Le incertezze dell’Alleanza Atlantica

 

Fino a quando sono esistiti un blocco occidentale e uno orientale che si fronteggiavano, ovvero due alleanze politico-militari simmetricamente contrapposte, si è riusciti a creare un equilibrio strategico che ha evitato che le crisi ricorrenti nel panorama mondiale non sfociassero in guerra aperta.

Il crollo del muro di Berlino e la dissoluzione dell’Unione Sovietica hanno sancito la fine del contesto bipolare e della contrapposizione delle alleanze nonché l’apertura ad una nuova epoca per la storia mondiale. A questo mutamento epocale la Nato non seppe però reagire.

Da un lato, infatti, lo scomparire dell’unico nemico della sua taglia poneva immediatamente in forse la sua ragion d’essere; dall’altro l’immediata, egoistica e assolutamente scoordinata corsa di tutti i suoi membri a percepire un “dividendo della vittoria” quanto più possibile elevato nella riduzione delle spese militari, finì con l’indebolirla considerevolmente anche nello specifico settore.

Si aggiunsero poi a tutto questo due incapacità americane. La prima riguardava la Russia, che gli Stati Uniti non riuscirono mai a trattare con generosità, rifiutandosi sempre di considerare sincera la sua conversione in senso liberal-democratico e non cessando mai di ritenerne possibile un eventuale ritorno offensivo. Il risultato fu l’attuale corsa americana all’espansione nell’Est europeo mai concordata con Mosca e arrestata poi dall’azione decisa di Putin in Georgia e Ucraina.

La seconda investì invece il rapporto fra America ed Unione europea. Anziché individuare nell’Unione che cresceva un’opportunità da sfruttare, gli Stati Uniti percepirono la comunità europea come un una colonia, impedendole di sviluppare una sua autonoma capacità militare e imponendole vincoli destinati a inchiodarla a un ruolo subordinato.

Non c’è da meravigliarsi che in condizioni del genere e nell’incapacità dell’Alleanza di definire in maniera coerente una nuova missione all’altezza dei suoi mezzi e delle sue ambizioni, la sua importanza politica e militare finisse col diminuire. Si esaltò così il rientro della Francia nell’Alleanza, senza comprendere che se ciò avveniva era soltanto perché Parigi poteva muoversi in autonomia all’interno di un’Alleanza indebolita.

Si accettò che gli Usa reagissero da soli dopo l’11 settembre, nonostante la NATO avesse ufficialmente offerto agli americani la doverosa solidarietà dell’articolo 5. Tutto questo mentre, vertice dopo vertice, l’organizzazione non riusciva a produrre un nuovo concetto strategico che definisse un suo adeguato ruolo per il futuro, ma tutto veniva lasciato ai tentacoli americani che si allungavano nella direzione dei loro interessi.

Ci ritroviamo quindi ora in una situazione completamente assurda, con Washington che continua a guardare a Est mentre è a Sud che si evidenziano i rischi più immediati, gravi e reali. Folle cavalcata nell’oriente europeo che continua ad aggravare – vedasi la recente apertura al Montenegro – la tensione con un partner il cui appoggio sarebbe invece indispensabile in altri scacchieri.

Eppure sappiamo bene quanto sia radicata nell’immaginario collettivo americano l’insensata paura nei confronti della Russia. Cosa fare a questo punto? Beh, se non è questo il momento per pensare a una riforma radicale se non ad un totale smantellamento della NATO che, come detto, dalla caduta del muro di Berlino ha reso l’Europa uno stato satellite americano e ha condizionato i rapporti diplomatici ed economici di quest’ultima con la Russia, trascinando il vecchio continente in un gorgo di guerre, morti e crisi economiche nel nome della “democrazia americana”, allora la domanda può essere una soltanto: quando?

(di Lapo Bilotti)