Francia, ben tornata lotta di classe!

 

Dopo che lo scorso 10 maggio il governo Valls, aggirando il voto parlamentare con un improvviso colpo di mano, ha di fatto approvato la Loi Travail, riforma del mercato del lavoro anche nota in Italia come Jobs Act d’oltralpe, i sindacati, in particolare la CGT, sono subito entrati sul piede di guerra cavalcando la partecipatissima mobilitazione spontanea che sta coinvolgendo tutte le città della Francia ormai da diversi mesi.

A differenza di quanto successo in Italia, dove la reazione popolare successiva all’approvazione della legge è stata piuttosto morbida e decisamente breve, la situazione francese pare davvero esplosiva e non rappresenta affatto un’esagerazione o una forzatura giornalistica affermare che stiamo assistendo a un ritorno di fiamma della lotta di classe.

La società civile francese ha effettivamente preso atto di quelli che sono i propri interessi collettivi e di quanto questi siano assolutamente inconciliabili con le strategie di dominio delle élite europee, intenzionate a portare avanti la loro opera di smantellamento dei diritti conquistati in secoli di lotte sociali commissionando ai governi nazionali tassazioni inique, privatizzazioni e liberalizzazioni selvagge che hanno il solo effetto di mettere in ginocchio le piccole e medie imprese oltre che precarizzare e impoverire i lavoratori salariati ai quali non viene riconosciuta alcuna dignità contrattuale.

La riforma in questione, ad esempio, innalzerà il tetto di ore lavorative legalmente consentite, da 35 a 48 ore settimanali, consentirà i licenziamenti per ragioni economiche interne all’azienda e abbasserà degli indennizzi in caso di licenziamento illegittimo. Le organizzazioni sindacali hanno perciò deciso di bloccare i settori chiave della produzione, cominciando da quello petrolifero, promuovendo una serie concatenata di scioperi duri che coinvolgeranno anche il mondo dei trasporti e dell’energia nucleare.

Il governo, dal canto suo, non resta certo a guardare e, dopo aver prolungato lo stato d’emergenza proclamato in seguito agli attentati terroristici dello scorso novembre, sta utilizzando i mass media per fomentare un sentimento di tensione generale e un certo allarmismo tra quella parte di popolazione comprensibilmente esasperata da settimane di scioperi e dalla carenza di carburante.

Giusto ieri (25 maggio), dopo aver ordinato alle forze di polizia, schierate in assetto antisommossa con tanto d’idranti e mezzi blindati, di forzare un blocco di una raffineria di petrolio a Douchy retto da 80 operai, il primo ministro Valls ha definito la CGT un “gruppo minoritario che pensa di poter dettare legge nel paese”. Il sindacato non si è fatto intimorire e, tramite il suo leader Philippe Martinez, ha rilanciato l’invito alla partecipazione al grande sciopero generale indetto per il 14 giugno che, promettono gli organizzatori, paralizzerà l’intero paese a meno che il governo non decida di ritirare la legge.

Mentre in Grecia le proteste e gli scontri di piazza sembrano alimentati più dalla disperazione sociale che da una reale strategia di conflitto, la mobilitazione del popolo francese sembra avere un vero potenziale rivoluzionario, in quanto in grado d’agire sui rapporti di forza e di sovvertire i meccanismi di produzione, ma per esprimere questo potenziale è necessario che i movimenti dal basso e le organizzazioni sindacali facciano proprie le rivendicazioni legate alla riconquista della sovranità nazionale, prerequisito imprescindibile per una concreta emancipazione politica.

(di Dario Giovetti)