Museo del calcio di Coverciano: un luogo da riscoprire

 

O, forse, da scoprire per la prima volta. Sì perché il museo della nazionale italiana sito a Coverciano, purtroppo, tradisce almeno in parte la leggenda della storia che racconta: quella di una squadra in grado di vincere in tutte le epoche, di essere protagonista dagli albori delle competizioni per nazionali fino ai tempi più recenti. Certamente dopo gli anni Trenta quella stessa squadra ha vinto molto, ma non ha più costruito un ciclo nel senso classico del termine, anche se dovremmo ricordarci che il concetto stesso di “ciclo” nel campo delle nazionali è sempre complicatissimo da attuare in senso rigoroso, visti i pochissimi tornei disponibili e la loro limitata cadenza temporale.

Essere “presenti” dagli albori della storia del calcio (pausa più pausa meno) non è una cosa così ovvia, se facciamo caso al fatto che le altre grandi nazioni calcistiche hanno vissuto o hanno cominciato a vivere di “luce propria” solo a partire da determinate epoche, o a fasi più alternate: l’Uruguay sparisce dopo le prime due affermazioni mondiali (1930 e 1950) il Brasile non vince nulla di importante prima della fine degli anni Cinquanta, l’Argentina non si fa viva prima degli ultimi 40 anni, la Germania ha il suo primo acuto nel 1954, la Francia vive esclusivamente le due ere di Platini e Zidane. L’Inghilterra è vincente in una sola occasione, quella casalinga del 1966. La Spagna è storia recentissima, pur straordinaria e indiscutibile.

L’Italia è la grande nazionale che, per antonomasia, diventa protagonista agli albori della storia del calcio, vi rimane nell’epoca di “medio sviluppo” degli anni Venti e Trenta vincendo tutto ciò che c’era da vincere (inclusa la progenitrice degli Europei, la Coppa Internazionale), ritorna protagonista con l’Europeo del 68, con la Coppa Rimet perpetua sfiorata nel ’70, con il titolo del 1982, quello del 2006, sei finali mondiali totali, e anche una discreta sfortuna con tre finali europee di cui soltanto una vincente.

Ovviamente non si discutono crisi enormi vissute dal calcio italiano, come quella degli anni Cinquanta e dei primi anni Sessanta, come quella attuale che dura ormai da qualche stagione. Come non si discute che il campionato europeo non sia storicamente “una cosa azzurra”, per dirla in termini semplici.

Comunque, abbiamo avuto la possibilità di visitare il museo simbolo di una squadra storica e di ammirare i suoi numerosi cimeli. Ci accoglie un clima familiare, quasi rustico, approntato dal presidente della struttura, Fino Fini. È lui a spiegarci i perché della nascita del museo nell’ormai lontanuccio anno 2000, è lui a dirci che, nonostante tutto, il mausoleo azzurro fa il suo dovere, anche se si potrebbe e dovrebbe fare di più: “Facciamo 22.000 visite all’anno”, dice.

La storia di Fino Fini è interessante perché non riguarda un ex-calciatore né tantomeno un ex-allenatore. Non è quella di un ex-dirigente o presidente Figc. È “solo” quella di un medico. Ovviamente il virgolettato è per rendere l’ironia: per essere arrivati ad un ruolo simile di una nazionale tanto importante se ne deve aver fatta di gavetta, ma di certo la figura non risalta come potrebbe farlo uno qualsiasi degli esempi citati prima.

Un uomo che ha seguito il campo dall’interno, nei suoi odori, sudori e nelle sue fasi più complicate. Per sei mondiali, dal 1962 al 1982, Fini è stato dello staff medico della squadra. Il presidente ci mostra con fierezza le sale dei cimeli, partendo con quella al primo piano: “Tutta roba originale” ci tiene a precisare. Escludendo le due riproduzioni della Coppa Rimet, ovviamente. La stessa che l’Italia rischiò di far sua per sempre, senza riuscirci, in quel giugno 1970, schiacciata da un Brasile onestamente superiore, ma anche da una condizione fisica precaria dovuta alla faticosissima impresa contro la Germania nelle semifinali.

“Maglie, targhe, dei successi degli anni Trenta” prosegue. Precisando “gli anni del fascismo, il problema è che il fascismo non c’entra nulla: erano solo grandissimi calciatori allenati da un grandissimo tecnico”. Considerazioni banali che, purtroppo, per molti non sono così semplici.

Qualcuno vorrebbe addirittura dare meno peso ai titoli degli anni Trenta perché, la massima recita più o meno così, “era un calcio antico”. Come se lo stesso calcio di Pelé (soprattutto quello dei due primi titoli mondiali carioca del ’58 e del ’62, quest’ultimo giocato praticamente senza di lui) non fosse preistorico rispetto a quello attuale, il che, secondo logica, ci dovrebbe portare a ridimensionare i successi e i titoli di molte nazionali andando avanti nel tempo.

In realtà, la selezione di Pozzo è una delle poche squadre, insieme al Brasile di Pelè, alla Francia di Zidane e alla Spagna recente, ad aver costruito un ciclo di vittorie inimitabile nel mondo delle nazionali.

Si parla di tutto con Fini: del mondiale del 1982 che rappresentò il suo felicissimo canto del cigno, del successo del 2006 e della sala ad esso dedicata con tanto di riproduzione fedelissima della coppa.

Si parla di quello che è stato il leitmotiv alla base della nascita della struttura, un progetto di avvicinamento dei club italiani alla tradizione luminosa che un Paese come il nostro possiede nel campo calcistico: “La gente dimentica, noi vogliamo fargli ricordare: c’è molta indifferenza”.

Come far ricordare? Avvicinando i club dilettantistici e giovanili al museo del calcio, facendogli conoscere la storia gloriosa della nazionale. “I ragazzini non se ne interessano. Nella maggioranza dei casi non si tratta di disprezzo, ci mancherebbe, ma di noncuranza. È la società di oggi che stimola fortemente a pensare al presente, si ha quasi la sensazione che ci si dimentichi anche dei nonni e dei bisnonni, a volte”.

Le foto, gli oggetti, le immagini, servono quindi per risvegliare la memoria, una memoria in gran parte felice, come quella della nazionale: “Senza l’Italia del calcio, gli attuali professionisti non esisterebbero. Alla nazionale in molti dovrebbero dire grazie”.

Ma in buona sostanza cosa fanno i ragazzini delle società giovanili che vengono a Coverciano? Ricevono un “pacchetto”. Giocano sui campi, visitano il museo e mangiano presso le strutture del centro allenamenti: questo tipo di approccio sta provocando un crescente interesse di queste società per il centro fiorentino.

Ma insomma, questo museo dovrebbe essere un luogo di culto, presidente. Annuisce: “Certo, questo è vero, ma ci stiamo lavorando. Quest’anno le società di calcio di cui le parlavo sono state un centinaio, nel 2015 ci eravamo fermati ad una settantina. L’interesse sicuramente sta crescendo. Poi è ovvio, io vorrei la coda tutti i giorni”.

E gliela auguriamo anche noi, questa coda: per un luogo che meriterebbe un grande rispetto, non solo sportivo ma anche storico. In barba a quella maglia di Pelé autografata e ben esposta tra i “cimeli rivali”. Quasi a ricordare come anche le sconfitte, talvolta, scrivano una storia leggendaria.

(di Stelio Fergola)