Copti egiziani, un baluardo contro l’islamismo

2011. Piazza Tahrir. I manifestanti sfilano a decine di migliaia per chiedere le dimissioni del presidente Hosni Mubarak. Decine di televisioni occidentali riprendono la fiumana che invade le piazze, i media esultano, erroneamente immaginando un futuro radioso per un Egitto finalmente “democratico”. Tra la folla si nota appena che qualcuno ha innalzato una copia del Corano, subito seguita da un’altra che regge una croce, le braccia si intrecciano in un gesto dal sapore antico.

Era dal 1919, anno della prima grande rivoluzione contro la dominazione britannica che non garriva al vento la “bandiera degli egiziani” (una croce e una mezzaluna in campo verde). Allora le motivazioni degli scontri e delle manifestazioni erano differenti, si trattava di cacciare una potenza straniera dal suolo nazionale, una potenza che da troppo tempo sfruttava le risorse energetiche egiziane ma che con astuzia riuscì a mantenerle tacitamente ancora per almeno 40 anni. Fu l’odio verso i britannici che per la prima volta unì insieme, musulmani e copti. La minoranza cristiana dopotutto fu artefice del risvegli nazionalista egiziano.

Nella prima decade del novecento più o meno in tutti gli stati sottomessi alla corona britannica si assiste ad un ritorno alle radici storiche del popolo di appartenenza. E così, mentre in Irlanda si riscopre la lingua gaelica e in India rinasce la concezione di “Bharat” (India in sanscrito), in Egitto fu la minoranza cristiana a promuovere il concetto di Faraonismo, concetto riassumibile nello slogan “l’Egitto agli egiziani” senza distinzioni di credo. Questa ideologia non si esauriva nel solo campo politico, ma comprendeva anche quello culturale; ai copti si unirono diversi esponenti dell’elites culturale musulmana (Taha Hussein su tutti) che sostenevano la comunanza d’origine tra civiltà araba e occidentale mediterranea, in particolare quella greca.

Un rifiorire di studi orientali, di letteratura pre-islamica, di arte e architettura faraonica investì l’Egitto nel corso di tutti gli anni venti, mentre i rapporti tra il WAFD, il partito di maggioranza (a dire il vero, l’unico partito), e la minoranza copta si fecero sempre più stringenti tanto da portare l’opinione pubblica ad identificare, nel bene e nel male, i cristiani col governo. Nel 1922 l’Inghilterra concesse all’Egitto l’indipendenza e la creazione di una monarchia costituzionale, le riforme liberali del governo risollevarono l’economia ma i loro rapporti (mai del tutto interrotti) con la potenza straniera non fecero che acuire il sentimento nazionalista e militarista. Inoltre, in una società in cui la politica offriva poco o nulla, la religione diventò sempre più un segno distintivo. Il vero errore del Wafd, più che fu quello di non aver mai parlato di religione.

L’idillio tra governo e popolo egiziano si ruppe definitivamente dopo gli accordi siglati nel 1936 con la corona britannica visti dalla maggioranza degli egiziani come un tradimento (gli accordi prevedevano il ritiro completo delle truppe inglesi dall’Egitto ad eccezione del canale di Suez). Fu allora che si scatenarono i raid della neonata Fratellanza Musulmana contro le chiese e le scuole cristiane. Il Faraonismo aveva definitivamente fallito e lasciò spazio a quel rinascimento islamista con cui ancora oggi tutti si trovano a confrontarsi. Il sentimento anti-cristiano investì tutta la società civile egiziana: gradualmente i copti vennero rimpiazzati negli incarichi statali da musulmani; una legge del 1933 prevedeva che un terzo delle ore di lezione nelle scuole fosse in materia religiosa islamica; questa tendenza all’islamizzazione della società è ben evidenziata da un dato che mostra come dal 1930 almeno 600 copti si convertivano all’islam ogni anno.

Di fronte all’avanzare dell’islamismo la stampa copta reagì denunciando sia i Fratelli Musulmani che il governo che non fece nulla per arginare questo fenomeno. Salama Musa, copto, socialista, direttore del quotidiano “Misr” fu il personaggio più attivo nell’azione di denuncia dei crimini contro i copti. Sul suo giornale venivano elencati tutti gli omicidi e i soprusi compiuti dalla Fratellanza con il tacito consenso delle autorità.

Le chiese venivano chiuse mentre agli imam era concesso di girare per le strade delle città con megafoni montati sulle auto gridando “c’è solo una religione”; nel 1946 il giornale dei Fratelli Musulmani ottenne l’appoggio economico del governo, sancendo così un’alleanza tra monarchia e organizzazione islamista in funzione anti-Wafd e, di conseguenza, anti-copta. Fu allora che lo stesso Musa invitò l’intera comunità copta a passare all’azione: “La codardia e la paura non porteranno a nulla di buono, noi siamo pronti ad ogni sacrificio come lo furono i nostri antenati.” La reazione copta non si fece attendere.

Per contrastare le bande islamiste della “Società di Muhammad”, i cristiani costituirono i “Confratelli Copti” che avevano il loro braccio armato nei “Soldati dell’Esercito Cristiano” con tanto di reparti giovanili, la “Gioventù di Gesù”. Gli scontri tra paramilitari cristiani e musulmani continuarono fino alla rivoluzione Nasseriana del 1953. Nasser perseguitò aspramente i Fratelli Musulmani pur non mostrando nessuna simpatia verso i cristiani copti, nemmeno dopo che Papa Cirillo VI si schierò apertamente a favore dell’intervento egiziano nella guerra dei sei giorni contro Israele. Con Sadat le cose sembrarono migliorare per la comunità cristiana anche se fu concesso alla fratellanza musulmana di tornare sulla scena politica (probabilmente con lo scopo di indebolire le frange di giovani comunisti che preoccupavano il presidente).

Papa Shenouda III fu il primo a denunciare alle autorità l’orrenda pratica (in uso anche oggi) del rapimento di giovani donne copte costrette a matrimoni e conversioni forzate. Negli anni ‘80 ricominciarono le violenze degli islamisti radicali e in seguito ad una massiccia manifestazione di protesta, Nasser fece arrestare Shenuoda III e lo fece rimpiazzare con uno (mai riconosciuto dai fedeli) più “collaborativo”. Negli anni ’90 gli attacchi contro la minoranza cristiana aumentarono esponenzialmente (591 tra il 1994 e il 1999) spesso coperti dagli organi di polizia. Per queste ragioni i copti sono scesi in piazza contro Mubarak nel 2011 e per le stesse ragioni hanno appoggiato il colpo di stato del Generale Al-Sisi nel 2013.

Dopo la decapitazione da parte dell’ISIS di 21 copti sulle spiagge della Libia, il neo presidente ha ordinato lo sblocco dei lavori di ricostruzione di diverse chiese (fermi ormai da quasi vent’anni). Al-Sisi è inoltre stato il primo presidente egiziano a presenziare alla messa di Natale nella cattedrale di S.Marco scusandosi a nome di tutti i musulmani egiziani per le violenze commesse ai danni dei cristiani e promettendo rispetto per le minoranze religiose. Le tensioni, le contraddizioni e le violenze continuano e il destino dei copti rimane ancora oggi incerto. Attaccati ad un passato glorioso, feriti ma non vinti, fieri e fedeli, i copti vegliano, levando ancora alta la croce aspettando una nuova alba per l’Egitto.

(di Costantino Leoni)