Calciatori politicamente scorretti: Eric Cantona

 

“Non giocavo contro un avversario, giocavo sempre e solo contro l’idea di perdere”

A nessuno piace perdere o ricevere insulti in campo, ma nel mondo del calcio e dello sport in generale esistono due tipologie di calciatori e sportivi: coloro che riescono a digerire con filosofia o addirittura con nonchalance le sconfitte e quelli che le teatralizzano con rabbia, dichiarazioni al veleno e reazioni poco ortodosse. I primi, spesso, sono maestri nel dissimulare lo sconforto dopo un KO e fanno dell’autocontrollo uno stile di vita, anche sotto una pioggia di insulti. Ai secondi, invece, basterebbe una sconfitta tra amici, a calcetto, o una parolaccia di troppo dalle tribune per far esplodere come un vulcano sensibilissimi nervi a fior di pelle. Éric Cantona è uno dei maggiori esponenti di questa seconda corrente.

Rissaiolo, sfrontato in campo e fuori, colletto perennemente alzato quasi per sfida verso il mondo intero, l’aria da vilain garçon proveniente dalla periferia della rude Marsiglia, Cantona approda a Manchester per conquistare l’Inghilterra. Ci riesce, perché Éric con il pallone tra i piedi è una furia imprendibile nella terra di Albione. Destro potente e preciso, stacco imperioso, fiuto del gol, stazza imponente, notevoli capacità acrobatiche. Uomo squadra di assoluta importanza per la squadra di Ferguson, le sue spiccate qualità di trascinatore stregheranno i tifosi dei Red Devils, a tal punto da meritarsi la nomina dai fans come miglior calciatore di tutti i tempi dello United.

“Per me non c’erano che due possibilità: portiere o attaccante. Miravo solo a una cosa: essere il salvatore della squadra”

Éric Cantona nasce a Marsiglia il 24 maggio 1996 da padre di origini sarde e madre catalana. Dopo una brevissima parentesi nel ruolo di portiere, inizia a giocare in attacco nelle giovanili dell’Auxerre che prima lo manda in prestito al Martigues e poi lo riporta alla base. Le doti tecniche non sono mai in discussione, ma il carattere fumantino lo trascina verso i primi scontri dialettici (e non solo) con compagni di squadra, avversari, allenatori e tifosi. Con la Nazionale Francese l’amore non sboccia mai, nonostante la prima convocazione. “Mickey Rourke dice che chi assegna gli Oscar è un sacco di merda. Non giocherò più nella Francia finché Henri Michel sarà il selezionatore”, dirà dell’ex commissario tecnico transalpino dopo uno dei tanti screzi.

Nel 1988 l’Olympique Marsiglia lo acquista dall’Auxerre, Cantona ritorna nella sua terra natale. Ci mette pochissimo per esibirsi nella prima cantonata perché durante un’amichevole, al momento di essere sostituito, calcia il pallone verso la tribuna e lancia a terra la maglietta. “Se ce ne sarà bisogno lo rinchiuderemo in una clinica psichiatrica”, affermerà subito dopo Tapie, il presidente di quel Marsiglia. Cantona è ormai malvisto da squadra e tifosi, è ora di cambiare nuovamente aria per provare una nuova – non certo tranquilla o scontata – esperienza altrove. A Montpellier rifila un calcio negli spogliatoi a Jean-Claude Lemoult, ma termina la stagione alzando il primo trofeo, la Coppa di Francia. L’OM interrompe il prestito e riprende Cantona, ma a Marsiglia, stavolta, il catalizzatore della sua rabbia è il tecnico Raymond Goethals con il quale non andrà mai d’accordo (eufemismo).

Passa al Nimes e durante una partita contro il Saint Etienne nel 1991 scaglia il pallone addosso all’arbitro dopo esser stato espulso. 2 mesi di squalifica è la punizione salutata con l’appellativo di “Idioti!” pronunciato ad alta voce ai giudici, durante la sentenza, dall’ineffabile Cantona. “Ho avuto il privilegio di assistere al mio funerale”, dirà Cantona prima di annunciare un clamoroso ritiro dal calcio, poi non seguito dai fatti grazie al convincimento di Platini. Si trasferisce al Leeds, in Inghilterra, dopo aver rifiutato di effettuare un provino con lo Sheffield Wednesday: “Cantona non ha bisogno di provini”. Qui vince il titolo inglese con il suo nuovo club e in Inghilterra inaugura il capitolo più importante della sua carriera da calciatore.

“Sono molto orgoglioso che i tifosi cantino ancora il mio nome allo stadio, ma ho paura che un domani loro si fermino. Ho paura perché amo questa cosa. E ogni cosa che ami, hai paura di perderla”

Dopo una stagione al Leeds arriva il momento del matrimonio con il Manchester United. I tifosi dei Red Devils lo idolatrano e lui li ripaga con gol belli e pesanti, contribuendo alla vittoria di 4 Premier League e 2 Coppa d’Inghilterra. “Mi chiedo se tu sia abbastanza bravo per giocare ad Old Trafford”, gli chiede il totem assoluto del club, Sir Alex Ferguson, al momento della prima stretta di mano. “Mi chiedo se Manchester sia abbastanza per me“ è la sua risposta.

Il caratteraccio emerge anche con la maglia numero 7 dello United: a Istanbul si picchia con un poliziotto, durante una partita con il Galatasary, e in casa del Crystal Palace si rende protagonista di uno degli episodi più assurdi della storia del calcio. Dopo l’ennesima espulsione in carriera inizia lentamente ad allontanarsi dal terreno di gioco, quando a un certo punto decide che è giunto il momento di farla pagare con un colpo da kung-fu ad un tifoso che insultava sua madre, a pochi metri di distanza. I compagni lo accerchiano per riportarlo alla calma, il pubblico è prima allibito e poi si lascia andare ad un fitto lancio di oggetti in campo, cosa rarissima nell’Inghilterra calcistica post Thatcher. 8 mesi di squalifica e 120 giorni di servizi sociali, la pena è esemplare.

“Quando i gabbiani seguono il peschereccio è perché pensano che verranno gettate in mare delle sardine”, sarà la sua risposta ai giornalisti affamati di interviste dopo il fattaccio. In un’intervista successiva, Cantona spiegherà più lucidamente come (e perché) è scaturita la sua reazione: “La gente ti dice cose del genere un milione di volte, e un giorno, improvvisamente, tu non le accetti più. Perché? Non si tratta di quelle parole in particolare. Si tratta di una sensazione che provi in quel momento. Reagisci in un giorno preciso, ma le parole sono le stesse che hai sentito milioni di volte: e quindi è impossibile prevedere quando uno possa reagire”.

“Per fare la rivoluzione mica bisogna impugnare le armi o uccidere qualcuno. Basta ritirare i propri soldi dalle banche”

Con una mente e una visione della vita mai circoscritta al solo rettangolo di gioco, il capopopolo Cantona, qualche anno fa, si avventò contro la plutocrazia e il potere della banche, unici responsabili della povertà mondiale e delle diseguaglianze. Cantona, con quella frase, ispirò un movimento che mirava all’abbattimento del sistema bancario internazionale denominato «Stop Banque». L’iniziativa fu un prevedibile mezzo flop, ma il messaggio rivoluzionario venne recepito almeno in parte.

Cantona, in un’intervista a Repubblica in occasione dei suoi 50 anni, si è dichiarato contro l’omofobia, a favore del melting pot e della globalizzazione, seppur con qualche riserva: “Il padre di Zidane è venuto in un barcone a lavorare in fabbrica dall’Algeria per mandare i soldi a casa, per sopravvivere. Siamo tutti francesi, con radici diverse, ma dover dimostrare il nostro attaccamento alla patria è mostruoso. Mio padre è sardo. Mi piacciono le contaminazioni, le radici diverse. L’anno scorso la Germania vinse il Mondiale con turchi e polacchi, ghanesi, albanesi, tunisini. Adoro questo frullato, perché non lascia indietro nessuno. Il calcio inglese ha un’immagine strepitosa ovunque, ma ai mondiali va male dal ’66. La globalizzazione è bella, ma se nei ruoli chiavi della squadra hai sempre e solo stranieri, poi in nazionale fai fatica”.

Dopo il ritiro dall’attività agonistica Cantona si è dedicato al cinema, con diversi ruoli in numerosi film. L’opera più riuscita è sicuramente “Il mio amico Éric” (Looking for Éric), un film del 2009 diretto da Ken Loach e tratto da un’idea originaria dello stesso Cantona.

(di Antonio D’Avanzo)