non può che detestarli”. Riteneva l’illuminismo “la più grande truffa ideologica mai esistita. Se non altro è servito a farmi diventare convintamente reazionario”.

Debutterà con il Caligola di Albert Camus, nel 1959, in un teatro abusivo di Trastevere subito chiuso dalla polizia (oggi riaperto ed intitolato proprio a lui): da allora diventò “l’uomo teatro”, due cose perfettamente e maledettamente inscindibili, dalla sua idea e corpo. A farlo conoscere alla grande platea fu Pasolini, scegliendolo per “Edipo Re”: nel tempo “sacrificò” la sua voce alla “phonè”(dal greco: rumore) , storpiandola strillando, fino ad infastidire il suo stesso pubblico.

Nel 1961 dà vita allo “Spettacolo Majakovskij”, di cui vogliamo narrare un aneddoto che lui mai confermò né smentì, ossia quello di aver orinato sul pubblico, anche se molti testimoni affermeranno che a compiere questo gesto fu un cittadino argentino che aveva riconosciuto l’ambasciatore del suo paese tra il pubblico. La leggenda di questo episodio lo accompagnerà fino alla morte, così come la scoperta del “non teatro” o della “crudeltà” di Artaud, a cui sarà paragonato spesso e volentieri, scoperta da cui comunque nascerà una delle sue pietre miliari, “Nostra signora dei Turchi”, con cui si aggiudicherà il Premio speciale della Giuria al Festival di Venezia nel 1970. Da allora sarà famoso, quanto scomodo e mediatico nella suo andare controcorrente che, ironia della sorte, lo farà diventare un personaggio ricercato dalle trasmissioni televisive.

Non ha ancora trent’anni quando scrive il suo romanzo Nostra Signora dei Turchi. Ha già diretto come autore, e regista una decina di spettacoli. Dieci spettacoli, dieci polemiche clamorose. È un istrione? Oppure: è un genio? È un mistificatore? Su questi giudizi il pubblico e la critica si danno battaglia. La televisione “popolare” lo ricorda più per le ospitate al Maurizio Costanzo, quella più alta per “Quattro modi di morire in versi: Majakowski, Blok, Esenin, Pasternak” con la collaborazione di Roberto Lerici e Angelo Maria Ripellino, che otterrà un grande successo di pubblico e critica e un indice d’ascolto elevatissimo. Il Céline del teatro lascerà il mondo terreno per concedersi all’eternità il 16 marzo del 2002 a Roma.

E le parole di Giancarlo Dotto, scrittore, giornalista, ma soprattutto amico e biografo di Bene, sono la migliore conclusione, il miglior epitaffio: «Non è solo l’amico che manca, ma quella voce, chissà dov’è andata, quella voce che ci dava calma e forza, quella voce che dà la nostalgia di tutto ciò che abbiamo perduto senza avere mai avuto».

di Luigi Ciancio