Dario Fo e l’incoerenza di Benigni: da che pulpito

 

Il poeta per eccellenza della sinistra bene Dario Fo definisce, negli ultimi giorni, Roberto Benigni come un “opportunista” per il suo Sì al referendum costituzionale promosso da Matteo Renzi. Sarebbe una cosa ragionevole, se non fosse che l’autore di tale attacco nel corso degli anni si è comportato come, se non peggio, della “vittima” dello stesso. E mica solo in un’occasione.

Il passato politico ha visto oscillare Fo da posizioni radicali vicine al Soccorso Rosso Militante degli Anni di Piombo a posizioni ultraparlamentariste, posizioni che, oltre alla conservazione del posticino nella cultura più in vista, gli permisero di ottenere pure una lezione presso una delle università private più liberali del panorama accademico italiano, ossia la Bocconi di Milano. Alla faccia del “comunista”, come è stato definito in maniera ignorante un po’ da tutti.

Posizioni che trovano la piena concretizzazione, inoltre, negli ultimi tempi, nei quali il Premio Nobel non si è fatto mancare la candidatura a sindaco di Milano con il beneplacito di Rifondazione Comunista, e successivamente il sostegno tout-court al Movimento 5 Stelle, a detta sua una forza rivoluzionaria all’interno dello scacchiere partitocratico italiano ma che, de facto, sembra differenziarsi poco dagli altri partiti in termini di interessi ed inettitudini, basti pensare alla giunta Nogarin a Livorno, al caso Pizzarotti a Parma e al caso Capuozzo in quel di Quarto.

Un cursus honorum un po’ strano per chi, negli anni ’70, dovrebbe aver incentrato il suo attivismo politico sul rifiuto totale del concetto di rappresentanza parlamentare dei sistemi democratici rappresentativi.

Fosse coerente con le idee sfoggiate assieme a Franca Rame a sostegno dei carcerati della sinistra extraparlamentare e, di conseguenza, sui mali del sistema capitalista in quelle posizioni ribaditi, oggi accantonerebbe un antifascismo di maniera in favore di un’attenta analisi della nuova linea politica europea. Valuterebbe un po’ più criticamente e intelligentemente il successo di partiti come il Front National o altri soggetti, magari senza la solita retorica antileghista o antisalviniana che torna sempre utile per imbellettarsi di fronte alla società civile, democratica e capitalista, che di premi e prebende per i suoi sponsor di alto livello è sempre ben prodiga.

Si renderebbe conto che tre quarti dei soggetti bollati come fascisti o razzisti nella sua area, attirano spesso e volentieri ex comunisti e socialisti privi di riferimenti politici dopo il 1989. Soggetti restii a votare, sostenere o piegarsi a movimenti o partiti liberal-democratici che sono uno la copia dell’altro. Ma Fo, probabilmente ha seguito coerentemente una sola cosa; il percorso di accentramento e liberalizzazione dello pseudocomunismo italiano, sempre pronto ancor oggi nei suoi rimasugli a definirsi antifascista, antirazzista, antisessista, antipopulista, ma mai anticapitalista.

Dall’anticlericale convinto che pare ancora di vedere impegnato negli anni delle contestazioni studentesche del ’68, inoltre, ci troviamo oggi un Fo come cantore della Chiesa, con la realizzazione nel 2009 dello spettacolo su Sant’Ambrogio, il patrono di Milano, in cui il premio Nobel si cimenta in una meticolosa ricostruzione della religiosità nel 300 d.C. Anche in questo caso, non proprio un baluardo di coerenza.

Coerenza che non dimostrò nemmeno, forse per paura di una spada di Damocle sulla testa che lo costringesse alla damnatio memorae, in merito al suo passato da Repubblicano a Salò. Un passato mai chiarito, se non con frasi incerte e dichiarazioni controverse.

Indro Montanelli, nel 1975, nella critica pungente di una pièce teatrale del Premio Nobel in cui si prendeva gioco dell’altezza di Amintore Fanfani, scimmiottando il famoso motto di Toulouse-Lautrec “ho la statura del mio nome”, dubitò profondamente riguardo al fatto che la stessa frase si potesse accostare anche al nome e all’imponente stazza (fisica) di Dario Fo.

Viste le recenti involuzioni, non possiamo non concordare con il grande giornalista di Fucecchio.

(di Davide Pellegrino)