Il destino del Kurdistan, tra celebrazione e dimenticanza

 

Ricordate tutti l’estate del 2014? Era il periodo in cui in Occidente si faceva a gara per tessere le lodi degli uomini e, soprattutto, delle donne di Kobane, città del Kurdistan siriano che fin dalla prima ora si impegnò ad ostacolare l’avanzata del califfato.

Ed effettivamente sembrava che a combattere lo Stato Islamico fossero solo questi eroi curdi. Vero, è un’esaltazione più che legittima. Ma come mai si taceva invece di fronte ai sacrifici dell’esercito sciita iraniano, dei sunniti e degli sciiti dell’esercito regolare siriano e dei miliziani di Hezbollah, tutti protagonisti della resistenza armata contro l’ISIS?

Non si vuole qui cercare il pelo nell’uovo, si chiede piuttosto una certa coerenza, richiesta doverosa perché, se aggiungiamo che oggi non sentiamo più nessuno parlare della resistenza curda, viene naturale domandarsi quanto effettivamente all’Occidente importi eliminare il terrorismo islamista.

Andiamo con ordine: nel 2014 le fratture tra i curdi siriani e i baathisti non sono ancora chiuse, al punto che alcuni membri dell’Unità di Protezione Popolare curda (YPG) si trovano ad appoggiare l’Esercito siriano libero nella guerra contro il governo di Bashar Al Assad, anche se ufficialmente si pongono in una posizione neutrale rispetto a questo conflitto, soprattutto per il fatto che i ribelli dell’esercito libero intrattengono buoni rapporti con la Turchia.

In questo momento l’esaltazione del Kurdistan raggiunge i massimi storici: è infatti l’unica forza di opposizione al califfato rimasta al di fuori dalle forze che sostengono l’attuale presidente siriano, la cui caduta rimane in cima agli obiettivi geostrategici americani, interessati sia a controllare un sistema di gasdotti che ha in Siria un punto di transito fondamentale, sia, più in generale, a mantenere destabilizzata una zona-cuscinetto tra la Siria e l’Iran, i principali Paesi alleati della Russia.

È perciò più che lecito chiedersi se realmente gli Stati Uniti perseguono l’obiettivo della sicurezza internazionale, specie se consideriamo che ormai le infiltrazioni della CIA tra i ribelli e il loro appoggio ai terroristi di Al Nusra non sono più un tabù, e che anche la Turchia, storica alleata degli USA, ha gettato la maschera, colpendo un caccia russo proprio dopo che l’aviazione di Mosca aveva bombardato un convoglio che trasportava il petrolio dello Stato Islamico verso la Turchia.

Proprio la Turchia è il Paese che sta facendo emergere tutte le contraddizioni di chi a parole dice di voler cancellare l’ISIS dalla faccia della terra, ma che di fatto ha come primo obiettivo la sconfitta dell’asse russo-siriano. Ankara infatti non è mai stata in grado di smentire il suo legame con il Daesh, dal quale importa petrolio in cambio anche del passaggio di uomini e armi per il califfato.

Questo fatto sta evidenziando il doppiogiochismo dell’alleato saudita, che da un lato finge di dialogare con Putin ma dall’altro fornisce armi ai terroristi e si dichiara pronto ad affiancare i turchi in un’eventuale missione di terra, e l’imbarazzo dell’alleato americano, obbligato a mantenere buoni rapporti con Ankara, alla quale è legato dalla NATO, ma che allo stesso tempo ha il terrore di perdere credibilità internazionale schierandosi con un Paese di fatto vitale per lo Stato Islamico.

In tutto questo che fine ha fatto il Kurdistan? Ebbene, al momento è minacciato dalla solita Turchia, e le tensioni sono in continuo aumento. E, data la rottura ormai irreversibile tra Mosca e Ankara, avendo posto in secondo piano anche gli attriti con Assad, si sono ritrovati inevitabilmente alleati con Putin. Et voilà, il cortocircuito occidentale è servito. Sembra un sistema di alleanze impossibile da comprendere, ma basta rifletterci con attenzione che tutto torna.

I tentativi di ideologizzare la lotta armata curda non potevano che finire nel nulla, come nulla è ciò che l’Occidente sta dimostrando in questa situazione contingente. E, nel frattempo, Assad ha dichiarato che concederà l’amnistia a tutti coloro che deporranno le armi. La teoria della lotta contro il regime oppressore baathista ha dunque perso ogni suo fondamento.

(di Lorenzo De Bernardi)