Il Jihad e la guerra asimmetrica

Se pensassimo ai grandi stravolgimenti scientifici e sociali del ventesimo secolo, ci accorgeremmo subito che essi hanno contribuito, nel tempo, anche a modificare i metodi con cui si combattono le nuove guerre, totalmente cambiate nel giro di pochi decenni.

Dal punto di vista militare, la seconda guerra in Cecenia è stata la prima vera guerra asimmetrica del nuovo millennio (prima delle spedizioni americane in Afghanistan e Iraq). Come nei due casi verificatisi in seguito, sconfitti gli eserciti regolari, gli agguati e le azioni terroristiche sono stati gli unici metodi con cui i guerriglieri sono riusciti a contrastare armate decisamente più forti e meglio equipaggiate.

Un elemento di novità, inoltre, è l’infiltrazione di gruppi non governativi, spesso legati ad associazioni transnazionali a vocazione universalistica (basti pensare ad Al Qaeda), in situazioni di crisi in cui già si presentano i presupposti per una rivendicazione di autonomia.

La guerra asimmetrica si consuma non tra due entità omogenee (per esempio fra Stati o fra fazioni entro una guerra civile) ma tra un attore pienamente riconosciuto a livello internazionale e gruppi di guerriglia armati che non sono invece soggetti di alcun sistema giuridico; è evidente così come si crei un dislivello tra le entità tra le quali si svolge il conflitto: una delle due parti è destinataria di norme che non sono imputabili all’altra.

Il significato di “nemico” pertanto non si può più spiegare come si è fatto fino alla prima metà del secolo scorso, cioè “l’insieme di uomini che combatte e (…) che si contrappone ad un altro raggruppamento umano dello stesso genere” (Carl Schmitt) ma diviene un concetto più articolato e confuso in quanto non corrisponde più ad una polarizzazione originaria che prende corpo entro un ambito circoscritto ed in base ad un unico criterio decisivo, ad esempio Stato contro Stato, gruppo contro gruppo o classe contro classe.

Oltre allo sbilanciamento riguardante il tipo di soggettività delle parti in lotta, vi è l’introduzione, da parte dello schieramento anomalo, di tecniche di combattimento in precedenza mai utilizzate, neanche qualificabili come militari, ad esempio il sequestro di centinaia di persone o gli attentati sui civili. In Cecenia, tra l’altro, vi è una netta differenza tra coloro che combattono con fini patriottici utilizzando metodi già sperimentati di resistenza armata e coloro che combattono per il Jihad internazionale, che invece sono molto meno tradizionalisti.

Se esaminiamo quindi il caso ceceno, da una parte Maschadov, ex Presidente della Repubblica Cecena morto nel marzo del 2005, e i suoi uomini, che lottano per scopi nazionalistici, pur ricorrendo alla guerriglia, sono riconducibili agli schemi classici della guerra, d’altra parte la fazione di Basaev, leader indiscusso dell’ala wahhabita cecena, morto in Inguscezia nel 2006, e i gruppi facenti capo al terrorismo islamico sfruttano l’assenza di vincoli internazionali per colpire duramente anche la popolazione del paese avversario e per far perdere di credibilità il governo nemico che non riesce a fermare queste incursioni neanche sul proprio territorio.

Sembra quindi che, con l’inizio del 2000, la guerra tradizionale sia del tutto scomparsa e abbia lasciato posto a questo tipo di combattimento caratterizzato dall’assenza di regole vere e proprie, in cui piccoli commando armati possono colpire anche il cuore di superpotenze quali la Russia e gli Stati Uniti. La guerra asimmetrica porta i grandi eserciti a vincere il conflitto in poco tempo ma, in seguito, a perdere la pace e a non riuscire a pacificare le aree “conquistate”, né a gestire gli attacchi improvvisi da parte degli oppositori.

L’evoluzione delle tattiche e degli armamenti dei paesi sviluppati dovrà essere quindi improntata ad un combattimento sempre meno tradizionale, in cui le azioni di singoli uomini potrebbero fare la differenza. Le nuove guerre non si potranno più definire concluse con l’occupazione della capitale del Paese invaso (come avveniva un tempo) ma saranno destinate a continuare anche dopo la sconfitta degli eserciti regolari nemici.

Tuttavia ci sarebbe anche da sottolineare come, con la formazione dello Stato islamico (IS), i gruppi terroristici abbiano dato inizio ad una nuova ed ulteriore fase di trasformazione del conflitto creando una base territoriale al Jihad internazionale, pur continuando ad agire al di fuori del contesto mediorientale tramite cellule votate al martirio. Questa stabilizzazione sul territorio ha però comportato vantaggi e svantaggi per i jihadisti, perché se è vero che attualmente possono sfruttare le risorse energetiche che i territori conquistati possiedono, è anche vero che così facendo il modo di portare avanti la guerra contro gli “infedeli” torna dentro degli schemi più tradizionali, dove le potenze “occidentali” sono decisamente avvantaggiate.

Se un’organizzazione come Al Qaeda non aveva un vero e proprio centro di comando stabilitosi in un determinato territorio, rimanendo quindi molto difficile da contrastare, lo Stato Islamico, pur continuando a mantenere una rete internazionale di commandos che agiscono per conto proprio, ha invece dei centri di potere facilmente individuabili e facili da colpire (a patto che ci sia la volontà di colpirli ma questo, lo sappiamo, è un altro discorso).

La domanda che ci si pone per il futuro diventa quindi di fondamentale importanza: l’imprevedibilità degli attacchi terroristici andrà col tempo scemando, trasformando anche queste organizzazioni criminali in entità “statali”, oppure è solo un’altra pericolosissima evoluzione della guerra asimmetrica?

(di Marco Montanari)