La riforma del Senato spiegata semplicemente

 

Mancano ormai meno di sei mesi al fatidico Referendum di ottobre, quello che sancirà l’approvazione definitiva, o il rigetto, della riforma costituzionale del Senato della Repubblica voluta da Renzi e spinta in generale da tutta l’area politica del PD che fa capo tanto al presidente del Consiglio quanto ad alcune aree dell’opposizione (questo al di là di una presunta caduta del Patto del Nazareno che gli eventi recenti hanno messo parecchio in dubbio).

Ritengo sia giusto tornare sull’argomento visto il dibattito che si intensificherà avvicinandosi al voto. Lascio ad altri la classica polemica conservatrice secondo la quale “ci sono problemi più urgenti per il Paese” sentita più volte da varie forze politiche e anche da parte dell’opinione pubblica.

Una sciocchezza che si liquida con poche parole: con le riforme si affrontano eccome le urgenze del Paese, perché un governo più efficiente e più stabile, insieme alla produzione legislativa, sono elementi essenziali, i primi requisiti per superarle. Meno efficiente è la macchina governativa e legislativa, meno possibilità ci sono di risolvere i problemi.

Esaurita questa ovvietà, ricordiamo a tutti che l’Italia è l’unico Paese democratico ad avere il bicameralismo perfetto. E’ l’unico Paese, cioè, in cui le due camere del Parlamento votano le stesse leggi, e fanno, sostanzialmente, le stesse cose. Non solo, entrambe hanno il potere di modificare una legge prima dell’approvazione, il che produce automaticamente la votazione continua della stessa finché il testo tra le due parti non coincide (le odiosissime navette).

Qualunque opinione abbiamo delle istituzioni, risulta evidente che due organi identici non hanno senso di esistere. Tutto il resto dell’Occidente fa a meno di una delle due oppure, nei casi più prossimi, usufruisce di una “camera bassa” spesso riguardante le autonomie locali (come avviene in Germania o in Spagna) ma con poteri inferiori a quella “principale”.

Analizziamo il Senato oggi e come sarà (sarebbe) dopo l’approvazione della riforma.

Il Senato oggi è composto da 315 parlamentari, eletti su base locale ma che devono aver compiuto almeno il quarantesimo anno di età. Diventano 321 con i 6 nominati a vita dal capo dello Stato. L’attuale senato vota la fiducia al nuovo governo, le leggi di bilancio, la legge di Stabilità. In seduta comune con la Camera, invece, elegge 8 giudici del Csm, 5 giudici della Corte Costituzionale e il Presidente della Repubblica. Ma soprattutto, vota le leggi ordinarie che costituiscono la stragrande maggioranza dell’attività parlamentare, considerando che le votazioni in seduta comune di cui abbiamo parlato vengono fatte ogni anno per la legge di Stabilità e quelle di bilancio, ogni sette per la presidenza della repubblica, ogni quattro anni per il Csm e nove per la Corte Costituzionale.

Il Senato dopo la riforma sarà composto da 100 elementi, di cui 21 sindaci, 74 consiglieri regionali e 5 di nomina presidenziale. Su questi ultimi c’è una notevole differenza rispetto ai senatori a vita attuali: la nomina non sarà vitalizia, ma per la durata del presidenza della Repubblica di turno, quindi settennale. Il nuovo Senato voterà solo le leggi “una tantum” quindi quelle di stabilità e di bilancio e tutte le elezioni istituzionali di cui parlavamo prima (Presidente della Repubblica, Csm, Corte Costituzionale, eccetera). Voterà, altresì, le leggi che riguardano le competenze regionali.

Non si esprimerà sulla fiducia al governo, non voterà le leggi ordinarie che, a centinaia, si producono nell’attività parlamentare ogni anno. Non percepirà uno stipendio aggiuntivo: i nuovi senatori saranno consiglieri e sindaci, l’unico loro diritto sarà il rimborso spese per le trasferte a Roma.

Ancora da definire la modalità di elezione per i consiglieri regionali, che saranno scelti tra quelli dei vari consigli con un regolamento che è ancora da decidere. Nessun problema per i sindaci: i 21 che andranno in Senato saranno infatti del capoluogo di ogni regione (ad eccezione del Trentino – Alto Adige che ne avrà 2), eletti regolarmente con la legge del 1993.

Messi a confronto i due “Senati”, è innegabile notare che il nuovo avrà meno competenze e non influirà nell’approvazione della grande maggioranza delle leggi parlamentari annuali. Costerà di meno, visto il numero enormemente ridotto dei suoi elementi e il fatto che non percepiranno altro che un rimborso spese: certamente, non parliamo di cifre che salveranno mai il bilancio dello Stato (a differenza di quello che la vulgata comune sostiene).

Le accuse che, come al solito, si sono succedute all’ennesima proposta di revisione della Costituzione sono molte.

La più popolare è la solita: l’assalto alla democrazia, la riforma autoritaria, il duce della terza repubblica che avanza. Quanto sia ridicola, è verificabile dal banale confronto delle istituzioni italiane a riforma approvata con quelle di qualsiasi democrazia occidentale: a meno di non essere in malafede o non saper leggere, è impossibile considerare il nuovo sistema più autoritario di qualsiasi altro democratico-rappresentativo, tanto di stampo parlamentare che, ovviamente, presidenziale.

Un’altra polemica che si è fatta strada è quella sull’estensione dei privilegi dei nuovi senatori. In pratica, facendo leva sul fatto che i consiglieri regionali attuali non godono di immunità politica (al contrario dei senatori) si sta accusando la riforma di una sorta di estensione della protezione politica contro le indagini e le intercettazioni, visto che almeno una parte di loro andrà a svolgere una seconda attività a Palazzo Madama. La superficialità di tale impostazione si smentisce con poco: attualmente ci sono 315 senatori che godono di protezione parlamentare, dopo la riforma ce ne saranno più di 2 terzi in meno. Il numero totale di politici che, quindi, godrà di immunità sarà addirittura diminuito, pur provenendo da realtà che non prevedono alcuna immunità.

Analizzate le due versioni del Senato, demolite le (stupide) accuse, che bilancio possiamo tracciare? Moderatamente positivo senza dubbio, ma senza alcun entusiasmo di sorta.

Eliminare il bicameralismo perfetto è una semplificazione notevole che, cosa più importante per gli urlatori da dittatura facile, allinea l’Italia a sistemi democratici più normali e meno schizofrenici. Eliminare una doppia funzione identica snellisce indubbiamente l’iter legislativo, non più costretto al cosiddetto “ping pong” di leggi che, tra riletture e modifiche infinite, si trascinano per anni.

E’ altrettanto indubbio che la riforma non risolverà i problemi atavici di stabilità governativa: è vero, il nuovo Senato non voterà la fiducia al governo, ma non porterà nemmeno ad alcun cambiamento in senso presidenziale. Di conseguenza, la fiducia rimarrà in pianta stabile e sarà votata dalla Camera.

Per concludere, si tratta di un cambiamento istituzionale che velocizzerà notevolmente la produzione delle leggi così come il processo di insediamento di un nuovo Governo, ma non risolverà i problemi storici delparlamentarismo: instabilità, potere di ricatto delle minoranze, poteri del premier deboli continueranno ad insidiare la vita politica.

Per superarli ci vorrebbe una riforma ben più decisiva, come era stata quella del 2005, ampiamente bocciata al Referendum dell’anno successivo: quell’anno gli italiani rifiutarono una riduzione dei parlamentari simile (anche se distribuita tra le due camere), un premierato e un governo con poteri paragonabili a quelli delle democrazie presidenziali, oltre all’elezione diretta del Presidente della Repubblica. Una vera rivoluzione della Costituzione che, senza toccare i principi fondamentali, interveniva sui problemi di stabilità e governabilità che la attanagliano praticamente dal 1948.

C’è da augurarsi che questa volta non si commetta lo stesso errore.

(di Stelio Fergola)