La discutibile retorica dell’estrema destra

 

Non meno che in ambito interno, anche in politica estera le posizioni dei residuali movimenti neofascisti italiani presentano delle gravi contraddizioni, in particolar modo se rapportate alle dichiarazioni di principio. Riguardo a questo tema, la critica antifascista ha spesso insistito su teorie del complotto secondo le quali queste organizzazioni sarebbero profondamente infiltrate (addirittura da agenti del Mossad!) e quindi né più né meno che strumenti dell’imperialismo atlantico. Come sovente accade, affermazioni veritiere in determinati contesti (es. Gladio) – ma lo stesso vale per la sinistra radicale – sono estese acriticamente, al punto di essere prese per leggi universali. Il cospirazionismo sarà certo rassicurante per l’autostima di chi denuncia la cospirazione, ma è fuorviante quando si tratta di comprendere davvero la realtà.

In questo caso, la spiegazione di queste contraddizioni, in forze ormai politicamente marginali e non suscettibili di giocare un ruolo concreto (diversamente, ad esempio, dai loro omologhi ucraini), sta nella confusione e negli errori concettuali che costellano la cosiddetta Area. Su questo punto, i programmi politici dei due principali movimenti sono, comprensibilmente, sintetici, ancorché consonanti. CasaPound Italia parla di «partnership privilegiata nei confronti della Federazione Russa», «allargamento delle cooperazioni ad est», «politica mediterranea sovranista», «collaborazione attiva (culturale ed economica) con l’America Latina». Anche Forza Nuova ritiene la Russia «un partner naturale per la politica e per lo sviluppo europei». Non mancano però passi in odore di imperialismo come il «ripristino della geopolitica degli “anni Trenta” verso il Mediterraneo e l’Oceano Indiano» (CPI), «il ruolo fondamentale dei popoli europei nella ricostruzione del moribondo continente nero» e l’Europa che «porterà la pace nei conflitti tuttora in corso, con riferimento particolare al vicino ed al Medio Oriente» (FN).

Entrambe ovviamente concordano su un’integrazione europea su basi diverse dalla UE e sull’uscita dalla NATO, per cui parlare di “atlantismo” è decisamente fuori luogo. Ad ogni modo, resta opportuno fare riferimento alla pubblicistica, ormai quasi esclusivamente virtuale, e ai comunicati e iniziative politiche, anche di singole sezioni, per esaminare quali siano nella pratica le prese di posizione e soprattutto la tendenza generale. Sulla crisi ucraina, ad esempio, si è già scritto molto, e va detto che, presto o tardi, la sbornia maidanista è in ampia parte passata. Restano però intatte le motivazioni alla base di questo grave errore: la solidarietà ideale con i nazionalisti ucraini e l’avversione per il filo-sovietismo di molti russi e novorussi. Le frange più radicali arrivano a trasformare la giusta critica ai limiti del governo putiniano, e soprattutto del blocco sociale e politico che lo sostiene, in deliberato attacco, sposando la linea degli estremisti di destra russi, che accusano Putin di essere mondialista, per via dei suoi rapporti sereni con Israele, Islam e URSS.

Per ragioni simili, legate al passato conflitto mondiale, persiste un’esaltazione del Giappone guerriero, anche quando il suo riarmo è funzionale alla strategia statunitense di contenimento della Cina. Passando al Mediterraneo, niente da eccepire sull’impegno pro-Siria, ma già sulla Libia, va ricordato che si è passati, nel giro di un solo anno, da feroci attacchi contro Gheddafi, accusato di mandare immigrati, insultare l’Italia e diffondere l’Islam, ad onori postumi come resistente antiamericano. Del resto, se si tratta di Africa, riemerge subito tutto l’armamentario di nostalgismi e revisionismi colonialisti (e non solo italiani!), fratellanza bianca verso i sudafricani, che gettano qualche ombra sulle proposte di collaborazione coi Paesi africani, tanto più se si parla di «rivalutare un certo colonialismo», per citare Gabriele Adinolfi. In America Latina, pare che si proceda più per suggestioni romantiche che per ragionamenti: Chávez è socialista nazionale, quindi è buono, Maduro, invece, è un comunista che ha rovinato il Paese. Il marxista Guevara è un eroe nazional-rivoluzionario, invece il nazionalista Fidel – che, detto tra noi, concretamente ha fatto molto più del Che – è un dittatore comunista. In Argentina ci sono i peronisti, per cui va bene, invece in Brasile c’è il «presunto statista para-trotzkista» Lula, quindi non va bene.

Ma in generale, se si osservano con attenzione gli articoli di una testata come “Il Primato Nazionale”, tutta la prospettiva multipolarista è non solo criticata, mettendo in luce le contraddizioni tra i BRICS, ma nettamente, ancorché sottilmente, rifiutata. L’unica prospettiva è quella dell’Europa come superpotenza imperialista, arrivando agli estremi del succitato Adinolfi, che dichiara apertamente che la UE è il male minore, e quindi bisogna restare al suo interno, costi quel che costi. Solo uno sciocco però potrebbe affermare seriamente che è pagato dalla Merkel per sostenere la causa dell’egemonia tedesca tra quelle poche migliaia che lo leggono.

Il problema è proprio ideologico e si riduce a due punti fondamentali: l’aderenza tribale alla rigida divisione camerati-compagni, e una concezione social-darwinista dei rapporti internazionali, per cui non è possibile la cooperazione tra nazioni, ma solo lo scontro. Il primo punto è imbarazzante per quanto è perfettamente speculare all’antifascismo militante dei centri sociali, benché si presuma che i fautori di un’ideologia terzaposizionista, né di destra né di sinistra, abbiano superato le divisioni destra-sinistra, invece sempre Adinolfi (2014) afferma che «al mondo i leaders […] degni di rispetto» sono Putin, Shinzo Abe, Orban e Assad: tre nazionalconservatori e un socialista nazionale! E il secondo punto, per quanto lo si voglia nobilitare con del niccianesimo d’accatto, è una trasposizione sull’arena internazionale della competizione liberista tra privati o della lotta di classe marxista, che si vorrebbe condannare. Eppure, fatti salvi i principi del realismo politico, nel loro ideario ci sarebbe tutta una vocazione sincretica e universalista da recuperare, anziché persistere in questi rozzi rigurgiti piccoloborghesi, sintetizzati con il becero motto da naziskin «Difendi il tuo simile, distruggi il resto.»

(di Andrea Virga)