Da dove nasce Sinistra Ecologia Libertà?

Il partito Sinistra Ecologia Libertà, fondato nel 2009 dall’unione di quattro precedenti partiti di sinistra minori, è (penso non ci sia troppo bisogno di ripeterlo, per il follower medio di questa pagina) l’emblema di tutto ciò che è superfluo e dannoso a sinistra e, in generale, nella politica attuale.

Etnomasochismo estremo, paternalismo nauseante verso gli immigrati (con i quali vengono applicati rigorosamente due pesi e due misure rispetto agli italiani/europei), dirittocivilismo e libertarismo fini a sé stessi, e infine un po’ di ecologia e di lessico socialista usato a sproposito (classe operaia, antifascismo, etc.) creano un mix perfetto per una specie di demagogia idealistica, atta a mascherare il vuoto cosmico del programma del partito su temi che non siano i diritti civili e a sedurre giovani che, ancora completamente a digiuno di mondo del lavoro, di tasse, di vita famigliare, di tutto ciò che realmente conta nella vita quotidiana del cittadino medio, pensano sul serio che gli ideali, le belle parole e la marijuana siano le priorità della politica.

Non a caso i sostenitori del partito, oltre che provenienti dalle fasce che esso tende a viziare, come gli omosessuali, sono soprattutto giovani: ne è una prova il fatto che al Senato (dove non vota la fascia 18-25 anni) SEL non ha nemmeno un seggio, a fronte dei 32 che ha nella Camera dei Deputati.

Sorge una domanda: un partito siffatto, che bada istericamente a qualsiasi cosa non sia il bene comune e nazionale, completamente alieno dalle reali urgenze ed esigenze popolari, da dove può essere nato? Qual è la genealogia di una visione del mondo così straniata? Si badi che molte delle considerazioni seguenti sono tranquillamente applicabili a tutti i partiti di sinistra arcobaleno italiani ed europei. Prendo SEL perché si tratta di un caso particolarmente estremo.

Le radici di SEL vanno ricercate nei movimenti e nelle ideologie del Sessantotto, nelle sue istanze più scalcagnate e utopistiche. Fondamentale è l’influsso della New Left: ideologia nata negli anni ‘60 da una interpretazione piuttosto tendenziosa e forzata del marxismo il quale, nel frattempo, aveva ampiamente deluso, a causa degli sviluppi autoritari e burocratici dell’URSS e degli altri paesi praticanti il socialismo reale, e il mancato avverarsi delle previsioni di Marx sul capitalismo e sulla società. In generale i movimenti New Left proponevano una spostamento delle rivendicazioni della sinistra dai diritti ed esigenze della classe operaia ad altri temi come il libertarismo (“vietato vietare” era uno degli slogan dei movimenti), la difesa delle minoranze, l’antiautoritarismo, il pacifismo. Questa tendenza avrebbe avuto un felice incontro con i fenomeni controculturali e giovanili sviluppatisi alla fine degli anni ‘60: movimenti hippie, contestazioni studentesche, e via dicendo.

Particolarmente significativa è l’esperienza dello Youth International Party americano: partito fondato nel 1967 dall’attivista Abbie Hoffman, esso presentava già in nuce le caratteristiche del moderno partito di sinistra arcobaleno: liberalizzazioni varie, pacifismo, ecologismo, tanta utopia, programma politico vuoto (incentrato su un anarchismo vago e canzonatorio verso l’establishment) e una forte tendenza verso i giovani. Questi movimenti nacquero a seguito del forte impatto sociale che ebbe il grande aumento del benessere generale fra gli anni ‘50 e ‘60.

I giovani beneficiari di questo nuovo stato di cose, non avendo più da badare allo spettro della fame, della mancanza del lavoro, della guerra, viventi in un periodo di grande fermento ideologico e politico (la fine della Rivoluzione Cubana nel 1959, la Rivoluzione Culturale cinese del 1966, la Primavera di Praga del 1968), potevano rivolgere il loro slancio entusiastico verso altre rivendicazioni, ignorando le reali esigenze della vita adulta che ancora non sentivano (lavoro, mantenimento…) oppure relegandole in vaghe proiezioni di stampo utopistico (“la rivoluzione dell’indomani” di cui parla Pasolini).

SEL, dunque (non penso ci sia bisogno di ripeterlo), altro non è che l’ultimo stadio di un imborghesimento dell’ideologia ormai non più socialista, caduta in mano a ragazzi esaltati la cui priorità era avere lo spinello per i loro concerti, inneggiando istericamente a una libertà di cui non avrebbero saputo dare una definizione coerente e responsabile. È la zuppa riscaldata di un movimento che non aveva nulla da dire. Giova concludere con un aforisma del grande filosofo colombiano Nicolas Gomez Davila: “la libertà non è un fine, ma un mezzo. Chi la prende per fine non sa che farsene quando la ottiene”.

(di Mattia Carli)