Renzi e Boschi, un referendum sotto falsa bandiera

Nel “18 brumaio di Luigi Napoleone” Karl Marx scrisse che i grandi avvenimenti della storia si ripetono due volte, la prima come tragedia e la seconda come farsa. Qualcosa di simile sembra accadere alla riforma costituzionale italiana, su cui voteremo tra qualche mese.

La costituzione del 1948 fu l’esito di una duplice tragedia, quella di una guerra perduta, sovrapposta a quella della guerra civile tra italiani che, dopo oltre settant’anni, non è ancora conclusa. La riforma di Renzi e della Boschi sembra il risultato di compiti a casa obbligatori, ispirati tra l’altro anche alla famosa lettera della BCE del 2011 ed alle “raccomandazioni” dei nostri padroni di Bruxelles e Francoforte.

C’è tuttavia un altro elemento, che sarà probabilmente quello decisivo ai fini del risultato elettorale, ed è una sorta di “false flag”, ovvero che la consultazione si svolge sotto falsa bandiera. La storia ci ha abituato a diffidare delle verità ufficiali, le ricostruzioni degli eventi ad uso del potere e dei suoi interessi immediati, basta ricordare a titolo d’esempio l’affondamento della nave da crociera Lusitania nel 1915, che offrì il pretesto agli americani per intervenire nella prima guerra mondiale a difesa degli inglesi e degli investimenti delle banche statunitensi. Sotto falsa bandiera appare ogni giorno di più l’11 settembre 2001 (attacco alle torri gemelle di New York) e lo stesso Stato Islamico, i cui terroristi perdono i documenti durante la fuga e vengono opportunamente uccisi dalla polizia, efficientissima dopo gli eventi quanto sonnolenta prima e durante gli eventi drammatici che conosciamo.

Nel caso del referendum, sembra di assistere ai preliminari di una battaglia navale, allorché la nave di Renzi mostra una doppia falsa bandiera: quella del riformismo, che tace sui mandanti europei e bancari e poi, all’avvicinarsi della flotta nemica, innalza il vessillo dello slogan corrivo e furbastro “Più politica, meno politici”. Tattiche ben confezionate, assistite da un coro assordante di stampa.

Veniamo ai fatti. La riforma costituzionale del PD ha luci ed ombre: non può essere liquidata con un giudizio totalmente negativo, ma contiene diverse pessime cose, specie se associate con l’Italicum, la nuova legge elettorale della Camera. Ha suscitato, intanto, forti dolori di pancia a sinistra, dove i nostalgici custodi della costituzione del 1948, il cui bunker di Berlino è l’ANPI, assomigliano sempre più a quel giapponese che resisteva solitario nella giungla nonostante la guerra fosse finita da decenni.

La signorina Boschi, incautamente, ha parlato di partigiani veri che voteranno sì, mentre, se le parole hanno ancora un senso, quelli falsi sarebbero schierati contro il governo. Un’interessante diatriba tra arzilli novantenni, con la solita alzata di scudi del parterre post-post resistenziale, capeggiato nell’occasione da Bersani, e un sostenitore d’eccezione delle riforme nel comandante Diavolo, un partigiano che porta con baldanza i suoi 97 anni , ed il cui nome di battaglia evoca il detto latino “nomina sunt consequentia rerum”. Passato che non passa.

Nel merito, si vedono chiari due rischi: uno è ridurre il referendum su modifiche piuttosto profonde della costituzione ad una battaglia pro e contro Renzi. Va ricordato che egli non è che un’esecutore di piani decisi in altro luogo, e la punta di lancia di una classe dirigente ancora più cinica , mediocre e priva di ideali delle precedenti. Se dovesse vincere, avrà acquisito un prestigio personale difficile da scalfire per anni e anni.

L’altro rischio è che sia creduto lo slogan della campagna per il sì, che è la falsa bandiera per eccellenza. Non ci sarà “più politica” a seguito delle riforme: il meccanismo è capovolto. Il liberismo trionfante sino a considerarsi fatto naturale e non idea umana come tutte le altre ha, tra i suoi scopi, l’abolizione della politica. Esso tende alla “stabilità”, aspira e sta realizzando la governance, ovvero la semplice amministrazione dell’esistente, attraverso una dialettica politica limitata alla scelta di gruppi dirigenti tutti interni al sistema, ed in ogni caso semplici gestori di meccanismi impersonali dai quali non è possibile derogare.

Quanto alla seconda parte dello slogan, meno politici, è pericoloso perché subdolo, apparentemente vero e soprattutto perché viene incontro al clima di rancore e discredito che circonda i membri della classe politica. Il Senato passa da 315 membri a 95, oltre a 5 senatori ex a vita, nominati dalle regioni e dai comuni. Qualche centinaio di parrucconi in meno, e questo è vero, ma la vera casta è quella dei boiardi, di quelli che non si vedono: dirigenti delle aziende sanitarie, consiglieri e presidenti delle società partecipate degli enti territoriali elettivi, nonché mantenuti di ogni tipo degli infiniti carrozzoni che infestano l’Italia e ne costituiscono uno dei cancri più antichi e difficili da estirpare.

Quanto all’abolizione delle province, è facile rammentare che era una delle “raccomandazioni” contenute nella famosa lettera del 2011 della BCE che innescò la crisi del governo Berlusconi e l’instaurazione del governo tecnico montiano, con la complicità delle vendite di titoli di Stato da parte di Deutsche Bank, la banca più tossica del mondo, piena di derivati carta straccia. Come farà inoltre ad opporsi il Movimento Cinque Stelle, che ha fondato tutta la sua semplificata agenda politica sull’odio per i politici, se Renzi potrà asserire di averne eliminati un buon numero?

Proprio i grillini sono l’esempio classico della falsa bandiera. Hanno ottenuto milioni di consensi cavalcando l’onda dell’odio contro i politici, richiedendo a gran voce l’onestà al potere e accettando che la magistratura, dei semplici, per quanto importanti funzionari dello Stato, siano sovraordinati rispetto alla politica, giacché un semplice avviso di garanzia, secondo loro, dovrebbe escludere dalla competizione e dalle cariche. Qualcuno avverta gli italiani di osservanza grillina che le leggi finanziarie le fanno a Bruxelles e nelle centrali bancarie, che non possediamo la sovranità monetaria né quella militare, ed abbiamo conferito gran parte di quella legislativa ai regolamenti comunitari della Commissione UE, dunque il potere dei politici nostrani è così modesto da rendere priva di senso una politica del tipo di quella urlata da Grillo e Casaleggio.

La nostra , poi, come comprese per primo Guy Debord, è la società dello spettacolo, nella quale la passività di noi spettatori ci lascia alla mercé di chi controlla la realtà, ridotta a palinsesto. Esempio di tale processo è l’incipit della sua grande opera La Società dello Spettacolo che riprende quello del Capitale di Marx

“tutta la vita delle società moderne in cui predominano le condizioni attuali di produzione si presenta come un’immensa accumulazione di spettacoli.”

Lo spettacolo non è un insieme di immagini ma un rapporto sociale fra individui mediato dalle immagini. Nella fattispecie, il governo potrebbe avere buon gioco nell’orientare l’immagine e l’immaginazione della maggioranza, sfruttando a suo vantaggio proprio l’idiosincrasia popolare per i protagonisti della scena politica. Allo stesso modo, la personalizzazione dello scontro, che alimenta il clima da avanspettacolo, fornirà un risultato referendario che premierà chi avrà meglio interpretato la sua parte in commedia, meritando gli applausi del distinto pubblico.

Le questioni, purtroppo, sono in maggioranza troppo tecniche per non allontanare il gregge elettore da un’informazione seria. E’ estremamente improbabile che ci si appassioni all’introduzione di limiti ai decreti legge, od al numero di 74 consiglieri regionali e 21 sindaci che saranno i nuovi senatori, eletti dai cosiddetti grandi elettori ( i consigli regionali). Ancora meno la popolazione sarà interessata alla possibile mutevolezza politica del Senato, poiché i suoi membri decadranno quando terminerà il ciclo amministrativo regionale o municipale, o alla possibilità di ricorso preventivo alla Corte Costituzionale sulle leggi elettorali.

Sarà altrettanto difficile una valutazione di merito sul potere di elezione di 5 membri della Consulta, 3 in capo alla Camera e due al Senato. Non tutto, dicevamo, è negativo: i senatori a vita non saranno più tali, e si dovranno accontentare di sette anni di laticlavio. Le leggi di iniziativa popolare, queste sconosciute, dovranno essere supportate da 150.000 firme, il triplo rispetto a oggi, ma viene indicato un termine entro cui devono essere calendarizzate. Tecnica e, diciamolo, assai cervellotica, anche la modifica al referendum abrogativo, messo all’angolo nel tempo dai quorum non raggiunti, che potrà essere ritenuto valido se le firme a sostegno supereranno le 800 mila e i votanti saranno la metà più uno dei voti validi all’ultima elezione politica.

Semplice, vero? In compenso, ci consentiranno il referendum propositivo, che però viene rinviato ad una legge specifica. Scommettiamo che non se ne farà nulla? L’abolizione del CNEL, il fantasma detto Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro è positivo per la palese inutilità dell’organismo, se non per dipendenti e dirigenti, e per il suo presidente, che è sempre stato scelto tra i capi sindacali in disarmo: una ricca pensione con auto blu e privilegi assortiti.

E’ negativo, al contrario, per la sua natura di organo in qualche modo corporativo, nel senso di rappresentare le esigenze legittime delle categorie del lavoro e della produzione. Ma per questo da tempo ci sono lobby opache e trattative private, purtroppo. Buona cosa è il ritorno allo Stato delle competenze in materia di energia, infrastrutture strategiche e protezione civile, offerte alle regioni nella lunga stagione dell’ubriacatura federalista. Ciò che davvero turba, ed inclina per un sonoro NO è l’effetto moltiplicatore che produrrà la legge elettorale della Camera, il mitico Italicum, sul potere esecutivo ed in maniera impropria sul capo del governo.

Il premio di maggioranza, con l’attribuzione di 340 seggi su 630 spetterà alla lista (lista, non coalizione) che avrà conseguito il maggior numero di voti, purché superi il 40 per cento. Avremo ballottaggio tra i primi due se nessuno supererà il 40 cento, ed il regalo sarà in questo caso ancora più grande. I collegi diventeranno 100, per costruire un effetto moltiplicatore a favore dei più forti e ci sarà il capolista bloccato. Se ci è antipatico, lo eleggeremo comunque, mentre la preferenze, in omaggio alla liturgia egalitaria in materia di sesso, pardon di genere, dovranno essere date ad un uomo ed a una donna.

Si chiama discriminazione positiva, è un’invenzione americana, dunque indiscutibile, e non può essere invocata la legge Mancino per affermarne la stupidità. In sostanza, il premier sembra non aver considerato il “bene del paese”, come usano dire con voce grave e sguardo pensoso, ma al proprio. Potrà infatti scegliere i capilista bloccati, impedire la candidatura di avversari interni, e, se vincente, disporrà di una Camera di yes men (and women) che si limiterà a votare disciplinatamente leggi e decreti, magari ponendo la fiducia. Speriamo in una fulgida stagione di pianisti (i deputati che votano per gli assenti) , per evitare inutili e dispendiose presenze a Montecitorio di deputati provenienti da lontano.

In più, gli sarà facile eleggere uomini di fiducia nelle cosiddette istituzioni di garanzia, come la Corte Costituzionale, ma anche nel Consiglio Superiore della Magistratura, nel consiglio RAI, alla Cassa Depositi e Prestiti ed ovunque, a partire dalla presidenza della repubblica. Un uomo solo al comando, ma quello era Fausto Coppi. Non sarebbe male, invero, eleggere direttamente l’uomo al comando, come negli Usa o in Francia: sapremmo almeno con chi prendercela.

Ma non possiamo, credo anzi che una riforma del genere sia considerata di destra, qualunque cosa significhino nel Terzo Millennio , e dopo un quarto di secolo dalla fine del comunismo storico novecentesco, le categorie di destra e sinistra.

L’altra, importantissima, falsa bandiera del referendum sarà il finto contrasto tra nuovo e vecchio, cambiamento o conservazione. Le modifiche costituzionali vanno nella direzione di cambiare molto affinché tutto resti come prima, e si conformi ulteriormente al modello liberista imposto dall’ideologia dominante. Tuttavia, la modernità nasce e vive sull’enfatizzazione di ciò che è nuovo. Cambiare è sempre un bene, come sa bene il meccanismo della moda. Dunque, il favore popolare andrà piuttosto ai novatori, a quelli à la page, ai giovani e belli ( Matteo Renzi, Maria Elena Boschi , i loro ufficiali di stato maggiore).

Il contenuto è noioso da scoprire, occorre impegnarsi, giudicare. La falsa bandiera è già lì, bella e pronta, sventola sul pennone, essa stessa è già uno spettacolo. I “false flag” vengono poi scoperti dagli storici, dopo decenni, talora secoli. Non abbiamo tempo, la fretta è la nostra principale consigliera in un momento in cui si smontano gli ultimi pezzetti di sovranità popolare.

(di Roberto Pecchioli)