25 aprile, 28 ottobre e l’imposizione dell’inconsistenza

Quanto sia sentito il 25 aprile presso le masse penso sia evidente anche solo osservando lo spettacolo dei social network: indifferenza totale perfino da chi teoricamente celebra la festa, spesso copincollando status scritti negli anni precedenti o abbandonandosi a volgari ironie alla “Quando c’era LVI” sparse a rigoroso casaccio. Partecipazione alla protesta, tanta, da parte di chi vede una festa simile per quello che è: inconsistente nella storia, lontana dallo stesso significato che dice di comunicare, imposizione di Stato.

L’inconsistenza è un dato rilevato già dalla buonanima di Renzo De Felice, lo storico del Fascismo che si permise di osservare, anni dopo la nascita della Repubblica, come la resistenza non fu affatto un movimento di massa, ma essenzialmente limitato ai pochi dissidenti che erano rimasti contrari al regime, così in difficoltà nell’affrontare le truppe tedesche alle quali si appoggiavano i repubblichini di Salò, da dover chiedere aiuti consistenti agli americani e da riuscire nella loro “impresa” soltanto in virtù dell’azione alleata. Un elemento che, quindi, nulla ha a che fare con la vera capitolazione, tanto della RSI quanto del suo padrone nazista, ma si concreta in uno specchietto per le allodole la cui esistenza è stata del tutto ininfluente.

La lontananza da qualsiasi concetto reale di “liberazione” è evidente, invece, dal risultato che il 25 aprile ha prodotto storicamente. Ossia uno Stato pienamente inserito in un’alleanza occidentale che però ha condotto ad una persistenza dell’elemento militare americano in Italia, fotografata dai numeri meglio di qualsiasi altra cosa: oltre 180 le basi militari americane sul nostro territorio, oltre 15.000 i soldati. Marcello Veneziani oggi, nel suo sito ufficiale, ha avuto come sempre il merito di ribadire la sua ostilità alle celebrazioni, non distaccandosi da una retorica che purtroppo a certi livelli risulta inevitabile, tanto nell’antifascismo genetico (“reputo l’antifascismo una pagina luminosa di dignità e di libertà quando il fascismo era imperante”) che nell’anticomunismo da protocollo (“almeno la metà dei partigiani non volevano restituire la patria alla libertà e alla sovranità popolare ma volevano dare il paese nelle mani del comunismo e di una dittatura internazionale”).

Il tutto si inserisce nel tanto agognato concetto di “pacificazione”. Un’espressione che mi è cara ma che risulta purtroppo inapplicabile finché alcuni dati di fatto vengono ignorati senza alcuna buona fede. Se dopo 70 anni siamo divisi sulla questione, è inequivocabile una sola cosa: che il 25 aprile non sia una festa di tutti. Analizzando in modo più schierato la cosa potrei andare molto oltre (come ho fatto in altre occasioni e come continuerò a fare) ma in questo caso mi limito a registrare il dato di fatto. Che non riguarda solo la divisione sull’opportunità della festa, ma anche l’ossimoro di considerare “liberazione” un evento che ha portato ad avere svariate basi americane in casa e un ministero degli esteri del tutto teorico.

Infine, chiudo con un paragone a fronte alta con le feste dimenticate, quelle che per portata storica è realmente difficile non considerare di stampo nazionale, a maggior prova che la “resistenza” al 25 aprile sia ben superiore alle vulgate internettiane contrarie tanto al 17 marzo che al 4 novembre.

La prima, la festa dell’Unità nazionale volgarmente messa all’angolo in uno Stato che ha deciso di continuare a perseguire qualsiasi concetto patriottico, ha sì i suoi dissidenti, ma non esiste, né probabilmente esisterà mai, una componente identitaria così forte da poterne mettere in discussione il risultato storico: al di là delle polemiche, spesso strumentali, nate negli ultimi 50 anni, è indiscutibile che prima di quel giorno del 1861 nessuno stato italiano preunitario, fatta eccezione per la Serenissima e pochi altri esempi cittadini risalenti al medioevo, avesse mai avuto una classe dirigente propria. Vicereami, viceré, consigli di reggenza di sovrani stranieri, colonizzazioni. Quindi, se mai c’è qualcosa di cui lamentarsi della terrificante Unità d’Italia, è da riferirsi esclusivamente alla neonata classe dirigente italiana, rappresentante in pectore di tutto il Paese, in ogni suo angolo.

L’ostilità al 4 novembre si liquida con poco. E’ stato il primo vero momento di condivisione di massa mai esistito nel Paese. Non ci sarebbe nemmeno da discutere mezzo secondo sul suo carattere totalizzante, capace di completare a tutti gli effetti l’Unità e di sconfiggere lo storico nemico austriaco. Chi dice che gli italiani non combattono le guerre ha senz’altro ragione. Chi dice che non abbiamo vinto quella guerra risente di malafede o di pessimismo diffuso (basti pensare a come la Francia arrivò al tavolo dei vincitori e come ci arrivammo noi, contingenti alla mano). Chi si lamenta delle diserzioni, dia un’occhiata a quelle, punite con la fucilazione istantanea, della “Grande guerra Patriottica” staliniana. Evidentemente gli altri si prendono, giustamente, il meglio della loro esperienza, mettendo da parte, per il bene della Nazione, le inutilissime elucubrazioni mentali che vorrebbero tutti eroici in uno scontro sanguinoso quale può essere quello di un gigantesco conflitto mondiale.

Tornando al 25 aprile, la festa di una fazione spacciata per nazionale, incomparabile alle vere feste unitarie messe all’angolo da un regime di propaganda oppressivo, cosa ne rimane? Poco o nulla.
A voler essere buoni si potrebbe paragonare al 28 ottobre fascista. A voler essere buoni, certo. Perché il 28 ottobre, per lo meno, un consenso seppur superficiale alla fine degli anni Trenta lo possedeva. Il 25 aprile non godrà mai nemmeno di questo effimero risultato.

(di Stelio Fergola)