La triste retorica d’opposizione della destra italiana

 

La premessa necessaria è che l’articolo 1 della Costituzione andrebbe riformulato o, quanto meno, accompagnato da uno nuovo alla sezione “principi fondamentali”.

Suonerebbe meglio qualcosa del genere: “l’Italia è una repubblica democratica fondata sulle opposizioni, sulla mancanza assoluta di autorità dell’esecutivo espresso dal parlamento eletto e sull’ingovernabilità”, in luogo di un “lavoro” che invece latita ed è garantito solo in via teorica, per di più sulla base delle fluttuazioni economiche in corso.

Lo svolgimento è invece molto più ricco degli argomenti che di tale ingovernabilità si nutrono, trovando in essa lo spunto per gareggiare nella competizione democratica. Non possono esulare da queste categorie politiche i due partiti attualmente più in vista della cosiddetta ex “Destra Nazionale” o che comunque permangono nella stessa area: il presunto erede missino Fratelli d’Italia e la Lega Nord.

Sì, perché i due leader dei rispettivi movimenti, Giorgia Meloni e Matteo Salvini, non escono dalla logica francamente imbarazzante della contestazione aprioristica del governo in carica, una caratteristica che storicamente identifica la Repubblica. Ciò nonostante alcune ostilità a molti dei dogmi che la società globalizzata sta letteralmente imponendo con la forza (migrazioni di massa e integrazioni forzate, abbattimento dei costi del lavoro, tensioni sociali ed etniche, eccetera), abbiano assolutamente senso in un progetto politico che quindi, almeno teoricamente, avrebbe qualcosa di molto importante da dire.

L’avversità di entrambi alla riforma costituzionale è l’ultima dimostrazione di incoerenza dei due leader della tormentata destra italiana. Entrambi hanno militato e militano tutt’ora in partiti che hanno lottato per anni per una semplificazione del sistema istituzionale: nel 2005 si trovavano nello schieramento che promosse un cambiamento ben più complesso dell’attuale, ben più deciso, ma che al suo interno presentava comunque una riduzione notevole dei poteri del senato, la fine del bicameralismo perfetto, la velocizzazione dei processi legislativi e la riduzione consistente del numero dei parlamentari. Elementi, in gran parte, presenti nella riforma Boschi.

Che nel testo bocciato nel referendum del 2006 ci fosse una riforma di tipo presidenziale (premierato, elezione diretta del capo del governo, sostanziale rafforzamento dei poteri dell’esecutivo) non toglie che i mutamenti portati all’attenzione del popolo nel prossimo ottobre proporranno almeno minima parte di quei contenuti sul tavolo istituzionale.

L’incoerenza maggiore colpisce proprio la Meloni, personaggio che si proclama erede di una certa tradizione politica che ha sempre fatto della governabilità una ragione di vita, al punto che la parola d’ordine di quell’MSI ormai estinto, per anni, era diventata “presidenzialismo”.

Che la riforma del senato non sia un cambiamento di tipo presidenziale è talmente ovvio che non andrebbe nemmeno specificato, e nessuno dubita neanche della sua lieve entità. Tuttavia da un punto di vista tecnico-politico un vero presidenzialista dovrebbe appoggiare lo snellimento delle procedure legislative così come un voto di fiducia in meno al governo in sede parlamentare.

Dovrebbe appoggiare prima di tutto un concetto, quello di “più sgravi all’esecutivo in carica e più responsabilità” che è anima di ogni presidenzialista, e che in questo caso andrebbe salutato come un inizio, pur lontano da essere ciò che servirebbe in toto, per migliorare la pasticciatissima “Costituzione più bella del mondo”.

È qualcosa che la Meloni ha fatto, pur non ancora parlamentare, negli anni di giovanile militanza in AN, durante il periodo di approvazione a Montecitorio della riforma del 2005. È qualcosa che la Meloni smette improvvisamente di fare quando a proporre sono gli altri, in nome del “No alla riforma costituzionale in nome della libertà e di una vera democrazia”. Insomma, la leader di FdI grida alla dittatura o comunque alla diminuzione della democrazia, esattamente come tutti coloro che – a sinistra ma anche altrove – hanno sempre impedito qualunque innovazione della Repubblica italiana.

La storia di Salvini è diversa; racconta di un movimento che ha lottato anzitutto per il federalismo e non così tanto per la secessione come la parentesi di fine anni Novanta lascerebbero credere (la vera anima fondatrice della Lega risiede nel pensiero di Gianfranco Miglio, convinto federalista, e non tanto delle esasperazioni di Bossi, secessionista in via del tutto strumentale per qualche anno: questo al di là del tenue avvicinamento che i due sembrarono avere proprio in quegli anni cruciali e di una presa di posizione teorica che è ancora nello statuto del movimento).

Il leader attuale del Carroccio è, certamente, il fantasma di ciò che era stato Bossi, sia come azione politica che come visione concreta. Il senatùr era più settario ma anche più incline ad un programma reale, quel federalismo che non è mai stato realizzato, in luogo di alcuni cambiamenti distruttivi (come la riforma del titolo V fatta dal governo dell’Ulivo nel 2001) o del fasullo federalismo fiscale progressivamente imbastito dai governi Berlusconi II, III e IV (2009).

Una differenza testimoniata anche da alcuni “inciampi” della critica salviniana degli ultimi anni, su tutti il “no” agli accordi commerciali con l’Iran, le cui contrattazioni erano cominciate lo scorso anno e che hanno fruttato all’Italia forniture importanti non solo di petrolio, ma anche di altre materie prime: tutto in nome di un “Rouhani dittatore” che tra l’altro contraddiceva in modo palese l’appoggio leghista alla Russia di Putin, da sempre in buoni rapporti con il leader iraniano. Non convince nemmeno lo schieramento per il SI nel superfluo referendum per la dismissione in trent’anni delle trivelle di estrazione gassosa e petrolifera: una posizione che non sembra (sottolineo, non sembra) perfettamente in linea con le idee energetiche tradizionali della Lega e, anche in quel caso, frutto più di un tentativo di sfruttamento dell’onda antirenziana che non di altro.

Sì perché Salvini oggi, al di là di proposte dall’ovvia incontestabilità, come quelle sullo stop alle invasioni di migranti, ai campi rom e all’opposizione all’UE, spesso risolve la sua propaganda politica nei soliti hashtag, da #renziacasa all’ennesimo #noalreferendum.

Il problema è eminentemente politico: il #renziacasa altro non è che parte integrante del tristissimo gioco democratico di cui si parlava in sede introduttiva e che, per onestà, non riguarda solo Salvini o la Meloni, ma un vero e proprio “stile di vita” democratico: uno strumento per contrastare l’azione di governo e sperare – in un Paese in cui “non si sa mai” – nelle elezioni anticipate.

Quindi potete sostituire la desinenza “renzi” con quella di un qualsiasi presidente del Consiglio avverso politicamente, in questo caso, tanto al Carroccio quanto agli altri partiti della destra italiana: #montiacasa, #lettaacasa, #prodiacasa, #dalemaacasa, e via di una nutrita collezione che procede a ritroso fino al gennaio del 1948.

Sia ben chiaro: ci guardiamo bene dal difendere uno qualsiasi dei nomi sopracitati, (soprattutto il “professore” Monti) ma qui la faccenda non si liquida sostenendo o rigettando i programmi di governo, quanto costatando un atteggiamento socialmente distruttivo.

Lo stesso Renzi esce ridimensionato da questo periodo: il suo dietrofront sulle dimissioni successive all’eventuale bocciatura della riforma è una dimostrazione di incoerenza evidente. Non che qualcuno ci avesse mai creduto, sia chiaro, ma l’incertezza sta a significare difficoltà anche per uno stratega raffinato come il politico fiorentino, che evidentemente le sta tentando tutte, volgarmente, pur di cambiare la costituzione e di smuovere le acque. La stessa entità blanda della riforma risponde alla consapevolezza dell’impossibilità storica di riuscire a proporre un cambiamento più deciso, visti i tristi esiti del referendum 2005 e di ben tre commissioni bicamerali a riguardo.

Ma il nocciolo della questione sta proprio nelle radici storiche di questo approccio: purtroppo le manifestazioni salvino-meloniane sono solo l’atto finale di ciò che ha prodotto l’assetto repubblicano nel corso dei decenni. Soprattutto, sono solo alcuni degli effetti di una cultura politica che, ormai radicata ben più del cattolicesimo, affligge tutte le categorie sociali: quella del criticismo totalitario agli uomini, ai personaggi politici, ai singoli capi del governo e ai ministri in carica, che non prende mai in considerazione, dall’altro lato, l’idea della fallacia del sistema istituzionale, ritenuto incolpevole a prescindere.

Renzi è solo l’ultimo di una lunga serie di “inquadrati” come i primi responsabili di qualsiasi disgrazia o crisi della politica italiana da 70 anni a questa parte. Le critiche che gli vengono dirette, tanto dagli oppositori in parlamento che dai comuni cittadini, non hanno nulla di diverso da quelle che hanno ricevuto tutti i suoi predecessori. E le critiche che riceveranno i suoi successori, potete scommetterci, saranno del tutto simili. La risposta più ovvia a tale rilievo potrebbe essere “se vengono criticati tutti allo stesso modo, allora saranno tutti mediocri”. A parte la difficoltà di poter misurare statisticamente un giudizio simile, sarebbe interessante capire come decine e decine di capi del governo senza poteri potrebbero dimostrare il proprio valore.

Suona infatti proprio strano che in questo clima di costante assalto quasi nessuno abbia la benché minima idea dei poteri estremamente limitati del presidente del Consiglio in Italia, delle sue responsabilità esecutive praticamente nulle, e della concentrazione delle sue azioni sostanzialmente nell’ambito della mediazione all’interno del Consiglio dei ministri. Stupisce che, in 70 anni di Repubblica, si sia formata una cultura della critica al capo del governo e mai al sistema, con il primo da mandare a casa al primo errore (senza nemmeno prendere in considerazione l’ipotesi di fargli completare il mandato e poi, semmai, di giudicarlo) mentre il secondo rimane praticamente intoccabile.

Tutto ciò senza contare un altro grave problema, che è quello degli effetti dell’azione di governo, anche nei rari casi in cui se ne manifesta una. Almeno la metà dei provvedimenti di un esecutivo non possono essere concepiti per il breve periodo, considerata la loro complessità: una riforma della scuola, della pubblica amministrazione, ma perfino una legge di stabilità, sono provvedimenti di ampio respiro che in un anno possono produrre alcuni risultati come nessuno, e che in diverse stagioni possono fare altrettanto. La cultura repubblicana italiana, invece, mette alla berlina il proprio bersaglio al primo dato negativo, al primo inciampo: una cosa che, filosoficamente e politicamente, denuncia degli enormi limiti interpretativi, oltre ad avere ben poco senso.

La verità è che il presidente del Consiglio in Italia ha più ostacoli che aiuti: che sia un piddino, un leghista, un forzista, un liberal-conservatore, un socialista, un comunista o addirittura un fascista (per usare anche qualifiche fuori dal tempo ma che possano rendere l’idea), la sua idea conta poco o nulla. Non solo, ha più “amici” all’estero che in patria, il che fa comprendere almeno in piccola parte la difficoltà di qualsiasi capo del governo di concentrarsi sugli interessi del Paese in politica estera. E l’altra grande verità è che viene giudicato in tempo reale senza che si prenda mai in considerazione nemmeno uno di questi ostacoli.

Questo è lo Stato costruito nel 1948, una struttura che per funzionare necessiterebbe di avere al suo capo un vero genio della politica, circondato da ministri tutti estremamente collaborativi e disponibili, oltre che da un parlamento mosso sempre dalle migliori intenzioni: non è difficile capire quanto tutto ciò sia utopico. Solitamente dove l’uomo non arriva lo fa la legge, o almeno ci prova: quindi, magari, iniziare almeno a concepire un assetto che possa permettere anche a una persona normale dotata di media intelligenza di svolgere il proprio lavoro (bene o male si potrebbe decidere almeno a fine mandato) potrebbe essere un piccolo passo in avanti. Perché aspettare ad ogni giro il genio è forse un tantinello presuntuoso, oltre che poco proficuo per tutti (senza contare che nemmeno il genio può garantire miracoli, pur avendo maggiori possibilità dei suoi colleghi).

Facciamo un ultimo esempio per chiarire ancora meglio questo punto. È evidente che mentre i politici vengono colpevolizzati e responsabilizzati per ogni loro malefatta, nessuna critica si muove al sistema istituzionale italiano, nonostante i suoi limiti siano palesi. Ebbene se avessimo anche per altre questioni lo stesso approccio che abbiamo verso la “Costituzione più bella del mondo”, potremmo depenalizzare l’omicidio, pur essendo consapevoli che l’uomo è capace di uccidere.

In realtà, sappiamo anche benissimo che l’uomo è in grado di ordire ricatti contro le maggioranze, di produrre emendamenti e mozioni di sfiducia con il solo scopo di far cadere il governo in carica (qualunque esso sia), di promuovere interessi particolari esattamente come altri gruppi di potere che lo sostengono e non meno di un governante: tutte azioni favorite e – di fatto – protette dalla legge fondamentale italiana. Eppure nessuno alza la voce, nessuno si scandalizza: il motivo può ricercarsi solo in un’educazione di tipo catechistico che promuove la carta italiana. Il tutto nel clima della già citata competizione democratica, in cui la corsa alla critica è l’unico sistema per guadagnare voti, che siano per sopravvivere (come nel caso della Meloni) o per tentare uno sterile assalto alla maggioranza degli italiani (Salvini).

La solita storia che si ripete: l’antirenzismo spiana la strada al renzismo, esattamente come l’antiberlusconismo faceva con Berlusconi.

Così mentre la cultura politica italiana demonizza al primo squillo, con la “destra” italiana a seguire tristemente il filone al primo dato negativo e ad ogni tentativo di cambiamento istituzionale da 35 anni, c’è anche chi capisce che tra 10 anni le stesse regole del gioco semplificate potrebbero far bene a chiunque verrà eletto a Palazzo Chigi e, quanto meno, alla governabilità del Paese.

In questo senso ci sentiamo di complimentarci con Tosi e di consigliare al duo Salvini-Meloni di smetterla di rispondere a Renzi con la solita retorica spicciola, gli hashtag inconcludenti e l’opposizione spesso pretestuosa, ma anche con un pizzico di coerenza in più, soprattutto guardando alla storia dei loro partiti.

(di Stelio Fergola)