Era davvero necessario un nuovo PCI?

 

È ufficiale: a fine giugno rinascerà il Partito Comunista Italiano. Si tratta di un nuovo progetto giuridico che verrà presentato a Bologna, a pochi chilometri di distanza dal luogo in cui Occhetto annunciò la fine del partito e la nascita del PDS nella storica “svolta della Bolognina”, a cui hanno aderito molti esponenti di quei piccoli movimenti di sinistra (Partito comunista d’Italia, alcuni esponenti di Rifondazione etc.) che non si sono mai sentiti rappresentati dai maggiori partiti di centro-sinistra, ma hanno tentato di perseguire in solitaria la lotta verso l’eurocomunismo, eredità diretta di Enrico Berlinguer.

I propositi sono chiari; rispolverare il vecchio, storico logo ideato dal pittore Renato Guttuso; cercare fin da subito di coinvolgere i nostalgici e gli scontenti della dirigenza PD e coloro che hanno ruotato in quest’area “ab aeternum”. Poi, non appena il tutto assumerà i connotati di un progetto serio e vincente, porre fine alla diaspora pluriventennale delle altre formazioni della sinistra extra-parlamentare, facendole convergere nel nuovo partito.

Le alte percentuali elettorali del PCI storico sono un obiettivo, ovviamente, del passato. La notizia ha avuto, comunque, un certo riscontro: in pochi giorni gli occhi di molti dei nostalgici dinanzi citati si sono riempiti di lacrime di commozione; il desiderio di rifondazione, atteso con le mani in mano a lungo, sembra finalmente essere realtà.

Tuttavia il realismo ci impone di fare una serie di considerazioni. Basti leggere le prime dichiarazioni dei promotori del progetto per capire di trovarci di fronte ad una grande “rifondazione comunista” che del PCI sembra aver ripreso solo i difetti.

Il documento congressuale recita che “c’è bisogno di un partito comunista che sappia smascherare e combattere le vacue promesse del dominio capitalistico”, ma ,come sappiamo, questo non può avvenire all’interno del sistema capitalista stesso, soprattutto accettandone le dinamiche garantite dai voti della democrazia liberale.

La rivoluzione proletaria auspicata ai tempi d’oro può oggi concretizzarsi? Nel passato, si tramutò in tutt’altro: strappi con l’URSS, compromesso storico e un possibile avvento dei comunisti al governo. Un progresso che non è mai avvenuto proprio perché scardinare un sistema dall’interno è pressoché impossibile e, inevitabilmente, si finisce avvolti nelle trame di potere.

Non è un caso se Marx sosteneva che l’unica rivoluzione possibile fosse quella armata, aggettivo eliminato dalla sinistra pacifista e cosmopolita. Il nuovo PCI potrebbe, quindi, diventare una sorta di contenitore delle idee che hanno caratterizzato il pensiero della sinistra italiana fino ad oggi pur partendo da premesse diverse. E allora ecco che cosmopolitismo sfrenato, eurocomunismo filo-americano (leggisi socialdemocrazia), battaglie per i diritti civili e molto altro ancora potrebbero guadagnare spazio.

Ovviamente non possiamo sapere come andrà, ma l’anacronismo della rifondazione, unitamente agli ostacoli che abbiamo appena espresso, ci portano a pensare che, alla fine, rivedremo quel programma trito e ritrito che, usando un’espressione adoperata dal cantautore romano Mauro Pelosi, “ha portato Marx dallo sfasciacarrozze”.

In breve, si ridurranno di numero i simboli con la falce e martello sulla scheda elettorale, cambierà il nome del partito promotore delle pastasciuttate antifasciste, ma una domanda di fondo resta: era davvero necessario un nuovo Partito Comunista?

(di Alex Faber Giuliano)