Georgij Konstantinovič Žukov, storia di un condottiero

 

Era il 1896, in una piccola e povera cittadina nel distretto di Kaluga nasceva Georgij Konstantinovič Žukov, il futuro eroe di Mosca, di Stalingrado e di Berlino, il generale che avrebbe cambiato le sorti della Seconda Guerra Mondiale sul fronte orientale. Un genio della tattica, un condottiero ineguagliabile, un innovatore nell’arte della guerra.

Žukov si distinse subito durante la Rivoluzione russa arruolandosi nella I Armata di Cavalleria, combattendo prima contro le truppe del generale Denikin e, in seguito, partecipando nel 1921 alla soppressione della rivolta di Tambov. Le sue doti di leader non passarono di certo inosservate tanto da portarlo, nel 1933, ad ottenere il comando della IV Divisione “Cosacchi del Don”. Fu un vero colpo di fortuna per Žukov. Il discreto prestigio che aveva ottenuto negli anni venti del Novecento lo portò a interessarsi delle nuove armi che la tecnologia bellica aveva creato e gli consentì di studiare l’impiego tattico del mezzo che avrebbe, in breve tempo, sostituito del tutto il cavallo sul campo di battaglia: il carro armato.

Žukov fu per i sovietici ciò che Guderian fu per i tedeschi, Liddell Hart per gli inglesi, De Gaulle per i francesi e Pershing per gli americani e divenne, quindi, colui che sviluppò la dottrina di impiego del carro armato in Unione Sovietica. Ma se nei paesi occidentali tale dottrina venne presa sottogamba e influenzò molto poco i metodi di combattimento anglofrancesi di inizio guerra (emblematico il cattivo uso del carro armato da parte francese durante l’invasione tedesca nel 1940), in Unione Sovietica e in Germania le cose andarono diversamente.

Pochi sanno, infatti, che fu proprio Žukov il primo ad utilizzare in maniera estremamente innovativa il carro armato in battaglia, adoperando per la prima volta la tattica che poi verrà rinominata “Blitzkrieg”. Le prime vittime di questa Guerra Lampo in salsa sovietica furono i giapponesi in Mongolia nel 1939, durante la Battaglia di Khalkhin Gol. I nipponici, che puntavano molto sulla fanteria, si trovarono in inferiorità numerica in fatto di mezzi. Žukov ne approfittò per impiegare la sua nuova tattica caricando frontalmente il nemico con il grosso dei carri ma tenendo dietro le linee una cospicua riserva di essi, che impiegò poi per accerchiare l’esercito giapponese che stoltamente si era concentrato a contrastare l’attacco frontale.

Fu una sconfitta pesantissima per l’Impero del Sol Levante, che dovette rinunciare alle sue pretese sul territorio mongolo e venne portato in seguito a firmare un patto di non aggressione con l’Urss, mentre per Žukov fu la svolta decisiva della sua carriera. Venne insignito del titolo di Eroe dell’Unione Sovietica e nel 1940, a guerra già iniziata, divenne il Capo dello Stato maggiore dell’Armata Rossa. Durante l’Operazione Barbarossa, con l’aggressione tedesca all’Urss, iniziarono i primi dissidi con Stalin, soprattutto durante l’assedio di Kiev.

Ciononostante, Žukov rimase l’unico tra i generali sovietici che riuscì a contrastare l’avanzata tedesca, pur subendo enormi perdite (come nel carnaio di Ržev) e nel dicembre del 1941, mentre la Wehrmacht era alle porte di Mosca, comandò il contrattacco (grazie anche alle divisioni siberiane che, dopo la firma del patto di non aggressione con il Giappone, erano finalmente giunte da Oriente) che respinse le truppe tedesche per varie decine di chilometri e che allontanò definitivamente la minaccia nazista da Mosca.

La sua fama in Unione Sovietica cresceva di giorno in giorno ma ciò che lo fece diventare una leggenda fu l’Operazione Urano, durante la strenua resistenza dell’Armata Rossa a Stalingrado. In breve tempo, Žukov riuscì a riorganizzare le truppe sovietiche dietro il Volga, mentre i difensori della città erano riusciti a fermare per mesi la VI Armata del Feldmaresciallo Von Paulus dentro la città, evitando che prendessero il fiume.

Il nuovo contingente sovietico, che contava più di un milione di uomini, accerchiò la città e costrinse Paulus alla resa. A nulla valsero i tentativi del Feldmaresciallo Von Mastein di spezzare l’accerchiamento. L’operazione Tempesta Invernale fu un fallimento e Žukov vinse ancora una battaglia facendo crollare definitivamente il fronte tedesco e cambiando radicalmente le sorti della guerra. Era il 2 febbraio 1943 e l’avanzata dell’Armata Rossa ormai era diventata inarrestabile.

Vinse quindi a Kursk, facendo fallire l’Operazione Cittadella (ultima grande offensiva tedesca), nella più grande battaglia di carri armati della storia, e poi a Kharkov. Seguì una lunga serie di vittorie che lo portò a condurre la battaglia finale che segnò la capitolazione del III Reich, la Battaglia di Berlino iniziata il 16 aprile 1945. La conquista della città durò ufficialmente poco più di tre settimane, il 30 aprile si Hitler si suicidò nel suo bunker, il 2 maggio la bandiera rossa sventolava sul Reichstag, l’8 maggio la Germania si arrendeva alle potenze alleate.

Per Georgji Kostantinovič Žukov era il giorno del trionfo, il giorno in cui era diventato il simbolo della Grande Guerra Patriottica tanto da rischiare di oscurare la figura stessa di Stalin, che nel dopoguerra lo allontanò dall’Urss proprio per evitare che si creasse un culto della personalità intorno a lui. Con la morte di Stalin, divenuto Segretario Nikita Chruschev, Žukov ottenne la carica di Ministro della Difesa e qualche anno dopo riuscì ad evitare una tentata destituzione dal potere di Chruschev, da parte dei suoi oppositori. Tuttavia, dopo questi fatti, Žukov venne allontanato definitivamente dalla vita pubblica fino alla sua morte avvenuta nel 1974.

Se per la dirigenza sovietica, dopo la vittoria nella Seconda Guerra Mondiale, il pluridecorato Žukov era stato più un peso che un eroe, per il popolo questo comandante, vincitore di alcune delle più importanti battaglie della Seconda Guerra Mondiale, è entrato di diritto nel Pantheon degli eroi sovietici divenendo il simbolo di quella resistenza nazionale che ancora oggi la Russia di Putin omaggia. Se la guerra è un’arte, Žukov è stato sicuramente il maggiore artista russo del Novecento e l’Armata Rossa è stata il pennello con cui ha dipinto una delle opere più grandi e importanti della storia militare.

(di Marco Montanari)