La classe operaia del Leicester

 

Ci sono storie che si raccontano ai figli, davanti al camino con un bicchiere di vino; storie che la fanno, la storia; che fanno impallidire film e romanzi. A volte basta un sogno e un pizzico di follia per fare la rivoluzione; qualche volta, ma solo qualche volta, il lavoro e il sudore hanno la meglio sullo strapotere finanziario, sul mondo dell’immagine, dell’apparenza e dell’arroganza.

E poco importa se questo accade nel calcio, perché una favola è pur sempre una favola e niente, men che meno il contesto, può sminuirla. Il Leicester, squadra operaia dell’omonima città, 288 mila anime nelle Midlands Orientali, è campione d’Inghilterra.

Alla guida di questa banda di spostati pazzoidi, il nostro italianissimo mister Claudio Ranieri, 64 anni e nessun trofeo di particolare rilevanza per lui (fatta forse eccezione per la Supercoppa UEFA conquistata a Valencia nel 2004).

È lui lo specchio, l’immagine perfetta della sua squadra, quella di un lavoratore tosto e da sempre sottovalutato, composto, e dedito molto più al lavoro sul campo che alle polemiche e agli show da falso profeta.

Ha fatto appena in tempo a vedere Chelsea-Tottenham, la partita che gli ha consegnato la matematica certezza del successo. Il motivo? Voleva pranzare in Italia con la madre 96enne. Ecco chi è Claudio Ranieri.

Ma la favola dei Foxes va oltre il successo sportivo e assume connotati simbolici in un campionato, quello inglese, già da tempo invaso da miliardari russi e petroldollari, che hanno portato a campagne acquisti faraoniche i rivali della banda di sir Claudio.

Certo, il proprietario del Leicester (nono uomo più ricco del mondo secondo Forbes) non è proprio l’ultimo degli arrivati, ma mai ha concesso alla sua squadra acquisti di grande spessore, anche perché si pensi che solo lo scorso anno avevano chiuso il campionato al quattordicesimo posto, appena sei punti dalla retrocessione.

“Io oso ciò che è umano, chi osa di più non è uomo” aveva avuto modo di scrivere Shakespeare nel Macbeth. Chissà cosa avrebbe pensato allora dell’inumana impresa, raggiunta così, senza rendersene conto, quasi per gioco, dagli outsider d’Inghilterra; chissà se avrebbe stigmatizzato il loro troppo osare, arrivando a sfidare gli dèi, e a batterli.

Siamo chiaramente di fronte a un miracolo, a un qualcosa che avviene una volta su mille, anzi, una su cinquemila, a voler seguire le quotazioni date dai bookmakers a inizio campionato per chi volesse puntare sui Foxes sul trono d’Inghilterra.

Era più probabile, a parere delle agenzie di scommesse, solo per fare un esempio, che Kim Kardashian arrivasse alla Casa Bianca o che camminando per strada vi foste imbattuti in Elvis Presley.

La vittoria del titolo non è stata raggiunta dunque con la forza economica, non siamo di fronte ad un nuovo Manchester City o PSG, ma al trionfo del lavoro, del calciatore operaio, del provincialismo, dei sottovalutati e degli scartati sull’apparenza metropolitana e internazionalista, incensata fino al voltastomaco.

È il trionfo di Jamie Vardy, 29enne, fino a qualche anno fa metalmeccanico nelle fabbriche di Sheffield, e ritrovatosi ora punto di riferimento della squadra campione d’Inghilterra, nonché della nazionale inglese. È il trionfo di una squadra che corre e suda, che lotta in ogni istante, su ogni pallone, “un centimetro alla volta”, per dirla alla Al Pacino.

È la vittoria del calcio vero, quello tosto, quello che si percepisce negli occhi, nella grinta e nelle entrate disperate di chi lotta fino alla morte. When you’re smiling, è il titolo dell’inno del Leicester, ed oggi a ridere non sono più gli scettici che davano la compagine di Ranieri in lotta salvezza, ma sono quei sognatori che hanno voluto credere a una favola.

Perché a volte crederci e avere fame basta a consegnare a una generazione una storia da raccontare; quella di un manipolo di operai, con la follia dei geni, col cuore dei provinciali e con la fame degli snobbati che hanno messo in ginocchio giganti, miliardari e sceicchi vari.

(di Simone De Rosa)