Se i “diritti civili” sono più importanti del diritto alla salute

In molti hanno esultato per l’approvazione del ddl Cirinnà, che permette ad una coppia di lasciare, un giorno, al proprio compagno la reversibilità di una pensione che mai riuscirà ad ottenere, considerando lo stato in cui versa il mondo del lavoro nonché quello in cui versano le casse dell’INPS, oppure in eredità una casa che mai riuscirà ad acquistare.

Nel frattempo davanti a Montecitorio hanno protestato molte sigle sindacali di medici, contro un disegno di legge approvato da governo e regioni che prevede la soppressione del servizio di guardia medica notturna dalla mezzanotte alle 8 di mattina nei giorni feriali e dalle 20 alle 8 nei festivi.

Insomma, in futuro, chiunque accuserà un malore notturno dovrà rivolgersi al 118 oppure al primo pronto soccorso. Un disegno di legge che non tiene per niente conto della conformazione geografica e e della caratteristiche anagrafiche dell’Italia.

Infatti sono molti i piccoli paesi ad avere presidi di pronto soccorso o di 118 a svariati chilometri di distanza dai centri abitati e difficili da raggiungere.

Inoltre, considerando l’invecchiamento progressivo della popolazione, un provvedimento del genere equivale a mettere in serio pericolo la vita di molti anziani.

Altro rischio concreto è quello inerente ad una molto probabile congestione dei servizi di 118 e di pronto soccorso, i quali sarebbero costretti ad occuparsi anche di febbre, mal di pancia, mal di schiena ed altri malori meno gravi, con il rischio di trascurare pazienti ai quali il 118 può salvare la vita.

La sensazione è che, mentre alcuni festeggiano una legge che ci “equipara a tutti i paesi normali”, ci vengono lentamente tolti i diritti fondamentali e universali come quello alla salute. Tra coriandoli, applausi e bandiere arcobaleno.

(di Luigi Ciancio)