Una rinascita del Socialismo arabo contro lo Stato Islamico

Allo Stato Islamico di Siria ed Iraq bisognerebbe contrapporre un Medio-Oriente nazionale, socialista ed anti-islamista, riattivando laddove possibile i fermenti religiosi pagani degli Ariani d’Assiria, dei sumeri e dei babilonesi. L’Iraq di Saddam Hussein fu maestro in questo e sarebbe il modello perfetto dal quale l’Islam moderato potrebbe trarre ispirazione al fine di fare una “Guerra Patriottica”, sul modello sovietico per difendere la propria immagine agli occhi dal mondo, le proprie radici culturali e, soprattutto storiche, andate progressivamente in frantumi con le distruzioni di monumenti millenari in quel di Palmira e Mosul ad opera della metastasi dell’integralismo islamico.

Nessuno come Saddam Hussein, all’interno dello scacchiere mediorientale, fu capace di tessere perfettamente gli equilibri religiosi tra sunniti e sciiti, tenere a bada i deliri salafiti e garantire una piena tutela e libertà di culto alla parte cristiana del Paese. Meglio di chiunque altro capo di Stato baathista appartenente alla Lega Araba. Saddam Hussein si era formato nelle università laiche degli anni ’50 sulla scia dell’insegnamento di Nasser. Leggendo Marx, Hitler e la storia dell’hegelismo del XX secolo. È da questi studi, queste filosofie e dogmi che le coalizioni arabe e le nuove generazioni in seno ad esse devono partire per sconfiggere definitivamente i nuovi Osama Bin Laden, che prendono il nome di Abū Bakr al-Baghdādī, cresciuti studiando i deliri del salafismo e del wahabismo.


È da questi valori che un nuovo laicismo baathista potrà trionfare e scalzare l’oscurantismo teocratico che si è già parzialmente instaurato e si instaurerebbe nella sua più drammatica violenza qualora la decisione odierna del G 20 di fornire a Bashar al-Assad un’uscita di scena dovesse realmente accadere. Ai tempi, in un Occidente miope, solo Jörg Haider e Bettino Craxi compresero la grande utilità di Saddam Hussein e del suo socialismo nazionale, ed alla luce degli eventi odierni, dove l’Iraq vive una crisi politico-economico sociale senza precedenti, dove i Tony Blair di turno piangono degli errori geopolitici di cui sono stati protagonisti nel 2003, possiamo dire che la loro visione fu alquanto profetica.

(di Davide Pellegrino)