Salvini e Trump, differenze e analogie

Il 26 aprile Matteo Salvini ha incontrato Donald Trump alla convention repubblicana in Pennsylvania. Il leader leghista ha avuto un faccia a faccia col front-runner repubblicano per venti minuti scambiando con lui auguri e complimenti. Salvini del resto ha sempre dimostrato, attraverso messaggi sui social o dichiarazioni pubbliche, stima verso Trump, perciò tale incontro non stupisce affatto. Le affinità sono sempre incentrate sui temi portanti del messaggio politico di entrambi: lotta all’immigrazione, al terrorismo e alla criminalità, e va pure detto che tutti e due sono percepiti dai propri detrattori e dai paladini del buon pensiero come xenofobi e populisti, troppo presenti nei media e con uscite caratterizzate dall’uso di toni forti e spesso politicamente scorretti.

Le numerose assonanze, sia sul piano politico che mediatico, non significano però un’identica proposta: entrambi i leaders vanno infatti posti nel contesto in cui agiscono e, analizzandoli con occhio critico si possono constatare le profonde differenze tra l’aspirante presidente americano e “l’altro Matteo”, scorgendo anche alcune falle nei rispettivi programmi. Matteo Salvini ha sempre parlato di difesa del made in Italy e ha proposto una forma di economia vicina al protezionismo, al contrario di Trump, che è fortemente liberista e fedele al modello economico reaganiano.

Le dichiarazioni sull’Islam da combattere in chiave antiterroristica uniscono il pensiero di entrambi ma ne limitano l’azione geopolitica – ne è un esempio l’infelice dichiarazione di Salvini su Assad – ed un’altra differenza importante sta nella concezione di nazione portata da i due: da una parte il tipico nazionalismo repubblicano all’americana, dall’altra un federalismo ancora non ben definito.

L’importanza di questo incontro deve servire anche a porre fine ai vagheggiamenti di quell’ala identitaria che sperava in un fronte nazionale a trazione leghista: la presenza di Matteo Salvini alla convention repubblicana, insieme alla manifestazione di Bologna e al viaggio in Israele, segna definitivamente la fine del flirt tra Salvini e l’area terzaforzista o post-fascista, in favore di una “grande destra” nazionale capace di pescare nel bacino elettorale del fu PdL (o meglio ancora, di AN).

L’incontro con il candidato repubblicano è servito anche come messaggio indiretto agli alleati del Carroccio, in particolare a Silvio Berlusconi, per affermare la leadership leghista nei nuovi equilibri della destra italiana. Il personaggio più accreditato del conservatorismo americano e aspirante presidente, del resto, augura a Matteo Salvini di diventare premier facendolo così salire idealmente nella “gerarchia” del centrodestra italiano al rango di candidato principe.

Il percorso intrapreso da Salvini, rafforzato dall’incontro con Trump, potrebbe quindi consacrarlo a capo indiscusso del centrodestra nostrano ma le incognite restano tante: come influenzerà il progetto del centrodestra salviniano sul rapporto con il maggior alleato della Lega in Europa, ovvero il Front National? Come potrà Salvini affermarsi come leader nazionale se il suo “Noi con Salvini” arranca così tanto da essere soppresso a Roma? Non resta che aspettare.

(di Antonio Pellegrino)