La Terza via nel passato, con uno sguardo al futuro

 

Il comunismo è caduto perché ha confuso il bisogno di un’economia di Stato con la totalità dell’economia di Stato: tuttavia la sua influenza culturale è stata tra gli elementi che hanno impedito, fino all’ultimo giorno della sua esistenza, che l’Europa occidentale seguisse in modo pedissequo il folle liberismo americano (ad eccezione della riforma di Margareth Tatcher in Inghilterra, peraltro in anni prossimi alla caduta della cortina di ferro).

Un liberismo americano che è preferibile per varietà delle “interazioni economiche possibili” ma le cui tutele al cittadino sono legate al successo personale e quindi, in definitiva, pressoché inesistenti. Uno dei pochi provvedimenti decenti tentati in questi anni dal presidente Barack Obama, la famosa riforma sanitaria, si è scontrata con l’arroganza delle lobby sanitarie e con una durissima opposizione in seno al Congresso.

Tutto si è risolto con una versione monca di quella originale, che non mette in discussione l’assicurazione sanitaria basata sul reddito, pur validando un sistema di sussidi statali di sostegno alle classi più disagiate: in ogni caso, gli oltre 40 milioni di americani senza assicurazione sanitaria sono ora poco meno di 30 milioni, segno che l’obiettivo iniziale dell’Obamacare (com’è stato chiamato) è ben lontano. Una vicenda che ci ricorda ancora una volta come la democrazia fatichi a rinnovare le sue strutture, se non con sforzi costanti che durano per decenni.

Comunque, liberismo e comunismo sono visioni contrapposte che però nascono “costole” del capitalismo che già Proudhon, prima di Marx, considerava una sorta di punto di arrivo per l’inaccettabile principio “furtivo” della proprietà.

Pur in un’analisi precisa del sistema e delle sue contraddizioni, c’era una cosa che Marx ed Engels non avrebbero mai potuto intuire del capitalismo in pieno XIX secolo: la capacità di “adattarsi”. Cioè di plasmarsi a seconda delle necessità, di correggere (senza risolvere in profondità o comunque non in tutte le sue epoche) aspetti superficiali dei suoi limiti, sopravvivendo quindi alle sue crisi. Oltre che di essere straordinariamente vicino alla natura umana, per lo meno nella società nata a partire dal XVIII secolo in Inghilterra e poi diffusasi in tutto l’Occidente. Quindi, se i lavoratori vengono sfruttati, ciò viene “compensato” in una fase di boom di tutta l’economia occidentale nel secondo dopoguerra che porta anche ad una naturale crescita degli stipendi e a un diffuso benessere. Se di fatto il capitale domina sulla scena economica, il sistema di per sé non impedisce la concertazione sindacale e, quindi, una pur minima possibilità di sostegno ai lavoratori.

Alcuni leader del socialismo reale, comunque, hanno avuto il merito di comprendere l’importanza di una visione non troppo ortodossa del marxismo già agli albori: già la “ritirata strategica” di Lenin è un fatto che ha il suo significato. Ma anche negli anni successivi, sparuti esempi di statisti comunisti si fanno largo proponendo visioni alternative del classico modello filosovietico instauratosi negli anni dello stalinismo. Tito, con l’autogestione jugoslava, è uno di questi: nessuna pianificazione centralizzata, ma un vero mercato basato sulla domanda e sull’offerta, pur nell’ambito di un’economia ad esclusivo appannaggio statale. E l’ultimo è Deng Xiaoping, lo storico presidente cinese che si spinge ben oltre, proponendo una vera coesistenza tra industrie pubbliche e private, chiamata negli anni Ottanta “economia socialista di mercato”.

Il principale limite concettuale del liberismo, invece, sta nell’impossibilità di distribuire tutele e risorse sulla base della semplice concorrenza. Anche chi presenta il sistema come il migliore possibile in quanto portatore del famoso “benessere”, accompagna il tutto col brutto vizio di “dimenticare” tanto gli anni di crisi (come quelli successivi al ’29) che la storia del capitalismo europeo, capace di mantenere, diversamente da quello americano, una concreta economia keynesiana fino al 1989. Oltre che il divario approfondito con i Paesi sottosviluppati, di cui si è nutrito per decenni a causa della progressiva espansione del sistema (ora indirizzato nella creazione di una società multietnica sovranazionale che, come sappiamo, difende a spada tratta le migrazioni di massa). Sembrano banalità, ma sono concetti ormai completamente ignorati, in favore di un dogma affermatosi dopo la caduta del muro di Berlino e mai più rimesso in discussione.

Certamente le soluzioni nella storia non sono mai perfette, né tantomeno definitive. Però c’è anche chi le ha proposte ottenendo dei risultati importanti, non potendo beneficiare nemmeno della prosecuzione, oltre che della naturale evoluzione, del proprio operato.

La terza via, tanto fascista quanto peronista, ben comprendeva i limiti di entrambe le visioni e ne progettava una specie di fusione, un contemperamento necessario non per proporre quell’egualitarismo sfrenato che ammazza anche il diritto degli uomini ad essere diversi nei mestieri quanto nelle manifestazioni economiche, ma la difesa della proprietà, di alcune speranze e obbiettivi del singolo, insieme al recupero della tematica socialista, quindi una solida economia di Stato e uno stato sociale di prim’ordine, in grado di garantire anche agli ultimi lavoro e tutele necessarie per una vita dignitosa. Elementi che nessuno potrà mettere in discussione, né oggi né mai, anche nelle celebrazioni ufficiali, che sia il 21 aprile fascista o il 1 maggio socialista è del tutto ininfluente: ciò che conta è la sostanza.

Concretezza di cui sembrava preoccuparsi il fascismo stesso quando sottolineava, in un punto del suo programma ideologico del 1933, il rifiuto della teleologia, cioè di un finalismo valido in qualsiasi epoca e in grado di risolvere i problemi dell’umanità: in altre parole, sono gli stessi problemi a generare le soluzioni, e la loro natura cambia nel corso dei secoli.

Gli esperimenti italiani e argentini, è bene ricordarlo, non sono crollati per enormi problemi sistemici, ma sono stati sconfitti da guerre e colpi di Stato. Meriterebbero un’attuazione in chiave moderna, ovviamente contestualizzata alle sfide che la modernità ha posto negli ultimi cinquant’anni. Di certo non la soffitta della storia tanto prematura che il destino gli ha riservato.

Una soffitta che, invece, non è toccata al liberismo sfrenato e trionfante degli ultimi 25 anni, fuori controllo tanto nell’economia che nella maleducazione delle masse, perpetrata anche attraverso l’invasione di ogni tipo di media americano, letterario o audiovisivo che sia: i romanzi di Stephen King, la cinematografia di Steven Spielberg, le serie televisive anni Novanta come Beverly Hills 90210, Dawson’s Creek e The O.C. Ovviamente si tratta di cose diversissime e non è intenzione del sottoscritto discutere il valore anche notevole di una singola opera (come può senz’altro essere un romanzo di King) o criticarne lo scempio artistico (una qualsiasi delle serie elencate), ma tracciare un bilancio generale.

E questo ci dice che il dramma del liberalismo di stampo americano non si consuma soltanto nel suo profilo economico, ma anche nelle sue implicazioni culturali, sociali e nazionali. L”invasione, esplosa definitivamente dagli anni Ottanta, ha insegnato a tutti, o quasi, valori spesso contrari al senso della morale e del contegno ma favorevoli al libero sfogo delle proprie comodità, di qualsiasi natura esse siano (nei rapporti interpersonali, nell’idea del successo, nel matrimonio, nella famiglia e nella concezione della vita stessa).

Un nuovo stile di vita, un insieme che, in gergale antisistema, spesso è sintetizzato con “produci, consuma, crepa”. Il tutto in un contesto che, ancora oggi, ha il paradossale coraggio di accusare la Chiesa vaticana di condizionare l’etica dell’Occidente.

(di Stelio Fergola)