Quando il calcio era una lotta di classe

 

Il campionato di calcio è finito: la Juve più forte di sempre ha vinto il quinto scudetto consecutivo iniziando a giocare con due mesi di ritardo, mentre la Milano calcistica si sta dimostrando la più debole di sempre.  Da Rivera e Mazzola, Matthaus e Van Basten, Vieri e Shevchenko si è arrivati a spendere 35 mln di bonus per l’ancora oggetto misterioso Kondogbia da una parte e 25 mln per ‘il futuro Nesta’ (cit.) Romagnoli per l’altra: il calcio milanese sembra essere sempre più fatto di gioie del passato e di partite storiche, dall’euroderby di semifinale nel 2003 alle vittorie della Champions ora del Milan di Sacchi, Capello e Ancelotti, ora della Uefa del trio Djorkaeff-Ronaldo-Zamorano, ora del triplete di Mourinho.

Il tifo italiano, dagli anni Settanta in poi, si è indirizzato progressivamente verso la Juve,  il Milan e l’Inter. Certo, non si possono negare i diversi milioni di tifosi che affollano anche le “outsider” Napoli, Roma e Lazio: la dimostrazione più evidente è la puntuale polemica che tutti gli altri club di A lanciano ogni anno verso le 6 squadre appena nominate per la spartizione di diritti televisivi (polemica alla quale si risponde, non a torto, che esse costituiscono circa l’85% del tifo italiano in pay per view). Ma diciamo che, se i tifosi delle ultime tre sono concentrati nelle loro province e città, quelli delle cosiddette “strisciate” sono pù distribuiti a livello nazionale.

Per parlare dell’affermazione della Juventus ci vorrebbe articolo a parte: vuoi per la Fiat, vuoi per la famiglia Agnelli, vuoi per la grande emigrazione dei lavoratori meridionali verso le fabbriche piemontesi. Diversamente dalla città di Milano che, invece, ha una storia calcistica incentrata anche sul territorio lombardo e sull’hinterland milanese.

Innanzitutto, bisogna sapere che la rivalità delle due squadre cittadine è viscerale. L’Internazionale Football Club Milano 1908 nasce proprio da una costola dell’Associazione Calcistica Milan 1899 dopo che 44 soci decisero una scissione per le politiche di tesseramento e, nella notte del 9 marzo 1908, fondarono il club neroazzurro. Dopo questa divisione, e la conseguente vittoria del primo scudetto della Beneamata nel 1910, i giovani appassionati e i primi giocatori di quella squadra furono chiamati dai rivali rossoneri col termine milanese dispregiativo Baűscia, che in lingua brianzola indicava le persone che aiutavano i forestieri nella ricerca di botteghe e artigiani in cambio di denaro.

Col passare del tempo, Baűscia comincia a indicare in senso ironico anche una tipologia di piccolo imprenditore egocentrico, che non ama collaborare o condividere decisioni. Una trasformazione che avviene quando la piccola impresa ha una crescita e si industrializza, avendo così bisogno di diversificare e diramare i processi industriali.

Lungo il secondo ventennio del ‘900, il termine Baűscia è diventato, in gergo sportivo, un appellativo del tutto milanese per chiamare la Beneamata. All’epoca infatti, la tifoseria interista era composta per lo più dalla borghesia medio-alta di origine meneghina. Proprio tra le due guerre, il divario tra le due squadre si consolidò anche sui piani sportivi, poiché l’Inter vinse i suoi primi cinque titoli (1910, 1920, 1930, 1938, 1940), mentre il Milan, dopo i primi tre trionfi (1901, 1906, 1907) non raccolse più nulla fino al 1951.

Per lunghi decenni i tifosi milanisti, e le origini degli stessi calciatori del club, furono prevalentemente di estrazione proletaria, molto spesso immigrati. Così  gli interisti soprannominavano i cugini casciavit (cacciativi) allo scopo di indicarne l’origine popolare. Uno scenario ritratto anche nelle opere del commediografo milanese Carlo Bertolazzi, che utilizzò tale termine anche come sinonimo di “inetto”.

I due soprannomi vennero poi rilanciati da Gianni Brera che rilanciò così la dicotomia: i Baűscia continuavano a essere gli interisti borghesi e danarosi presieduti dal petroliere Angelo Moratti (che non si fece problemi a prelevare campioni come Luisito Suarez o il miglior allenatore dell’epoca, Helenio Herrera, spendendo i primi effettivi petroldollari per una squadra di calcio che poi sarebbe entrata alla storia come La Grande Inter), mentre i Casciavit rimanevano i tifosi della Milano operaia presieduta dall’editore milanese Angelo Rizzoli, il quale, che affirò a Nereo Rocco la prima squadra italiana che avrebbe vinto poi la prima Coppa dei Campioni nel 1963.

Ovviamente, i soprannomi non sopravvissero al calcio degli anni ’80: le rivalità classiste e ideologiche all’interno della Milano stessa non avevano più valore, dato che ormai le due squadre avevano ampiamente raggiunto una taratura sia nazionale che internazionale.

(di Giacomo Pellegrini)