Gli scenari geopolitici lungo la via della seta: intervista a Daniele Lazzeri

 

Si è da poco concluso il workshop dal titolo “Soft power, hard power”, organizzato dal think tank Il Nodo di Gordio e dal Centro studi Vox Populi. Un appuntamento che viene ormai considerato la “Cernobbio della geopolitica”. Abbiamo intervistato Daniele Lazzeri, chairman del think tank, con il quale abbiamo discusso degli scenari geopolitici lungo la Via della Seta, dei rapporti tra Turchia, Italia ed Europa, di sovranità nazionale e di altri temi caldi di politica internazionale, affrontati anche durante la tre giorni di workshop con ospiti di assoluto rilievo.

“Soft Power, Hard Power – Nuovi scenari lungo la via della Seta”, questo il titolo del workshop organizzato da “Il Nodo di Gordio” con diplomatici, giornalisti, docenti e altri ospiti autorevolissimi. Se n’è discusso a lungo durante il workshop: quali sono le prospettive future, le insidie e gli scenari di questa Via della Seta, in un mondo sempre più multipolare?

Questo primo scorcio del Terzo Millennio rende evidente l’incredibile cantonata presa dal noto esponente dei neocon, Francis Fukuyama con la sua “Fine della Storia”. La caduta del Muro di Berlino e l’implosione dell’Unione Sovietica, per Fukuyama, avrebbero dovuto consegnare il mondo ad un epoca dove l’incontrastata leadership americana si sarebbe dovuta affermare ovunque per mezzo del modello liberalcapitalista come unica via di sviluppo e di organizzazione politica globale. Ad evidenza le cose sono andate diversamente…

Stiamo assistendo alla rinascita di antiche potenze regionali, a riposizionamenti geopolitici ed economici sinora impensabili ma, soprattutto, ad inaspettate sfide – dalla minaccia del terrorismo jihadista al dramma dei migranti – che hanno finito per rimescolare le carte in tavola. In tutto questo caotico scenario è però interessante sottolineare come la Via della Seta 2.0 – questa nuova edizione dei rapporti politico-commerciali che percorrono il continente eurasiatico – stiano assumendo una crescente rilevanza. Dal ritorno sulla scena internazionale della Russia all’affermazione della Cina come seconda potenza economica globale. Dal nuovo “Grande Gioco” in Asia Centrale ed in Caucaso alla complessa situazione in Medioriente e nel Nord Africa, è tutto un ribollire di scontri ed incontri che marginalizzano il ruolo degli Usa come potenza unica planetaria. Il multipolarismo è alla base delle relazioni diplomatiche e commerciali del XXI secolo. Temo tuttavia che manchi ancora una reale capacità di interpretare questi nuovi scenari… E forse è proprio questa miopia il più grave difetto imputabile alle élite attualmente alla guida dei Paesi occidentali…

Durante il workshop si è toccato il tema della sovranità nazionale, attraverso il racconto della “Notte di Sigonella”. Sono passati 30 anni da quell’episodio, storico, per la nostra politica estera. Quanto è importante recuperare quel concetto di “sovranità nazionale”? Craxi diceva che ogni stato ha un suo ruolo geopolitico irrinunciabile.

In quel contesto Craxi aveva ragione da vendere! Non è un caso che abbiamo scelto di proiettare durante il lavori del workshop il video su Sigonella prima del dibattito sul futuro del Mediterraneo e delle relazioni internazionali dell’Italia con gli Stati Uniti e con i Paesi che si affacciano sul “Continente liquido” per usare una definizione del grande Fernand Braudel. L’Italia è protesa nel Mediterraneo ed ha sempre svolto un ruolo cruciale di mediazione e coesione in questo vasto scacchiere geopolitico. Negli ultimi decenni questo ruolo si è appannato per diverse ragioni. Forse è giunto il momento di riprendere le redini della storia ma anche quelle della geografia…Parlare di Sigonella oggi non è affatto antistorico.

Lo dimostra anche l’utilizzo della base militare per i raid aerei attualmente in corso in Libia. Ma gli episodi del 1985 dimostrano che a distanza di trent’anni si sta ancora parlando di terrorismo internazionale e di sovranità nazionale. Una sovranità nazionale che abbiamo perso con l’ingresso – un po’ sommesso – nell’Unione europea a guida franco-tedesca. Anzi, vedo purtroppo margini di peggioramento vista la crescente rilevanza assunta da Paesi come la Polonia. Davvero vogliamo un’Europa a trazione baltica?…

Illuminante, tra gli altri, l’intervento dell’Ammiraglio di Squadra Giuseppe De Giorgi, già Capo di Stato Maggiore della Marina Militare, che ha parlato della poca consapevolezza che l’Italia ha rispetto al proprio ruolo di potenza marittima. Eppure siamo circondati dal mare. Secondo te l’Italia dovrebbe investire più energie e risorse in questo senso, e ritrovare la propria identità? Il Mediterraneo è cruciale per rafforzare il nostro ruolo geopolitico?

Quello dell’Ammiraglio De Giorgi è stato in effetti un intervento superlativo. Ha tracciato con precisione e competenza il ruolo della Marina Militare Italiana non solo nel Mediterraneo ma in numerose altre aeree del globo come elemento di controllo e stabilizzazione. Garantire la sicurezza marittima è un compito complesso ma altrettanto cruciale sia per le crescenti tensioni militari sia per i commerci via mare che costituiscono ancora una fetta significativa degli interscambi planetari. Il Mediterraneo in particolare rappresenta ancora il 20% delle vie commerciali mondiali. Investire in questo settore è dunque di fondamentale importanza, considerando che l’Italia è la quinta flotta mondiale con porti di grande rilevanza anche per l’Oriente. Così come Gioia Tauro rappresenterebbe un hub strategico per il commercio nel Mediterraneo. Per ragioni economiche ma anche per gli sviluppi delle relazioni internazionali, sentiremo a lungo parlare nel prossimo futuro di naval diplomacy…

Naturalmente il tentato golpe in Turchia è stato un argomento di cui è parlato durante il workshop. Tu che idea ti sei fatto in merito? In Europa si è fatta molta confusione…

Abbiamo assisto ad una campagna mediatica di disinformazione che lascia basiti. Tra sostenitori del possibile “autogolpe” da parte dello stesso Erdogan ad improbabili ricostruzioni basate più su preconcetti che su reali analisi della situazione. È chiaro che oggi il Presidente turco stia mettendo in campo una rappresaglia nei confronti degli autori materiali del colpo di stato ma non ha perso l’occasione per realizzare un regolamento di conti con l’amico-nemico Fethullah Gulen. Un personaggio che abbiamo visto descritto sulla stampa nazionale come un anziano signore residente negli Stati Uniti, quando invece sono note le sue relazioni sotterranee con il “Derin devlet”, con quello “Stato profondo” che coinvolge università, scuole coraniche, magistratura e media turchi in un giro d’affari miliardario…Ora – dopo la manifestazione di piazza in Germania e le dichiarazioni di Erdogan a RaiNews24 in polemica con il nostro Paese – il rischio di una rottura delle relazioni diplomatiche tra Ue e Turchia è sempre più probabile. C’è da augurarsi che si ripristino presto dei toni più pacati anche in considerazione degli storici rapporti economici con Ankara e all’importanza strategica e geopolitica che riveste la Turchia per l’Italia, l’Europa e la Nato, non ultima la gestione dell’emergenza migranti.

Credi che dopo il golpe possa esserci un riposizionamento geopolitico della Turchia? Mi riferisco soprattutto ai rapporti con Vladimir Putin e la Russia e al conflitto siriano.

In realtà è già successo. Non è casuale la coincidenza dello scambio nello stesso giorno delle lettere di scuse da Israele alla Turchia per la vicenda della Mavi Marmara del 2010 e di Erdogan nei confronti di Putin per l’abbattimento dell’aereo russo sul confine siriano lo scorso novembre. Un tentativo di normalizzare i rapporti tra Turchia e Russia è dunque già in atto ma le dirette conseguenze per la gestione della vicenda siriana si conosceranno solo dopo l’incontro tra Putin ed Erdogan il prossimo 9 agosto. A quel punto si apriranno scenari davvero interessanti per tutto il Medio Oriente mentre l’Europa – come sempre – sta a guardare…

La Turchia e l’Unione Europea. A questo punto un ingresso della Turchia nell’UE è improbabile?

A questo punto, le attuali condizioni rendono altamente improbabile nel breve termine un ingresso della Turchia nell’Ue. L’Europa ha compiuto ripetutamente in passato l’errore di sbattere la porta in faccia ad Ankara per l’impuntatura di Francia e Germania. Con tutta probabilità una Turchia in Europa avrebbe consentito una miglior gestione della transizione di un Paese laico, ma a maggioranza musulmana, nel contesto dell’ecosistema politico occidentale. Così non è stato e – progressivamente – abbiamo assistito ad un ritorno ai principi islamici non solo nella quotidianità ma anche nell’impianto normativo turco. L’attuale situazione fa pensare a nuove potenziali alleanze a geometria variabile. Una sfida ma anche una preziosa occasione per la diplomazia italiana che va colta con la dovuta accortezza ma anche con la giusta dose di coraggio…

Il “Nodo di Gordio” è un think tank di geopolitica ed economia internazionale, promosso da una équipe di diplomatici, docenti universitari, giornalisti ed analisti in numerose discipline (geopolitica, storia, economia, finanza, politica estera, studi militari, letteratura, arte, marketing, comunicazione e gestione della rete internet) che, dopo aver maturato esperienze pluriennali in diversi abiti, hanno deciso di realizzare uno strumento in grado di veicolare in modo sinergico conoscenze, competenze ed informazioni con l’obiettivo di analizzare gli scenari geopolitici e geoeconomici contemporanei, con particolare attenzione alla “regione del Mediterraneo allargato” ed a quelle del Caucaso e dell’Asia Centrale. Lo stesso nome, infatti, rievoca la leggenda di Alessandro Magno, che sciolse con un secco colpo di spada il mitico “nodo” di Gordio, simbolica rappresentazione della separazione fra Europa ed Asia.

(di Roberto Vivaldelli)