Strage di Odessa, secondo anniversario di un crimine impunito

 

Il 2 maggio 2014 è una data che gran parte del mondo non conosce, una data su cui gran parte dei media hanno chiuso un occhio, o due. Oppure hanno scritto a sproposito. Come chi ha parlato di scontri generici a Odessa tra filorussi e manifestanti filo-Kiev, durante i quali hanno perso la vita 48 persone, senza precisare chi e come fosse stato ucciso.

Altri hanno fatto ancora peggio, arrivando a scrivere che il palazzo dove sono morte decine di manifestanti filorussi sia stato dato alle fiamme dagli stessi attivisti deceduti. Quel giorno, nella piazza Kulikovo Pole – sulla quale si affaccia il Palazzo dei Sindacati-, dove da decine di giorni si erano concentrate le proteste pacifiche dei manifestanti che non hanno accettato il golpe di Kiev e le nuove politiche introdotte nel paese, si sono riversati a centinaia tra ultras ed estremisti nazionalisti distruggendo tutto quanto, costringendo i manifestanti a barricarsi nel Palazzo dei Sindacati.

Una volta rase al suolo e bruciate le tende dei filorussi, sono apparse le molotov ed è stato appiccato il fuoco al palazzo, creando una trappola mortale. Chi tentava di sfuggire all’incendio divampato all’interno dell’edificio, si gettava dalle finestre. A quel punto, come dimostrano diversi video circolanti su youtube, la gente veniva finita a sprangate. Successivamente i referti parleranno anche di intossicazione da gas e ferite da arma da fuoco.

Ufficialmente sono state riconosciute 48 vittime. 200, secondo gli attivisti del Kulikovo Pole, sono invece i feriti. Si dice che siano altrettanti i dispersi, probabilmente morti negli scantinati dello stesso palazzo dove nessuno è mai stato fatto entrare in seguito alla tragedia. Il palazzo infatti, è stato chiuso senza nemmeno dar tempo agli investigatori di fare il loro mestiere. Gli scantinati sono stati cementati e le pareti segnate da colpi di arma da fuoco sono state intonacate a nuovo in fretta e furia, per impedire qualche improbabile indagine più approfondita.

Su questa vicenda, nessuno ha mai voluto far luce fino infondo, partendo dall’ONU, fino alle autorità giudiziarie ucraine. Infatti nessuno degli imputati ritenuti responsabili della morte dei manifestanti filorussi ha mai scontato un solo giorno di carcere, nonostante le prove non mancassero. Sorte differente per i sopravvissuti alla strage, che per ulteriore beffa, sono stati accusati chi di terrorismo, chi di disordini di massa.

Così come nel caso di Yana Ayzenkovich, la cui colpa era solamente quella di dare una mano ad evacuare i feriti dal palazzo in fiamme. Questo aiuto le è costato un’irruzione in casa dei servizi di sicurezza ucraini e quasi 2 anni di galera. E’ evidente la regia di Kiev sui disordini verificatisi quel giorno: i comandi della polizia, così come i pompieri, avevano il preciso ordine di non intervenire, qualsiasi cosa fosse successa. Lo testimoniano le registrazioni delle telefonate ai rispettivi centralini. Una settimana prima della tragedia, Kiev aveva mandato i propri ufficiali a dispiegare ordini sul territorio, così come il personale a pattuglia degli accessi alla città.

Il sentore che sarebbe successo qualcosa era nell’aria, ma nessuno avrebbe immaginato che si sarebbe arrivati a tanto. In quel momento, in diverse città ucraine vi erano manifestazioni di dissenso verso la Junta di Kiev. Le avvisaglie dei primi scontri a Kramatorsk non promettevano bene per il neogoverno di Turchynov a cui serviva mostrare i muscoli ed attuare un’azione dimostrativa verso coloro che si opponevano alla politica del suo governo. Da qui, la scelta di accanirsi su Odessa, città lungo le cui strade, nemmeno un mese prima, erano sfilate oltre 50mila persone con vessilli russi.

Odessa oggi. La città è militarizzata, secondo l’Ukrainska Pravda sono oltre mille i combattenti della Guardia Nazionale in assetto da guerra inviati da Poroshenko a dar manforte al governatore Saakashvili. 300 dei quali sono i famosi soldati del reggimento Azov, formazione estremista impiegata per svolgere i lavori sporchi in guerra. Ma non solo. Il timore è legato appunto al secondo anniversario della strage, ed alla possibilità di manifestazioni in opposizione al regime di Kiev.

La città vive un’occupazione militare che costringe le persone al terrore. Guai ad ostentare dissenso all’attuale stato delle cose nel paese, tanto che anche i parenti delle vittime, per un altro anno non potranno commemorare i propri cari. Ancora brucia il ricordo dell’anno scorso quando le bande di estremisti, in modo indisturbato, hanno assaltato e devastato quell’angolo di piazza dove erano stati portati i fiori, i pensieri e le fotografie in onore dei caduti.

Cosa succederà domani? Difficile a dirsi, ma non si prospetta nulla di buono. L’unica certezza è che le vittime del 2 maggio 2014 sono state nuovamente oltraggiate, continuando a non trovare pace. Queste sono dinamiche interne ucraine con una corresponsabilità dell’occidente. Finché nella civile Europa nessuno prenderà una posizione ferma e decisa sugli scempi perpetrati dai mostri forgiati dalla rivoluzione di Kiev, in Ucraina esisterà sempre chi, respirando una pericolosa percezione di impunità, si sentirà legittimato a compiere qualsiasi azione. Incluso bruciare vive di decine di persone.

Si dice che bisogna imparare dagli errori della storia, e nel corso degli ultimi anni si è sbagliato parecchio. Queste stragi premeditate sono evitabili: occorre solo la volontà di guardare in faccia la realtà, senza ipocrisia.

(di Vittorio Nicola Rangeloni)