Reato di negazionismo: una legge controversa

“La propaganda, l’istigazione e l’incitamento basati “in tutto o in parte sulla negazione della Shoah o dei crimini di genocidio, dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra” costeranno dai 2 ai 6 anni di reclusione: questo sancisce la legge licenziata lo scorso 8 giugno dalla camera dei deputati, la quale con l’introduzione del comma 3 bis all’art.3 della preesistente legge Mancino, varata nel 1975 per bandire la discriminazione etnica, razziale e religiosa, mira a contrastare penalmente il fenomeno del negazionismo.

La comunità Ebraica ha manifestato soddisfazione, ricevendo l’unanime appoggio dei principali quotidiani Italiani e degli esponenti della maggioranza. “Troppi – dichiara Walter Verini, capogruppo alla camera e relatore della disposizione – sono i segni di sottovalutazione di gesti di intolleranza, violenza, o di negazionismo che rendono necessari provvedimenti di valore storico, politico-morale, di prevenzione ma anche di deterrenza penale”.

Verini aggiunge che “il reato di negazionismo è ben delineato nei suoi elementi oggettivi soprattutto per il requisito della commissione delle condotte di propaganda, istigazione e incitamento, commessi in modo che derivi concreto pericolo di diffusione. Si è voluta colpire una condotta pericolosa e negativa – conclude – ma nella massima garanzia delle liberta’ individuali”. Insomma, c’è aria di festa: la sinistra Italiana, la cui esistenza è ascrivibile esclusivamente alla costante rievocazione degli indomabili orchi fascisti, ipoteca così la propria egemonia culturale. Quella promulgata dalla camera non è una legge, ma la fase terminale di un processo di autoconservazione il cui obiettivo finale è quello di perpetuare eternamente quella stessa sovrastruttura ideologica che, dal dopoguerra in poi, ha monopolizzato il dibattito, l’istruzione e i trascorsi politici di tutte le nazioni Occidentali.

Sia chiaro: gioire per le sofferenze patite dalle persone di fede Ebraica all’interno dei campi di concentramento è un atteggiamento dettato da profondi squilibri di natura psicologica, curabili solo con l’ausilio di un medico qualificato. Qui, giova specificarlo, ci sono in gioco la possibilità di ricercare una verità dissimile da quella comunemente accettata e, di conseguenza, l’indipendenza o, eventualmente, la subalternità del paese al quale tutti noi apparteniamo. A maggior ragione, è intollerabile che a legiferare in materia siano stati gli stessi sostenitori di un governo, quello Ucraino, appoggiato da organizzazioni paramilitari dichiaratamente naziste, responsabili di pulizie etniche ai danni della popolazione russofona del sud-est dell’Ucraina.

I ditirambi pindarici riservati a Nadija Savchenko – pilota del battaglione Aidar accusata dell’uccisione di due giornalisti Russi – e la calorosa accoglienza riservata dal PD al ministro degli interni Ucraino Arsen Avakov, ideatore di un sito, Mirotvorec, istituito per punire gli oppositori di Poroshenko, non collimano affatto con i recenti mutamenti legislativi. Quest’utilizzo camaleontico della verità storica – imposta in madrepatria mediante recrudescenza penale e simultaneamente rigettata altrove a seconda delle convenienze – indica una preoccupante propensione a strumentalizzare le tragedie verificatesi nel XX secolo per fini prettamente propagandistici, che nulla hanno a che vedere né con i commendevoli propositi annunciati pubblicamente, né con la ridondante retorica democratica propinata incessantemente a testate, reti e aule unificate.

Crimini di guerra, crimini di genocidio, crimini contro l’umanità: definizioni delle quali popolazioni come quella Serba e quella Libica conoscono perfettamente il significato, ma che, stranamente, vengono adoperate solo per custodire quelle stesse narrative propedeutiche al consolidamento di un unipolarismo imperniato, sin dalle sue origini, sulla manipolazione storiografica e la documentazione imparziale dei fatti.

Orbene, è ragionevole attendersi dalla nostra gaudente democrazia la severa criminalizzazione dei carnefici di quelle vittime che, esattamente come gli Ebrei innocenti deportati nei campi di concentramento, sono state sadicamente martorizzate con deliranti pretesti. La compassione non deve essere selettiva, il rischio di apparire simili ai tanto vituperati regimi totalitari, d’altronde, è sempre dietro l’angolo”.

(di Roberto Marrocco)