Umberto Bossi e Matteo Salvini: due Leghe a confronto

 

Uno è l’indimenticabile “Senatùr“, l’altro il ruspante “Capitano”. Per molti aspetti sono due uomini estremamente diversi: uno è deciso, l’altro molto più riflessivo. Uno è sbruffone, l’altro pacato. Uno le sparava, l’altro è sempre schietto. Uno è statico, l’altro movimentista. Uno è schivo, l’altro sempre in tv. Ma hanno anche molte similitudini: entrambi amano stare tra la gente e certamente entrambi amano la vita di popolo. Nessuno dei due, poi, è diventato “il classico politico”.

Eppure entrambi sono certamente riusciti ad interpretare per quasi 30 anni una fetta davvero importante dell’elettorato italiano, soprattutto quello del Nord. Per capire davvero il “Bossi-pensiero” ed il “Salvini-pensiero”, però, bisogna fare un passo indietro e guardare chi sono e a quella che è la loro visione della Lega e della politica italiana.

Partiamo subito da un concetto: la Lega Nord di Bossi è un partito fortemente orientato a sinistra. Di stampo leninista, nell’idea e nella struttura più precisamente. E’ un partito che parla costantemente di popolo, che parla al popolo ed in mezzo al popolo. Ed in questo Bossi sarà bravissimo a creare anche il mito della Padania e del popolo padano, con la strutturazione di date ricorrenti, feste e precisi riti.

Anche le tematiche bossiane , fino all’ultimo (esclusa praticamente solo la questione fiscale), sono sempre state molto orientate a sinistra: dall’aiuto al popolo, alla difesa del popolo, alla lotta contro il capitalismo, all’anti-americanismo, alla negazione degli stati nazionali ed alla successiva richiesta di indipendenza del Nord dall’Italia. Oltre ad una visione estremamente laica dei diritti civili ed una visione religiosa certamente non cattolica se non apertamente anticattolica.

Anche la stessa questione riguardante la lotta all’immigrazione di massa è sempre stata un valore ampiamente di sinistra, quantomeno della sinistra pre-1968, quella classica appunto. La visione bossiana della struttura statale era stata fortemente influenzata dalla visione del grande professor Gianfranco Miglio.

Una visione certamente “di sinistra”, quella sinistra socialista che si rifaceva alla decentralizzazione dei poteri dello stato improntata alla visione della distribuzione del potere e di autogoverno sul modello dei soviet di stampo leniniano: una visione completamente opposta a quella dello stato centrale della destra classica, di quella fascista e del comunismo staliniano.

Umberto, diplomato iscritto a medicina, di famiglia umile e dalla vita non facile, iniziò a far politica tra le frange dell’estrema sinistra italiana (passò da Il Manifesto, al Partito di Unità proletaria per il comunismo, ad Arci ed altri movimenti ambientalisti, per poi finire iscritto al più classico Partito Comunista Italiano).

Dopo anni si avvicinò ai movimenti autonomisti, per poi federarli e creare la Lega Nord, della quale diventò il primo senatore, a cui venne poi dato l’appellativo di “Senatùr ”. Una Lega di sinistra (D’Alema la definì una “costola della sinistra”) che poi a metà degli anni ’90 Bossi spostò a destra per un’alleanza con Berlusconi, un’operazione degna di un grande maestro.

Da lì in poi, salvo una breve parentesi, Bossi diventerà il più fido alleato di Berlusconi, condividendone il destino politico. Il “Bossi-pensiero” rimane ancora nell’immaginario collettivo italico. Capace di un fiuto politico quasi senza eguali, è famoso per le innumerevoli dita medie, lo slogan “Roma Ladrona”, canottiere e frasi virili sfoggiate in pubblico, spiccata rozzezza politica sua e del partito tutto; inneggiamento all’uso dei fucili per la secessione, mitizzazione del popolo padano e pagano, utilizzo di un particolare “tessuto tricolorato” come carta igienica, totale disprezzo dei meridionali, salvo sposarsene una. Oltre alla definizione del proprio delfino primogenito: il Trota.

Ha però certamente il merito di essere un visionario e questo lo porterà a creare eventi di portata colossale, tali da renderli indelebili nella mente dei leghisti: da Pontida (ritrovo annuale dei leghisti) a Venezia (la festa dei popoli padani nella quale, nel 1995, annunciò l’indipendenza della Padania). In entrambi i casi vi erano particolari riti, simbologie e proclami. Famoso è il rito dell’ampolla del Po.

La Lega di Bossi, invero, ha mutato molto il proprio pensiero politico, pur essendo l’unico partito rimasto con lo stesso nome negli ultimi 30 anni. E’ fluttuato tra periodi di lotta per la secessione, a momenti di richiesta di autonomia, ad altri di richiesta di federalismo. E come mutavano le tematiche, mutavano anche i voti, con alti e bassi. Da un minimo del 4%, ad un massimo registrato nei sondaggi del 16%, nel 2010, riuscendo a collezionare l’appellativo di partito di lotta e di governo.

A Bossi si deve il famoso Articolo 1 dello statuto leghista: “Per l’indipendenza della Padania”. Negli anni Bossi è riuscito a fare molto, ma poco o nulla circa i nuclei centrali della visione politica leghista. Ed è anche riuscito quasi a distruggere, pur da malato, dopo aver avuto un grave ictus che lo renderà parzialmente paralizzato, il suo stesso partito.

Come? Attraverso una gestione “allegra” del partito da parte del “cerchio magico” (i fiduciari di Bossi), a causa dell’affidamento a persone che hanno approfittato della loro carica, tra le quali il figlio Renzo. Il grande sogno di Bossi, il federalismo, si infrange ad un passo dal compimento: Fini diventa il “traditore” per eccellenza e poco dopo si apre la grande crisi della Lega (assieme alla crisi del berlusconismo).

Dopo un breve periodo di segreteria maroniana, spunta Matteo Salvini come nuovo leader del movimento. Rumors fondati dicono che tale incarico sia stato volutamente affidato a Salvini poiché convinti della definitiva dissoluzione del partito con un successivo riassorbimento verso le fila forziste, sia di voti che di politici. Invece il film è stato diverso ed il giovane Matteo ha trasformato la morente Lega nel partito leader del centrodestra italiano, mutandone la forma.

Ma chi è Matteo Salvini? Più giovane di Bossi di 32 anni, Matteo è nato a Milano da una buona famiglia. Frequenta il liceo classico e poi si iscrive all’università. Come Bossi, a pochi esami dalla laurea, non conseguirà mai la stessa. Come Umberto parte da ambienti di estrema sinistra per poi approdare nella Lega, fondandone la corrente dei “Comunisti Padani”. Come Bossi, anche Salvini, in seguito, virerà molto a destra (come anche fece Roberto Maroni, l’altro Segretario leghista inizialmente di estrema sinistra, finito anche lui a destra).

Le prime vere esperienze politiche Salvini le fa a Milano, come Consigliere comunale, per poi arrivare al Parlamento europeo. Famoso per il largo utilizzo di social network in cui pubblica qualsiasi cosa, dai cibi che mangia alle sue foto con pochi veli (o meglio dire peli), per l’onnipresenza in tv (non sono stati pochi i casi in cui fosse in contemporanea in più canali), per l’immagine della Ruspa come simbolo della forza dirompente del cambiamento (e della spianata dei campi rom) e per girare costantemente le piazze italiane richiamando dovunque una folla al suo passaggio: quasi come Bossi ai tempi d’oro, con l’unica differenza dell’abuso di selfie.

Diventa così Leader di un partito defunto e lo fa risorgere. Come? Virando ancora più a destra dei suoi predecessori in un panorama politico sempre più liquido e confusionario. Salvini trasforma la Lega Nord da sindacato del nord a partito nazionale, pur mantenendone il richiamo di matrice popolare. Lentamente, sopprime l’Articolo 1 (“Per l’Indipendenza della Padania”) e scende verso sud fondando “NOI con Salvini”.

Salvini sostituisce i cavalli da battaglia bossiani con nuovi soggetti: dalla lotta allo stato italiano Salvini passa alla lotta dello stato europeo e dell’euro. Dalle battaglie contro i valori cattolici Salvini passa alla lotta dell’Islam. Dalla cacciata degli invasori “terroni” Salvini passa alla cacciata degli invasori migranti. Dalla lotta allo stato centrale Salvini passa alla lotta della sinistra. Salvini però non rottama epurando alla bossiana maniera (salvo Tosi, ma vi era stato costretto dalla volontà di Zaia), ma predilige accerchiarsi di persone più professionali e non dei suoi fedelissimi come faceva Bossi con il cerchio magico.

E’ una vera e propria rivoluzione: ecco approdare ai vertici della Lega tra tutti Claudio Borghi, professore di economia, Armando Siri, giornalista e scrittore ed accanto a lui una serie di consiglieri come Luca Morisi, professore universitario e spin doctor mediatico. I sondaggi premiano queste scelte e la Lega schizza in breve tempo dal 4% al 15-16% ed ottiene la golden share del centrodestra: ne diventa il partito più importante (ma che ancora ad oggi non è riuscita a capitalizzare).

La politica salviniana poi si fa però confusa: prima si stacca da un centrodestra morente per una linea più dura nei confronti del’UE e dell’immigrazione, poi stringe un’alleanza strategica con Casa Pound, giovane movimento di estrema destra con cui farà diverse manifestazioni (fra cui la “marcia su Roma” dal chiaro richiamo), salvo poi abbandonarli e siglare un avvicinamento con Fratelli d’Italia per il sogno di una svolta lepenista per l’Italia.

Poi, in prossimità delle elezioni regionali, ritorna ancora una volta con i vecchi alleati Berlusconi e Alfano da cui aveva giurato di staccarsi e riportando così una netta debacle elettorale. Oggi la Lega, con l’arrivo di Parisi nel fronte berlusconiano, sta nuovamente riposizionandosi a destra, per cercare di riconquistare quei voti che ha recentemente riperso. Ennesimo cambio di strategia, ritornando, forse tardi, al lepenismo.

Certamente una facilità di cambio di strategia che non era nuova nemmeno nel “Bossi-pensiero”, una volta a sinistra, una a destra, una volta con Berlusconi, una contro, una volta per il federalismo, una per la secessione.

Certamente una differenza radicale tra la visione bossiana e quella salviniana è data dalla visione del fine della propria azione politica. Bossi voleva la Padania, la libertà del proprio popolo dall’oppressione fiscale, dallo stato, dai “terroni” ma con una proposta: il federalismo, la secessione o le macroregioni e la sua visione intellettuale era di stampo libertario. Salvini invece ha trasformato un partito altamente ideologico come quello costruito da Bossi in un partito molto più di protesta (e filo-destra) che di proposta: rendendolo così molto più generalista e generico.

Quest’operazione ovviamente allarga il bacino di voto, ma rende la stessa struttura molto più fragile: alla prossima crisi non ci saranno più gli indipendentisti e gli autonomisti a garantire fiducia alla Lega perché unica forza con quelle idee in campo. Oggi la Lega Nord e Fratelli d’Italia di differente hanno ormai solamente il nome e a quel punto l’elettore voterà l’uno o l’altro in base al sentimento del momento, rendendo possibile la cancellazione della Lega stessa, ma anche l’ascesa egemonica al potere.

Che uno sia bossiano o meno, salviniano o meno, una cosa la deve riconoscere: che entrambi hanno saputo prevedere il futuro e i cambiamenti in atto (almeno a parole) a livello europeo e globale meglio di chiunque altro, pur senza alcun finanziatore occulto alle spalle. E sono rimasti, a differenza di altri, sempre se stessi, tant’è che oggi Bossi continua a criticare Salvini per la sua nuova Lega, una Lega che con quella di Bossi ha ben poco in comune.

(di Riccardo Piccinato)