La gaffe di Di Maio e la sottomissione del sistema a 5 stelle

 

Il lapsus che ha portato il vicepresidente della Camera Luigi Di Maio ad identificare con il Venezuela (anziché col Cile) le gesta del fu generale Augusto Pinochet può essere interpretato attraverso due differenti chiavi di lettura. La prima, quella più accreditata, ci dice che il grillino più in vista del momento abbia “semplicemente” confuso i due Paesi, evenienza comunque piuttosto grave, poiché andrebbe a palesare per l’ennesima volta una tragica lacuna nozionale che sembra attanagliare tutti gli inquilini del Parlamento.

Nella seconda, un po’ più cervellotica ma affatto peregrina, per gli osservatori sufficientemente smaliziati il nostro avrebbe invece azzeccato il Paese, ma sbagliato persona. Bersaglio dell’invettiva avrebbe dovuto essere Hugo Chávez, confuso quindi con Pinochet, e ciò motiverebbe la chiamata in causa della República Bolivariana. La correzione del post incriminato da “Come Pinochet in Venezuela” a “Come Pinochet in Cile” lascia però intendere quali effettivamente fossero le intenzioni del deputato avellinese.

In ogni caso tutta questa confusione ci offre la possibilità di operare un’approfondita riflessione in merito all’abitudine tipica dei leader occidentali di ergersi su uno scranno dal quale distribuire patenti di credibilità politica ai propri omologhi in giro per il mondo, effettuando la scelta in base alla ricezione o meno da parte di questi ultimi delle direttive provenienti dalla premiata ditta FMI/BCE/UE/NATO e chi più ne ha più ne metta.

La propaganda, si sa, è uno dei più efficaci strumenti di governo, utilizzata a dovere può consentire di orientare facilmente gli umori dell’opinione pubblica secondo le proprie convenienze: per rendere accettabile un determinato provvedimento legislativo o dipingere come necessario un intervento militare, per esempio, o molto più frequentemente per demonizzare qualcuno che si voglia screditare. Così, attenendoci esclusivamente agli scenari più recenti e senza andare troppo indietro nel corso della storia, negli ultimi anni abbiamo imparato a considerare i vari Ahmadinejad, Gheddafi, Putin e similari – la lista potrebbe essere interminabile – come degli indefessi “nemici del bene”, avversatori della Democrazia e della Libertà. Ma le cose stanno davvero così?

Andando a focalizzare l’attenzione sui risultati prodotti da operazioni di questo tipo, non potremmo che renderci conto di quanto poco esse abbiano giovato al perseguimento dei nostri interessi nazionali, intesi come produzione di benessere, prosperità e stabilità. Il caos perpetrato nell’area del Mediterraneo dalla balcanizzazione della Libia avutasi in seguito alla vergognosa “destituzione” del Colonnello Gheddafi, ha avuto delle ricadute rovinose sugli equilibri italiani, così come a lungo termine non potrà che averne l’estromissione di Russia ed Iran dal novero dei partner internazionale ritenuti frequentabili dalla compagine atlantica.

In questa ricostruzione si va ad aggiungere, aggravandola, la metamorfosi che sembra avere colpito il Movimento di Beppe Grillo, divenuto forse il principale partito del Paese e conseguentemente di fondamentale importanza per leggere gli accadimenti. Nato come catalizzatore della protesta anti casta, cresciuto sulla retorica della lotta alle centrali del potere, oggi, dopo essere entrato in quelle istituzioni tanto bistrattate, vede il più spendibile dei propri esponenti prestarsi al ruolo di scendiletto dei grandi potentati sovranazionali.

Anche i 5 Stelle, com’è fisiologico che sia, stanno interrogandosi su cosa vorranno fare da grandi, ed il nuovo corso intrapreso sembra non lasciare dubbi circa il loro ingresso nell’alveo degli “accettabili”. La recente uscita dell’ambasciatore Philips a proposito del Referendum, d’altronde, appare come un ulteriore richiamo all’ordine.

Evidente quanto si renda sempre più necessario un tentativo di affrancamento dalle particolari tutele di cui l’Italia è preda dalla nascita della Repubblica in avanti, se si vuole tentare di risollevare le sorti del paese. La nostra classe dirigente si trova come mai prima d’ora davanti ad un bivio, ad una scelta: continuare a crogiolarsi nell’insipido brodo di relazioni transatlantiche all’interno del quale non vi sarebbe altro che subordinazione, mediocrità, e molto probabilmente miseria, o allentare la catena che lega il nostro sistema alle logiche di potere in essere, cercando una nuova insorgenza, un nuovo risveglio, un nuovo destino.

(di Giovanni Rita)