La sinistra italiana? È orfana di futuro

 

Quanti partiti in Italia al giorno d’oggi si definiscono comunisti e quanti lo sono veramente? Dubitiamo che un qualsiasi elettore, persino il più “disinteressato”, quello cioè che considera solo le proposte dei candidati che potrebbero giovare alla sua singola persona piuttosto che alla matrice ideologica, non si sia mai posto questo quesito una volta trovatosi davanti a quella lista, recante i simboli di innumerevoli movimenti che si definiscono appunto di estrema sinistra.

Spesso i simboli in questione differiscono per dettagli minimali, come il colore dello sfondo dietro l’onnipresente rappresentazione della falce e del martello, o i caratteri con cui è presentato il nome del partito, altro elemento che produce molta confusione.

Negli ultimi vent’anni sono state lanciate tutte le varianti possibili del nome dello storico Partito Comunista Italiano di Togliatti e Berlinguer.

Le differenze più marcate ed effettive sussistono invece sul piano ideologico-politico, aspetto che ci permetterà di raggruppare in seguito queste sigle e cercare di fare chiarezza nella mente del lettore. Lo scopo dell’articolo è infatti quello di codificare le idee delle suddette affinchè si possa finalmente rispondere al dilemma iniziale, un proposito che non è mai stato realizzato esaustivamente fino ad ora né su internet né altrove.

Definita questa premessa, possiamo cimentarci dunque in un’impresa tanto ardua quanto innovativa. Una convinzione erronea assai diffusa tra le file dell’elettorato meno informato è la credenza che il Partito Democratico sia una sigla di ispirazione marxista.

L’errore è motivato dal fatto che il PD è l’ultimo prodotto dell’evoluzione cominciata con la “svolta della bolognina” promossa da Achille Occhetto nel 1989, dopo la caduta del muro di Berlino, con cui il PCI cambiò il nome prima in PDS (Partito Democratico della Sinistra) e poi nel 1998 in DS (Democratici di Sinistra), per giungere infine nel 2007 all’attuale denominazione.

Promotori di questa visione sono stati da una parte Berlusconi, che ha dedicato l’intera durata della sua carriera politica ad accusare la “vecchia guardia” del PD , composta da D’alema e Veltroni su tutti, di essere ancora macchiati del sangue delle vittime delle purghe staliniane, e dall’altra una buona fetta di nostalgici che, per ostinazione o per il timore di ammettere il tramonto dei loro ideali di gioventù, ritengono che barrare il simbolo del partito di Renzi significhi in qualche modo una continuità, pur blanda, con gli ideali del socialismo reale.

È necessario però far notare come con la svolta che Occhetto diede al PCI, sulla cui adesione all’ideologia marxista ci sarebbe comunque da ridire, come rivela la tendenza dei dirigenti ad anteporre la salvaguardia delle poltrone in parlamento alla lotta a fianco dei lavoratori, non mutò solo il nome al partito ma anche gli obiettivi per cui l’organismo nascente avrebbe lottato.

La realizzazione del socialismo svaniva così a vantaggio dell’ultimazione dell’Unione Europea e dello slancio verso gli Stati Uniti d’Europa, la cui prima tappa è stata , come ben sappiamo, l ’entrata in vigore della moneta unica nel 2001; in poche parole, ciò che Marx e i suoi seguaci autentici avrebbero definito “finalità borghesi”.

La parte più ardua della nostra inchiesta riguarda però i movimenti a sinistra del PD che, a modo loro, hanno ostinatamente cercato, e cercano tutt’ora, di creare un’alternativa veramente “di sinistra” al “partito del Nazareno”. Formazioni politiche che però si sono più accusate reciprocamente di poca ortodossia o di essere scese a patti con il potere, che hanno avuto tra loro incomprensioni che hanno portato a numerosi e quasi impercettibili strappi e scissioni.

Nel 1989 un nutrito gruppo di dirigenti comunisti rifiutò di convergere nel neonato PDS, volendo invece continuare a perseguire il sogno dell’eurocomunismo di Berlinguer. A questi “temerari” presto si unirono, quasi a sorpresa, movimenti anche semi sconosciuti dell’ultra-sinistra che fino ad allora avevano preso le distanze dal parlamentarismo del PCI, di cui si ricorda con facilità solo il nome di Democrazia Proletaria, capeggiata da Mario Capanna.

È in questo contesto che nasce il Movimento per la Rifondazione Comunista, poi rinominato ancora Partito. La nuova formazione, guidata per un quindicennio da Armando Cossutta e Fausto Bertinotti, continuò a restare il punto di riferimento di molti operai ex elettori del PCI, mentre la maggioranza di loro aveva virato verso il PDS e verso la prima Lega Nord.

Per quanto l’eurocomunismo della triplice alleanza Berlinguer-Carrillo-Marchais fosse stata solo una trovata che aveva sancito il convogliamento a nozze tra il sedicente comunismo occidentale e la NATO, la fiducia dei suddetti lavoratori venne ripagata, quantomeno all’apparenza, tra scioperi e slogan ben scanditi.

Nel 2006 cominciò il declino non tanto ideologico (che, come detto prima, era in atto da tempo) ma della dignità sia di Rifondazione che di altri partiti che sarebbero venuti dopo. Bertinotti, uscito sconfitto dalle elezioni, si allea con il vincitore Romano Prodi; gli elettori, delusi, abbandonano il sostegno al partito, che da allora non riuscirà più a conseguire risultati dignitosi.

Nel 2008 a Bertinotti subentra Paolo Ferrero, tra l’altro ministro in quel governo Prodi insediatosi con l’appoggio di rifondazione; i cavalli di battaglia diventano l’accoglienza a tutti i costi degli immigrati e i diritti civili per gli omosessuali. Un ulteriore tradimento dell’ideologia marxista, decenni dopo la prima storpiatura di Berlinguer.

In questo periodo fuoriescono dal partito diverse correnti: alcune accusano i dirigenti di incapacità, altre, invece, non apprezzano  le nuove derive anti-comuniste. Nasce così il Partito di Alternativa Comunista (PdAC) a guida di Francesco Ricci, di ispirazione trotzkista, e il cui simbolo presenta insieme alla falce e martello il numero quattro, a memoria della Quarta Internazionale nella quale Trotskij prese definitivamente le distanze da Stalin.

Si tratta di un gruppo piuttosto esiguo che tenta di farsi strada nella galassia della sinistra extraparlamentare, ma che deve scontrarsi con altre realtà più grandi, come il Partito Comunista dei Lavoratori (PCL) di Marco Ferrando, anch’esso seguace del pensiero di Trotskij e nato da una costola di rifondazione.

Il simbolo di quest’ultimo presenta un globo, che indica probabilmente la “rivoluzione permanente”, su cui si nota lo storico emblema comunista. Gli appartenenti al PCL vorrebbero combattere il capitalismo con le sue stesse armi, adoperate anche da rifondazione: quindi preparare la rivoluzione passando attraverso le urne elettorali o legittimando l’esodo degli immigrati e l’esercito industriale di riserva.

L’Associazione Unità Comunista (UC) nasce nel dicembre 2006, anch’esso dal partito di Bertinotti, di cui critica il tradimento dell’ideologia a favore del clientelismo e di un vago progressismo. I propositi dell’associazione sono interessanti e suscitano la curiosità di un piccolo numero di elettori: purtroppo però UC non si è mai costituita in organismo forte e oggi i suoi obiettivi e il suo giudizio sulla realtà contemporanea sono elencati dispersivamente in un sito internet poco aggiornato.

Ultima sigla fuoriuscita lo scorso decennio da Rifondazione è Sinistra Critica (SC), che negli ultimi anni prima dello strappo aveva criticato l’ostruzionismo della dirigenza sulla rivista “Erre”. SC, dopo alcuni anni di militanza, si scioglie nel 2013 e da vita a due nuovi movimenti, Solidarietà Internazionalista e Sinistra Anticapitalista, che ne riprendono le battaglie principali : l’ecologismo e il femminismo.

Non ci soffermeremo ad analizzarne la matrice ideologica di questi concetti ultimi, la cui l’incompatibilità con il marxismo è fin troppo ovvia. Indebolita dalle scissioni interne, Rifondazione tenta l’alleanza con partiti più liberali per superare la soglia di sbarramento fissata al 4% ed entrare in parlamento.

Per le elezioni del 2008 nasce così la Sinistra Arcobaleno, coalizione composta da PRC, i verdi, sinistra democratica e il Partito dei Comunisti Italiani (PdCI). Una specie di atto finale, di frutto del peccato definitivo, di una delle prime scissioni all’interno di rifondazione nel 1998, anno in cui Bertinotti fece cadere il governo Prodi.

Il PdCI di Oliviero Diliberto, che nel 2014 cambiò denominazione diventando Partito Comunista d’Italia, come il primo nucleo fondato da Gramsci e Bordiga nel 1921, riuscì nella non facile impresa di essere ancora più istituzionale di Bertinotti e soci, come testimonia l’adesione alle coalizioni prodiane l’Ulivo(1998-2005) e l’Unione (2005-2008). Oggi il partito non esiste più, confluito nel nuovo progetto per rifondare il Partito Comunista Italiano di cui abbiamo già parlato in un altro articolo.

Torniamo per un attimo alla Sinistra Arcobaleno; la coalizione uscì sconfitta e delusa dalle elezioni vinte dal centro-destra, tuttavia da quel fallimento emerse la personalità di un nuovo leader : il pugliese Nichi Vendola. Questi, già a capo della corrente interna al PRC “movimento per la sinistra” organizzò un nuovo e , finora, ultimo strappo dal partito.

Con la partecipazione di “Sinistra democratica” e “Unire la sinistra”, nel 2009 prende vita Sinistra Ecologia e Libertà (SEL) , partito che riprende le battaglie euro-comuniste del PRC portandole in parlamento e a Bruxelles sotto l’ala di Tsipras. Contro queste lotte vacue si scaglia Marco Rizzo, ex rifondino ma eterno dissidente che nel 2009 fonda il Partito Comunista, finora il più ortodosso dell’area e in netta crescita nei sondaggi.

Lo stalinismo del PC ha ricevuto il plauso persino di movimenti della destra radicale che fanno sperare in un’ipotetica alleanza nel cuore dei “rossobruni”. Al termine di questo articolo, sperando di aver risposto alla domanda introduttiva, si pone però un nuovo dubbio. Quale sarà il destino della sinistra? Quello di unirsi nel nuovo PCI e ai suoi ideali fatui o quello di continuare a frammentarsi nascondendo l’incapacità di portare avanti le proprie idee ?

In entrambi i casi, si andrà incontro ad un fallimento e ci saranno sempre meno persone disposte a chinarsi con aria affranta a raccogliere i cocci dell’ennesima sconfitta.

(di Alex Faber Giuliano)