Breve racconto di lucana “Accoglienza”

 

Ci tenevo a condividere un episodio accadutomi qualche tempo fa. Esso, sulle note della canzone chiamata “il ballo del cavallo”, ha fatto scatenare un’intera sala per poi, davanti un bicchiere di Aglianico del Vulture, far calare quei dieci minuti di depressione caspica.

Sono stato invitato a un matrimonio di un caro amico di infanzia. Appena entrato nel ristorante dove si tiene il ricevimento mi viene incontro un’ ex compagna di liceo che non vedevo almeno da cinque anni. Mi saluta calorosamente e, dopo le solite frasi di circostanza, dice: “Sai, lavoro con la cooperativa Auxilium, abbiamo preso in gestione l’ex hotel Borea di Fardella [ndr: paese distante 10 km dal mio]. Lì abbiamo collocato 72 richiedenti asilo [ndr: la cittadina in sé non supera i 1000 abitanti], sarei comunque passata dal vostro hotel a proporvi il progetto che stiamo portando avanti con la regione Basilicata.”

In quel momento apre la borsa, prende il suo tablet e dice: “Visto che, messi a far niente in un paesino dopo un po’ si scocciano e scappano, stiamo proponendo alle attività commerciali un part-time di 3 ore al giorno finanziato dalla regione, per 3,50 euro all’ora”. Ecco che quindi inizia a scorrere curriculum vari, seguiti dalle referenze e le vicissitudini dei richiedenti asilo: “Questo è dell’ Afghanistan, onestissimo, faceva il poliziotto “, “questa era infermiera in Pakistan” e così via.

Ora, per farvi capire l’espressione che avevo in volto vi chiedo: avete in mente la Basilicata? Una regione con un’emigrazione da dopoguerra, una disoccupazione al 42% (quella giovanile sfiora il 50%), cittadini vessati da ogni genere di tassa possibile, una “Emilia del sud” dicevano. Un cimitero di scorie non ufficializzato, dove un tumore, una leucemia, un calcinoma in ogni famiglia erano e sono spesso l’unica garanzia.

Nel paese della mia generazione (1981), siamo rimasti in 20, di cui 9 disoccupati. Il resto, come me, lotta ogni giorno per garantire un pezzo di pane non tanto a sé stessi, quanto ai figli. Una lotta quotidiana tra la rassegnazione e la valigia sempre pronta per emigrare, provando il nauseante sapore della sconfitta personale. E la regione (amministrata da 20 anni dal centrosinistra) che fa? Progetti per non far annoiare i migranti? Forse per non far scappare nessuno, o per non far chiudere il centro gestito dalla cooperativa, che crea voti utili.

Chi è allora che crea la rabbia? Chi è che crea tensioni? Ineguaglianze in una terra alla periferia della periferia umana. La ragazza, forse, legge tutto questo disgusto nei miei occhi.

“Vabbé forse non è il luogo adatto per parlarne, ti lascio agli amici”. Rimette il tablet nella borsa e si prepara per andare via. Io, un po’ dispiaciuto per il gelo calato, cerco di salutarla almeno in maniera cortese, con frasi di altrettanta circostanza: “E tuo fratello? È da tanto che non lo vedo”. Lei “È in Olanda, a lavorare da mio zio…lo sai, qua non c’è lavoro.”

Mi siedo al tavolo a me assegnato. E butto giù il primo bicchiere di un nerissimo Aglianico del Vulture. Per annegare nella depressione caspica.

(di Luigi Ciancio)