Il movimento Ultras in Italia

 

Si narra che, alla fine degli anni Sessanta, un giornalista della Stampa usò il termine ultras per definire i protagonisti delle scazzottate avvenute tra i locali tifosi del Torino e quelli dell’allora Lanerossi Vicenza. Da quel giorno con questo termine si identificano tutti i tifosi che considerano la “curva”( il luogo dello stadio con i prezzi più bassi) e la propria squadra del cuore come una ragione di vita, una famiglia e una seconda casa.

Agli ultras italiani piace pensare che in tutta Europa nessuno abbia raggiunto mai i livelli di organizzazione e tifo toccati nel Belpaese e che tutti ,in fondo, abbiano solo scopiazzato lo stile e la radice nostrana del fare tifo. In effetti, l’idea di dare un nome ad un gruppo, il creare un vero e proprio organigramma dotato pure di una struttura di autofinanziamento è una prassi quasi esclusiva degli ultras italiani.

Il primo gruppo con le particolarità sopracitate è nato proprio a Torino, sponda granata, nel 1951, stiamo parlando dei Fedelissimi. Non si trattava già di un vero e proprio gruppo Ultras, ma di certo fu il primo esempio di un insieme di tifosi dotati di un nome definito e capaci di organizzare trasferte al seguito dei propri beniamini. Vere e proprie carovane al seguito della squadra si registrano già a partire dagli anni Trenta, anche se i tifosi non si raggruppavano, né si riconoscevano in nomi particolari. Fu negli anni sessanta, con la spinta e il suggerimento del “mago” Helenio Herrera, mai dimenticato allenatore dell’Inter, memore dell’esperienza delle penàs in Spagna, che nascono i primi “Inter club”, con tanto di striscione esposto sulle gradinate dove veniva evidenziato il luogo di provenienza o il bar dove i tifosi si ritrovavano.

Da quel momento il fenomeno dei club del tifo dilaga in tutta Italia, soprattutto tra i tifosi di Roma, Juventus e Milan che costituiscono delle vere e proprie associazioni di club. Ovviamente il modo di tifare dei pionieri era molto differente da quello moderno, anche perché all’epoca i controlli erano blandi e tra gli spalti entrava veramente di tutto. A Firenze riuscì a passare i controlli addirittura un “Gong”, e ovunque si udivano campanacci, trombe e tromboni, anche se almeno all’inizio non esistevano cori, bensì semplici incitazioni che si limitavano al viva! o al forza!

A Roma e Verona ma soprattutto a Napoli e in tutto il meridione si iniziano a sparare piccoli petardi e fuochi di artificio, e non mancano anche le prime le scazzottate, in assenza di settori delimitati per tifosi ospiti e locali. Si sta tutti insieme, ospiti e locali, e non sono nemmeno presenti le forze dell’ordine. Lo stadio non rappresentava ancora un problema per l’ordine pubblico, al contrario vero e proprio luogo di svago al pari di cinema e teatro, sebbene alcune città vengano già considerate turbolente. Napoli, Salerno, Bari, Catania, Verona, Bergamo e sorprendentemente Legnano sono teatri di frequenti invasioni di campo e aggressioni a calciatori e terna arbitrale.

Dalle tribune degli stadi di Napoli e Verona inizia a venir lanciato di tutto, dai sanitari alle monetine, ma sempre e solo verso i giocatori e la terna. Negli anni Sessanta, rari casi a parte, il tifoso avversario non è ancora visto come un nemico da affrontare. E’ invece il 1968 con la conseguente contestazione giovanile a sconvolgere il tifo calcistico in maniera radicale; a Milano, sponda rossonera, un gruppo di ragazzi che si ritrova sempre sulla “rampa 18” dello stadio di San Siro decide di darsi un nome proprio, prendendo spunto dal campo di allenamento del Milan A.C. Di allora, la Fossa dei Leoni.

È l’inizio di un fenomeno che influenzerà in modo definitivo anche il semplice assistere ad una partita di calcio, un cambio netto e radicale del ritrovarsi e del tifare, in una ricerca verso nomi e pose sempre più bellicose, un fenomeno che si espande a macchia d’olio in brevissimo tempo. A Milano, sponda Inter questa volta, nascono dal “Club Moschettieri” i Boys a cui dopo un po’ di tempo viene aggiunta la sigla più politica “S.A.N” (Squadra d’Azione Nerazzura). A Torino e Genova , granata e doriani fondano gli Ultras, e in molte piazze la politica inizia già ad influenzare i nomi, dai Tupamaros di Firenze a Settembre ad Ascoli e poi Vigilantes, Armata, Commando, Fedayn, Brigate, Fronte e Falange.

La politica tuttavia più del nome stesso influenza la simbologia che viene adottata dai gruppi, per la maggior parte provenienti dalle periferie e dalla classe operaia. Asce bipenni, chiavi inglesi e caschi, celtiche, stelle rosse, falci e martelli, l’immancabile Che Guevara e gli slogan urlati nelle piazze iniziano a spopolare e ad accompagnare striscioni e bandiere.

Sempre più frequentemente i ragazzi che popolano le curve sono anche quelli che riempiono le strade e le piazze negli anni della contestazione. Tuttavia, in questa prima comparsa, la politica tra il tifo organizzato era si presente ma in maniera molto individuale, non fungendo da vero e proprio collante tra i vari gruppi; allora più di oggi si consideravano prioritarie solo ed esclusivamente la squadra e la città, e chi spesso si scontrava nelle piazze, “rosso” o “nero” che fosse, poi si ritrovava a tifare di fianco al suo avversario politico.

Proprio per questa mancanza di un fattore politico come discrimine, dopo il periodo del riflusso e del disimpegno politico il tifo organizzato resisterà e diventerà uno dei rari fattori moderni di aggregazione. Un vero e proprio fenomeno antropologico capace di durare negli anni e resistere agli eventi storico-culturali del paese. Tutto questo grazie anche ad una certa autoregolamentazione del movimento ultras, una sana abitudine di darsi delle regole interne (più o meno rispettate) ed un codice etico che molti “non ultras” ignorano, un codice che spazia dal modo in cui scontrarsi con il tifoso avversario a compiti ben più precisi distribuiti all’interno della curva.

Dal “lancia cori” agli sbandieratori, dagli ex tamburisti che davano il ritmo ai cori agli addetti alla vendita di gadget per l’autofinanziamento del gruppo. Fondamentale il dotarsi di una sede per organizzare le trasferte (allora libere) e le coreografie, che alla domenica dovevano lasciare a bocca aperta tutto lo stadio e gli altri settori. C’è da dire che al di là dell’aspetto violento che spesso balza agli onori delle cronache, della strumentalizzata discriminazione territoriale e razziale, andrebbe valorizzata l’importanza sociale, la creatività e la grande presenza di iniziative sociali spesso passate sottobanco e sottaciute dai grandi media all’interno di questi gruppi.

A spostare massi all’Aquila, dopo il terremoto e a dare sostegno a chi non aveva più una casa, c’erano anche i ragazzi della curva nord di Bergamo, e né gli aquilani né la squadra di rugby locale hanno dimenticato questo gesto, giocando per un anno le partite con il logo della Dea atalantina stampato sul petto. A spalare il fango a Genova, dopo le numerose alluvioni, si potevano notare numerosi ultras doriani e genoani, insieme a bresciani e, ancora una volta, atalantini. A Bologna i ragazzi della curva Bulgarelli hanno recuperato un locale abbandonato e in preda al degrado, e dove una volta c’erano siringhe e immondizia ora ci sono un bar, una palestra e addirittura un asilo.

Questi sono solo degli esempi, per far notare quanto il movimento ultras italiano sia davvero poco conosciuto, soprattutto nella sua funzione aggregativa. All’inizio della stagione del disimpegno politico, molti trovarono rifugio nelle curve degli stadi più che nei fumi dell’eroina e della droga che già a quei tempi riempiva le strade. Non che le curve siano state immuni dalle problematiche sociali, visto che il calcio non è altro che un “micro mondo” dove si rispecchiano i lati positivi e negativi della società in cui esso agisce come gioco e come rito. Ma la nascita di questo modo di intendere il tifo calcistico ha modificato per sempre le abitudini dell’uomo la domenica, e dagli albori ad oggi il rito è sempre lo stesso, in tutte le curve. Si sta in piedi sui sediolini, si legano gli striscioni alla transenna, si allestisce la coreografia coi cartoncini, si iniziano a scandire i cori, si incitano i giocatori, si pretende il massimo per la città, per la maglia e per i colori. Si esulta, ci si dispera, si alzano stendardi e sciarpe, così da cinquant’anni.

Oggi il movimento ultras è in crisi, così come tutto il calcio italiano, e verrebbe da dire come tutto il paese. Capire da dove nasce questa passione può servire anche a riflettere e a valorizzare una passione popolare che rischia di scomparire, stritolata da business e disaffezione. La scomparsa di alcune tradizioni e abitudini, di quei boati e cori che anticipavano un gol alla radio ancor prima che fosse un Ciotti o un Ameri ad annunciarlo, equivarrebbe comunque all’estinzione di un pezzo di storia di questa nazione. Da qualsiasi lato lo si veda.

(di Luigi Ciancio)