Buonanno, nemmeno la morte ferma gli sciacalli

Di fronte alla morte del leghista Gianluca Buonanno, il web ha reagito in maniera selvaggia: tralasciando le condoglianze dei suoi colleghi e sostenitori – e parte dei suoi avversari politici, in primis il premier Matteo Renzi – in molti si sono accaniti sul defunto parlamentare gioendo e ironizzando sull’accaduto. Parte dell’opinione pubblica è rimasta scandalizzata dai commenti pesanti che si sono succeduti alla notizia ma, se si riflette, la cosa non solo non sorprende, ma era facilmente prevedibile.

Il caso di Buonanno è, paradossalmente, il meno crudo ed è parte di una tradizione che accomuna sia la sinistra da centro sociale che quella “radical chic”, ossia quella di inneggiare alla morte dell’avversario politico. Il vilipendio dei morti, vizio inguaribile della sinistra borghese, è uno dei comportamenti più meschini da parte di un’area politica che spara sulla croce rossa per mascherare la propria e tragica mancanza di argomentazioni; non è fare moralismo dire che chi distrugge una targa commemorativa o chi intavola una discussione su “morti meritate” non solo non ha realizzato nulla di concreto ma dimostra altresì un vuoto che è politico e intellettuale.

La violenza antifascista e il vilipendio del morto sono fenomeni collegati ma differiscono nella prassi: se vogliamo fare un esempio celebre prendiamo il caso Ramelli.  La violenza era quella dei suoi carnefici, mentre il vilipendio era quello dei consiglieri che hanno applaudito alla notizia della sua morte. La violenza sporca le mani, lo sfregio del cadavere no e lo si può fare senza rischi e, con una mentalità bigotta, puoi persino ostentare la tua superiorità utilizzando una logica infima che ne giustifica il gesto.

Ciò che rende più vile questa pratica da borghesi annoiati è la presunzione di questi che, in nome della loro millantata superiorità morale, dopo aver dissacrato e aggredito chi non può (più) difendersi, dall’altra pretendono rispetto su argomenti da loro ritenuti sensibili.

Qui il rivoluzionario da centro sociale e il radical chic da caffè intellettuale si svelano per quello che sono: semplici borghesi e, in quanto tali, moralisti. Infierire sul morto, come aggredire avversari politici in inferiorità numerica, è una conseguenza inevitabile di quel comportamento masochista di certa sinistra italiana che ha abbandonato le battaglie proletarie per appiattirsi su temi da salotto intellettuale, schierandosi apertamente per “i padroni”.

Essi vedono nell’area avversa coloro che sono riusciti a fare proprie le battaglie che loro stessi hanno lasciato in nome di un posto più comodo nel quadro politico, e ciò fa di costoro dei repressi. Dopotutto è meglio inneggiare su internet a piazzale Loreto che attaccare i veri carnefici, no?

(di Antonio Pellegrino)