L’ideologia gender influenza la psicologia accademica?

Il dibattito sulla questione dell’omosessualità ha ormai superato il livello di guardia anche in Italia. La legge Cirinnà è l’ultimo passaggio di un iter culturale che dura da anni e che si basa su elementi mediatici dominanti. Padre e madre definiti concetti antropologici, un improvviso sussulto favorevole all’ipotesi di “famiglia omosessuale” dopo anni di critica a quella naturale, sdoganamento di mercificazioni come quella dell’utero in affitto, almeno per certi personaggi in vista della politica. Ma quanto c’entri la scienza in tutto ciò, è argomento controverso.

Per questa ragione che abbiamo ritenuto di dover interpellare una parte della scienza stessa che, pur rappresentata da un solo individuo, possa esprimere un punto di vista basato su un approccio quanto più possibile sperimentale, confrontandolo con l’atteggiamento della cultura massmediatica e, in parte, anche scientifica. Francesco è il nome fittizio di un giovane psicologo che preferisce restare anonimo: gli abbiamo chiesto chiarimenti sulla fondatezza di certi argomenti, l’atteggiamento che sta tenendo sulla questione la psicologia italiana, e l’effettiva libertà di studio che esiste oggi nel settore.

Dottore, da quando tempo pratica la professione?

Ho fatto i miei 10 anni di formazione, prima il quinquennio universitario, poi la specializzazione post-laurea ad indirizzo clinico. Appartengo alla cosiddetta “nuova generazione” di psicologi. Lavoro ormai da 6 anni soprattutto con giovani e famiglie. Non è passato abbastanza tempo per poter essere un “professorone” ma sufficientemente per maturare un’opinione sul funzionamento di diverse cose in questo settore.

Andiamo subito al sodo: ma la teoria del gender esiste?

C’è voluto un bel po’ per rispondere a questa domanda perché per ottenere informazioni, da esperti del settore come da semplici colleghi, ho dovuto superare delle resistenze incredibili: c’era chi parlava di complotti per trasformare tutti i bambini in omosessuali, come c’erano persone che mi guardavano con sospetto per aver fatto una domanda scomoda, fino a persone che rispondono seccamente che non esiste, è un fatto naturale e non è il caso di fare domande, pena l’etichettatura di omofobo.

Fondamentalmente con “teoria del gender” se ne intendono due, connesse tra di loro in modo non perfettamente chiaro.

La prima, più esplicita, dichiarata, è la teoria queer, che, in soldoni, sostiene che dividere l’identità sessuale in categorie sia insufficiente per descrivere lo spettro completo delle identità sessuali. Faccio un esempio: i colori hanno delle identità riconosciute, come “rosso”, “verde”, “blu” e così via, ma alcuni colori perdono molto della loro identità se riferiti ad un singolo colore; secondo questa teoria potersi esprimere in “gradienti cromatici” piuttosto che in etichette permette di poter esprimere la propria natura senza dover scendere a compromessi, un elemento importante per chi ha difficoltà nell’identificarsi con un etichetta e soffre molto per questo.

Si tratta di una teoria non totalmente campata per aria, anzi, nel nostro settore molto spesso si è capito che è meglio pensare in gradienti piuttosto che categorie: penso soprattutto all’autismo, adesso riconosciuto come “spettro autistico”. Tuttavia si tratta di un discorso scientifico, e la sua validità va dimostrata in ambito accademico, con la ricerca. Non in piazza, in tribunale o in parlamento.

La seconda teoria incorporabile nella “teoria del gender” è in realtà una rilettura di una parte della teoria queer che sembra essere invece assunta implicitamente; nessuno ne parla apertamente ma la danno tutti per scontata. Questa seconda teoria vede nell’omofobia un’ emergenza sociale critica, che in qualche modo è prioritaria rispetto sia ad altre problematiche sociali che ad altre forme di discriminazione. Questa “teoria implicita” ritiene fondamentalmente che la morale sulla sessualità non abbia alcun valore sociale o civile, e che sia solo causa di sofferenza; liberalizzare ogni comportamento sessuale ed abolire le identità sessuali ci dovrebbe rendere, teoricamente, “più sani”. La parte “implicita” inizia quando si da per scontato che il modo migliore per ottenere questa presunta “sanità mentale di massa” sia obbligare le persone con le leggi e la coercizione – ad esempio bollando come omofobo chiunque non si allinei – a rinunciare alla propria “identità”, intesa come categoria, per uniformarsi.

Perché c’è chi ne nega l’esistenza secondo lei?

Mi sembra una mossa prettamente “politica”: il modo migliore per evitare un confronto è screditare l’altro, sostenere che “non c’è niente da discutere”, come se mettere in discussione una certa posizione sia un atto di lesa maestà. Questo è uccidere il dialogo, che porta ad uccidere il pensiero, cosa che rende molto più semplice creare posizioni a-critiche e dogmatiche.

Confesso che è una cosa che mi preoccupa. Vede, io sono di questo avviso: come persona ho diritto alle mie posizioni, alle mie idee, ideologie, fedi e quanto altro. Come accademico no, ho un dovere verso la verità scientifica, per quanto mutevole e fragile sia. Ho sentito ricercatori dire “la teoria del gender non esiste perché l’amore è un fatto naturale”. L’amore è un oggetto di studio esattamente come la gravità in fisica, che invece è teorizzata eccome. Non voglio essere polemico, ma non posso che essere critico verso chi dovrebbe fare scienza e risponde per slogan, o peggio ancora, inizia a farneticare di complotti massonico-religiosi per il controllo dell’umanità da parte della Chiesa tramite la “segregazione sessuale”.

Una domanda pratica, a questo punto, è d’obbligo. Supponiamo di non mettere in dubbio la teoria gender nella sua formulazione più estrema, ma decidiamo di porci delle domande sulla formazione delle identità sessuali, quindi esprimiamo, da psicologi, la necessità di studiarle: cosa succede? Ha la sensazione che il mondo accademico intervenga in tal senso o il contrario?

Questa forse è la parte più problematica, perché sembra che la posizione ideologica sia diventata un freno per il dialogo critico, fino ad indirizzare la ricerca. Durante un convegno di rassegna di studi del settore, ci è stato detto tranquillamente che lo sviluppo dell’identità sessuale, cioè di quale sia il percorso evolutivo che porta una persona ad assumerla, è stato letteralmente abbandonato nei primi anni ’70 a favore di un unico argomento: l’omofobia. Sembra che chiedersi come faccia una persona ad assumere una identità sia tutto sommato una domanda omofoba, quindi è preferibile chiedersi perché tutti, e intendo tutti, anche le identità sessuali diverse dagli eterosessuali, siano tutto sommato un po’ omofobi.

A leggere i mezzi di informazione di massa l’omofobia sembra un dato di fatto: per lei è qualcosa che esiste, quanto meno nei termini in cui ci viene comunicata?

Qui è giusto vestire un po’ i panni dell’accademico: sì, l’omofobia esiste, e sì, è perfettamente possibile e dimostrabile che molti atti di violenza nascano dal disperato tentativo di negare l’esistenza di una identità sessuale diversa dalla propria. È un problema soprattutto per i giovani, perché durante l’adolescenza, dove la fragilità è fisiologica per via del fatto che l’identità è ancora “in cantiere”, il gruppo può esercitare pressioni tremende sulla persona considerata “diversa”. Ovviamente, quando c’è la violenza di mezzo, il problema non ha età. È il nostro ruolo di adulti lavorare per prevenire il più possibile questa forma di sofferenza ed aiutare eventualmente la persona a gestirla ed affrontarla senza venirne distrutta.

L’appellativo, però, sta progressivamente perdendo qualsiasi significato, diventando uno spauracchio, una parola vuota. È un po’ come dare del “fascista” o “comunista” ogni qualvolta vi sono idee diverse dalla propria, senza alcuna corrispondenza con la realtà: si finisce con l’etichettare un pensiero, non un problema. Faccio un esempio: prendere una posizione critica sulla teoria del gender diventa prendere una posizione omofoba, anche se alla persona che matura un approccio simile fondamentalmente non interessa nulla di incidere su identità sessuali diverse dalla propria. Ho sentito molti omosessuali, anche famosi, prendere posizioni critiche nei confronti della famiglia gender e venir etichettati come afflitti da omofobia interiorizzata o peggio ancora di tradimento.

Messa così sembrerebbe un problema meramente lessicale. Ma in questo modo si tralascia, nuovamente, di affrontarlo nella sua sostanza: cioè il bisogno naturale di discriminare per poter differenziare me stesso dall’altro. Badi, discriminare è capire in che modo siamo diversi, quindi è altro rispetto a stabilire cosa sia meglio o peggio. Quando reprimiamo l’omofobia, dimenticandoci il problema di fondo, ci limitiamo ad ammettere alcune discriminazioni e a condannarne altre di segno opposto. Così il violento si sposta verso la nuova forma di discriminazione. Alla fine si arriva al culmine in cui la discriminazione è sbagliata quindi è giusto essere violenti con chi discrimina, indipendentemente dal modo e dal motivo, una sorta di “squadraccia politicamente corretta”.

Tornando alla “posizione ideologica di massima” di parte dei suoi colleghi, se così possiamo chiamarla: secondo lei perché è stata presa questa direzione?

Prima facevo riferimento all’essere uno psicologo “di nuova generazione”. L’ho fatto perché mi sono accorto che c’è una forte differenza di pensiero con la generazione precedente, quei “pionieri” nati prima che la psicologia fosse regolamentata anche giuridicamente.

Avevo un sospetto: gli psicologi della vecchia generazione non sono omofobi ma sembrano fortemente prevenuti verso l’omosessualità. La considerano, più che una identità, una deviazione sessuale che nasce da problemi profondi. In termini più duri: una malattia mentale. Questa posizione molto rigida era figlia un po’ del pensiero dei padri fondatori della psicoanalisi un po’ anche dei tempi in cui questi psicologi si sono formati. Ci sono diverse ricerche, riguardo la diffusione dell’omofobia tra gli psicologi, che sembrano supportare tale visione.

Parlando con i miei “coetanei”, sono giunto ad un secondo sospetto: questa posizione rigida e colpevolizzante ha scatenato nella nuova generazione una reazione altrettanto rigida, ma di segno opposto. Adesso sembra che dobbiamo dimostrare a tutti i costi che siamo liberali, aperti a tutto, e soprattutto vedere nella cultura e la morale civile il male assoluto. Questo, ovviamente, senza fermarsi mai a pensare.

Che tipo di influenza può avere l’eventuale trionfo del gender sull’identità degli stessi omosessuali?

Ho pensato a ciò che immaginava Nietzsche sulla “morte di Dio”: una gioia immensa seguita da una profonda angoscia nel momento in cui si realizza ciò che sta succedendo.

Io sono un profondo sostenitore della diversità, intesa come identità soggettiva: una delle cose più mature che può fare una persona è mettere una differenza chiara tra “me” e “te”, a livello di spazio mentale. E’ un lavoro che l’essere umano inizia a fare dai primi anni di vita, quando il bambino piccolo inizia a capire che lui e la madre non sono una cosa sola, in totale simbiosi: dal “noi” si passa all’”io e te”. Si inizia quindi a dire “tu sei diverso da me, non siamo la stessa persona”. Questa è la base necessaria per lo sviluppo di qualunque identità, non solo sessuale. Per dirla in termini più romantici, è il momento in cui una persona capisce che deve percorrere una sua strada, strada che porta il proprio nome sopra. Dal mio punto di vista la teoria del gender non è aiutare a diventare persone, ma vuole cancellare una parte di noi stessi perché diventata “politicamente scorretta”. Penso sia un rischio enorme, perché guadagnare un’immagine di sé stessi è già difficile, perderla è qualcosa di spaventoso e distruttivo: e possono rimetterci tutti, indipendentemente dall’identità sessuale.

La polemica sulle adozioni è stata spinosa. Quando si ipotizzava di includere la stepchild adoption nella legge, non si contavano le frasi-fotocopia, tanto sui social network che sui media che sostenevano: “Meglio due bravi genitori omo che due pessimi etero”. Insomma, un’ aprioristica sentenza di colpevolezza verso la mamma e il papà.

Potrei rispondere: meglio due bravi genitori etero che due pessimi genitori omo. Se togliamo la connotazione sessuale: meglio due bravi genitori che due pessimi genitori. Banalità, insomma. Così come la retorica anti-famiglia è, secondo me, ormai stantia: è dagli anni Sessanta che cerchiamo di dimostrare che la famiglia è il male assoluto del mondo, e alla fine anche le persone gender, alla prima possibilità, si ritrovano quasi naturalmente a pensare in termini di nucleo familiare. Forse la famiglia non è una cosa così spregevole, alla fine.

Se ripensiamo a quanto ho detto sulla discriminazione, guardiamo al messaggio che passa: non si riconosce la differenza tra genitori gender ed etero, bensì si critica la famiglia tradizionale e le si fa del male, per dimostrare la bontà di quella gender. Questa è violenza identica a quella tanto paventata nell’omofobia. Forse i nostri legislatori dovrebbero riconoscere la violenza eterofoba per educare le persone al rispetto?

Cosa ne pensa di vari legislatori che definiscono essere padre o madre “concetti antropologici”?

Mi sembra un’ affermazione furba, che mischia le carte in tavola per confondere le acque. Mi spiego meglio. Si può parlare sia di “padre” come di genitore, cioè educatore, che di “padre” come “punto di riferimento per l’identità”. Se prendiamo in esame la questione “educatore”, è vero che in molte culture vi sono più figure di riferimento: si pensi ai kibbutz israeliani, alla famiglia-clan africana, anche al ruolo che giocano i nonni nella società italiana. Ma nessuna di queste organizzazioni famigliari intacca il concetto di “identità” maschile o femminile. Qui entra in gioco l’ideologia gender: siccome alcune persone soffrono nel non riuscire ad identificarsi in queste identità, i concetti di “padre “ e “madre” andrebbero demoliti, lasciando posto ad una sorta di graduatoria per importanza: “genitore A, B, C”, “1, 2 e 3” e così via; poco importa se quelle identità aiutano tante altre persone a sviluppare un concetto di Sé più stabile e integrato, l’importante è essere politicamente corretti.

Tutto ciò si riflette nel fatto che la teoria gender rimane un’ipotesi scientifica che, però, non viene discussa in modo scientifico perché troppo ammantata di ideologia. Le sue applicazioni pratiche purtroppo seguono la via del liberalismo estremo tanto di moda nei nostri tempi: distruggere tutti gli artefatti culturali, come il concetto di padre e madre, o le categorie identitarie, sostituendole con prodotti concreti che sfruttano la solita trita e ritrita logica del consumismo materialista: la sensazione, indipendentemente da come la si pensi, è che in futuro invece di lavorare su noi stessi per trovare la nostra strada, cresceremo gender-neutral come alcuni giocattoli svedesi per evitare di offendere l’opinione pubblica.

(di Stelio Fergola)