“Jatzenjuk si è arreso- il progetto «Majdan» è entrato in fase di liquidazione”, Jurij Barančik in esclusiva per OL

Finalmente si è conclusa la crisi politica ucraina, acuitasi a partire dal 20 febbraio scorso a causa del voto di sfiducia dei deputati della Rada ai danni del governo Jatzenjuk. Nonostante tale voto, i deputati non erano stati in grado di costringere Jatzenjuk a dare le dimissioni.

Lo stallo che ne è conseguito ha tenuto il mondo politico ucraino sospeso in una sorta di limbo di buone intenzioni per circa un mese un mezzo. Abbiamo già parlato di questa situazione nell’articolo «Finale olandese per i nazisti ucraini: Olanda-Ucraina: 5-0».

Ma, ripetiamo, tale crisi si è finalmente conclusa. Jatzenjuk ha gettato la spugna e si è dimesso. Alcuni esperti ucraini credono che sia la fine della «turbolenza». In realtà, le dimissioni di Jatzenjuk sono solo l’inizio dell’agonia del regime di Kiev.

Le ragioni delle dimissioni di Jatzenjuk sono sia oggettive che soggettive. Le ragioni oggettive. Nel 2016 l’Ucraina ha perso definitivamente la propria sovranità statale, trovandosi completamente dipendente dai finanziamenti esteri. Ma i finanziamenti esteri sono stati bloccati nel terzo semestre del 2015, per cui il potere di Kiev è rimasto assolutamente senza risorse economico-finanziarie.

Сome scrive Rostislav Iščenko: «Uno Stato privo di economia non possiede nemmeno uno spazio economico per il cui sviluppo possa realmente agire un’infrastruttura politica. Se il potere centrale ha un sufficiente supporto finanziario, può assicurarsi la fedeltà delle élite regionali sulla base dei mezzi ottenuti dai prestiti esteri: in altre parole, è ancora in grado, banalmente, di corromperle.

Ma se tale potere non ha né una base economica, né una reale liquidità finanziaria, diventa per le élite regionali non solo inutile. Diventa un peso. Poiché non solo bisogna mantenerlo economicamente, bisogna anche tollerarne il diritto ai beni statali erogati alle regioni ed il predominio nello stabilire le regole dei giochi, che fissa soprattutto per un suo utile.

Tuttavia, imponendo il proprio utile non su una base economico-finanziaria, ma esclusivamente militare, tale potere cessa di essere agli occhi delle realtà regionali un denominatore di interessi nazionali».

Le ragioni soggettive. In questo gruppo rientrano, in tutta la loro complessità, i rapporti tra le principali figure dell’élite politica e finanziaria dell’Ucraina post-Majdan. Tali rapporti hanno fatto sì che i clan oligarchici ucraini, fidatisi inizialmente delle promesse statunitensi, perdessero in maniera significativa il controllo del Paese nell’illusione di essere divenuti ormai “di famiglia” in Europa.

Ma presto gli oligarchi hanno compreso di essere semplicemente un gregge destinato ad essere divorato da belve finanziarie molto più fameliche, ed hanno adottato una nuova strategia nei giochi di potere per ristabilire lo status-quo. Jatzenjuk li ha aiutati nel limiti del possibile nella logica della sua lotta personale contro Porošenko, senza capire di tagliare in tal maniera il ramo su cui era seduto.

Un ruolo decisivo è stato svolto anche dall’accordo sull’Ucraina raggiunto tra Russia ed USA. In base a tale accordo, alla fine di marzo gli USA hanno mutato la propria posizione riguardo alle dimissioni di Jatzenjuk, assumendo un’ottica diametralmente opposta a quella precedente.

Se dal dicembre 2015 al febbraio 2016 Washington ha vincolato le condizioni per un ulteriore credito del FMI alla sopravvivenza del governo Jatzenjuk, per il cui sostegno il vice-presidente statunitense Biden si è recato più volte a Kiev, alla fine di marzo gli USA hanno inaspettatamente annunciato che il FMI avrebbe concesso un nuovo credito solo dopo la caduta del governo ucraino.

Le dimissioni di Jatzenjuk, in sostanza, avviano la seconda e, quasi certamente, ultima fase del Post-Majdan ucraino. Vale a dire, la fase «liquidazione»: le dimissioni di Jatzenjuk infatti non indicano solo l’uscita di scena di questo politico e dei suoi ministri, ma anche una profonda trasformazione di tutto il sistema politico ucraino, poiché le conseguenze dell’«affaire Jatzenjuk» non sono affatto terminate.

«L’intera struttura della politica ucraina che si è venuta a formare negli ultimi due anni è stata gravemente scossa. Gli scopi si sono rivelati irrealizzabili, i mezzi inadeguati, i capi politici menzogneri e poco professionali, i partner stranieri hanno mostrato una natura traditrice. La comunità del Majdan è sotto shock. L’orientamento è perso.

Ci si chiede ormai chi sia colpevole del fallimento nella mancata realizzazione dei cosiddetti valori europei e che cosa si debba fare di questi colpevoli. Si sentono timide voci che propongono la messa in stato di accusa dell’intera classe politica, l’ennesima ‘ljustracija‘ ai danni di chi, ancora un anno fa, si faceva pregio di questi spicci e sbrigativi metodi anti-corruzione.

Si sentono timide voci che propongono un rinnovamento dell’élite politica e persino la creazione di una ‘nuova repubblica’ con una classe politica completamente differente» osserva ancora Rostislav Iščenko.

La liquidazione del progetto «Majdan» può avvenire con uno scenario dolce oppure uno conflittuale. Nel primo caso la Rada si rivela nonostante tutto in grado di formare una nuova coalizione, che a sua volta forma un nuovo governo, guidato da Grojsman.

Nel secondo caso, che può essere determinato dalla posizione di J. Timošenko e, ad esempio, dall’«Opposicionnyj Blok», la Rada non riesce a formare una coalizione e, quindi, a formare un nuovo governo. Si presenta dunque la necessità di nuove elezioni parlamentari, a cui si stanno preparando principalmente Ljaško, Timošenko e gli ex esponenti del Partito delle Regioni, a giudicare dai sondaggi condotti.

Dopo le elezioni, che avranno quasi certamente luogo a metà estate, nel Parlamento ucraino verrà a crearsi una nuova configurazione di forze politiche, alla cui guida si troveranno gli ex Regionali, i radicali di Ljaško e il partito della Timošenko, con integrazioni poco significative da parte di «Samopomič» e del «Blok Porošenko».

La nuova coalizione (molto probabilmente, l’«Opposicionnyj Blok» e la Timošenko) sarà estremamente differente da quella che risultò vincitrice dopo il Majdan e prese il controllo di tutte le istituzioni politiche fondamentali del Paese (la presidenza, il parlamento e il governo). La nuova coalizione rifletterà in maniera molto più sensibile lo stato attuale delle reali preferenze popolari.

È perfettamente possibile supporre che il nuovo Parlamento sia in grado di dare risposte più adeguate ai problemi che stanno affliggendo il Paese ed attui serie misure per decentralizzare le sfere di potere effettivo, nonché avviare una reale federalizzazione.

A tal riguardo non sono d’accordo con Michail Onufrienko, secondo cui la federalizzazione dell’Ucraina risponde agli interessi degli USA: «In questo caso (caso che risponde in primo luogo agli interessi statunitensi) l’Ucraina continentale viene frammentata in uno stato nominalmente federale.

La vera causa di questa misura non è il Donbass, ma le innegabili tendenze separatiste della Transcarpazia e della Galizia, che verranno inglobate rispettivamente dall’Ungheria e da uno Stato ad orientamento chiaramente russofobo e neonazista sotto il diretto controllo statunitense (dovrebbero far parte di quest’ultimo stato le regioni di L’vov, Ivano-Frankovsk e Ternopol’)».

Lo scenario delineato da Onufrienko è, infatti, pessimo proprio per chi voglia mantenere l’Ucraina nel suo attuale aspetto russofobo. Mentre la federalizzazione del Paese e/o il conseguente inglobamento di una sua gran parte nello Stato russo (non è economicamente logico per la Russia mantenere uno stato russo esterno, sarebbe molto più pratico inglobarlo nella sua struttura, come è già accaduto in passato) corrispondono completamente agli interessi della Russia, non degli USA.

Per quanto invece riguarda «uno stato ad orientamento chiaramente russofobo e neonazista sotto il diretto controllo statunitense (le regioni di L’vov, Ivano-Frankovsk e Ternopol’)», state tranquilli… La coscienza imperiale polacca non è ancora scomparsa del tutto. E questa sarebbe la variante migliore: è molto più logico eliminare i seguaci di Bandera con boia europei.

Se lo fa la Russia, non ci sarà fine allo sdegno umanitario, mentre se sono i polacchi a farlo, nessuno dirà nulla: hanno il marchio EU™. Per quanto riguarda come i polacchi faranno fuori il cavernicolo nazionalismo ucraino… Beh, si sa come lo faranno. E sarebbe crudele privarli di questo divertimento.

Nonostante questo, non bisogna dimenticare i rischi di uno scenario conflittuale. In Ucraina ci sono ancora decine di migliaia di sostenitori fanatici ed attivi del Majdan che sono stati lasciati a se stessi. Gli sponsor occidentali hanno ridotto la visibilità delle loro “piazzate” a Kiev. È vero. Ma non vuol dire nulla. Se l’Occidente perde la sua influenza sul Parlamento e sul Governo, non vuol dire nulla.

Per cui il problema fondamentale delle nuove prospettive politiche ucraine è lo stesso: il sistema sarà in grado di sostenere le drammatiche pressioni interne oppure no?

Ritornando alle dimissioni di Jatzenjuk, bisogna sottolineare anche il seguente fatto: nella storia venticinquennale dell’Ucraina «indipendente», Jatzenjuk è stato il ventitreesimo presidente del consiglio. È possibile che questa settimana compaia il ventiquattresimo. In altri termini, i primi ministri ucraini hanno resistito nella loro poltrona non più di un anno! Il che non può non riflettersi sul problema della stabilità politica e non può non riflettere la qualità del «processo politico» in Ucraina.

Come osserva Aleksej Puškov, Presidente del Comitato Parlamentare Russo per gli Affari Esteri, «il primo ministro dimissionario ucraino Arsenij Jatzenjuk verrà ricordato dalla gente del suo paese come un ‘fallimento’. A causa della sua posizione dichiaratamente russofoba, l’Ucraina ha troncato praticamente ogni rapporto economico con la Russia, senza però compensare quest’azione con un incremento dei contatti finanziari con l’Occidente né incoraggiare una politica concreta di investimenti da parte di quest’ultimo.

Come conseguenza, abbiamo avuto una disfatta su tutti i fronti. Per questo ogni primo ministro ucraino che venga al posto di Jatzenjuk sarà costretto a trovare un nuovo equilibrio e a revisionare il concetto di ostilità verso la Russia a tutti i costi. Se al contrario abbraccerà la stessa strategia politica di Jatzenjuk, lo attende la stessa sorte».

Credo sia un approccio giusto, dato soprattutto l’effettivo fallimento economico e politico che hanno subito su tutti i fronti i rappresentanti del Majdan dopo aver occupato i centri nevralgici del potere. L’Ucraina deve fare marcia indietro. Quest’anno sarà decisivo per capire se l’Ucraina riuscirà a gestire questa mossa necessaria oppure ne verrà definitivamente frammentata.

(di Jurij Barančik, traduzione in esclusiva di Claudio Napoli)