L’Egitto di Al-Sisi: contributo nella querelle giornalistica

 

Per uno sguardo retrospettivo sulla situazione egiziana post-Mubarak, pubblichiamo una rassegna di voci non conformi alla strategia di narrazione delineata nel precedente articolo, suggerendo al contempo una linea di lettura alternativa a quella promossa dalla stampa generalista occidentale e dai think tank atlantisti.

“Il leader salafita Hazem Salah Abou-Ismail domenica ha riferito che il contatto che il senatore degli Stati Uniti John Kerry ha avuto sabato con la Fratellanza Musulmana sottolinea la forza islamista. Kerry, capo del comitato statunitense per le relazioni straniere, ha fatto visita al Partito Libertà e Giustizia della Fratellanza poche ore dopo essersi incontrato con il governante de facto dell’Egitto, Mohamed Hussein Tantawi. «l contatto dell’amministrazione Americana con gli islamisti è un segno di vittoria per noi», ha detto ai repoters Abou-Ismail, che intende correre nelle prossime elezioni presidenziali del giugno 2012”.

H. Maher, “Kerry’s visit to Islamists is a sign of our strength: Salafist leader”, Ahram Online, 11 dicembre 2011.

“Il 30 agosto 2012, Robert D. Hormats, sottosegretario di Stato americano per gli affari economici, scrisse a Jake Sullivan, poi direttore esecutivo dello staff di Hillary Clinton, per aggiornarlo su un incontro che lui tenne con il Consigliere Deputato Supremo della Fratellanza Musulmana Khairat al-Shater. […] Hormats scrisse: «Anne Patterson [amasciatrice statunitense presso Il Cairo], Bill Taylor ed io ci incontrammo con la Suprema Guida deputato della Fratellanza Musulmana Khairat al-Shater. Lui discusse a lungo dei princìpi di sviluppo economico basati su 100 ampi progetti infrastrutturali (oltre un miliardo di dollari ciascuno) come parte del ‘Piano Nadah’ di Morsi [il piano di Rinascita]; dei modi di cooperare con gli Stati Uniti per ottenere supporto per questi progetti e per piccole medie imprese; e della sua speranza di un accordo col FMI e di accresciuti investimenti diretti stranieri dagli Stati Uniti, dall’Occidente e dal mondo arabo.

Lui riferì che fu una priorità per le GOE [Government-Owned Entity, imprese pubbliche] costruire un vero sistema democratico basato sui diritti umani e il governo della legge». […] L’incontro che Hornats descrive nella mail ebbe luogo mentre gli Stati Uniti stavano negoziando un pacchetto di aiuti per aiutare a ridurre la crisi del debito egiziano nel mezzo delle preoccupazioni di avvocati statunitensi per il finanziamento alla Fratellanza Musulmana”.

A. Klein, “Hillary Emails: State Discussed ‘Cooperating,’ ‘Increased Investment’ With Egypt’s Muslim Brotherhood Government”, Breitbart News Network, 28 febbraio 2016) – UNCLASSIFIED U.S. Department of State Case No. F-2014-20439 Doc No. C05792113 Date: 02/26/2016”, WikiLeaks.

“La repulsione degli occidentali per i governi militari non è condivisa dagli egiziani, l’unico popolo al mondo ad essere stato governato esclusivamente dai militari – con l’eccezione dell’anno di Morsi – per oltre 3000 anni. […] Per le classi medie, Morsi non è mai stato eletto democraticamente. La maggior parte dei seggi elettorali erano stati occupati militarmente dai Fratelli Musulmani e il 65% degli elettori si sono astenuti. Questa farsa è stata coperta dagli osservatori internazionali inviati dagli Stati Uniti e dall’Unione europea che sostenevano la Fratellanza. A novembre, il presidente Morsi ha abrogato la separazione dei poteri, vietando ai tribunali di contestare le sue decisioni. Poi ha sciolto la Corte Suprema e ha revocato il procuratore generale. Ha abrogato la Costituzione e ne ha fatto redigere una nuova da una commissione da lui nominata, prima di fare adottare questa legge fondamentale in un referendum boicottato dal 66% dei votanti.

Per l’esercito, Morsi ha annunciato la sua intenzione di privatizzare il Canale di Suez, simbolo dell’indipendenza economica e politica del paese, e di venderlo ai suoi amici del Qatar. Ha iniziato la vendita dei terreni pubblici nel Sinai a personalità di Hamas affinché trasferissero in Egitto i lavoratori di Gaza e permettessero così a Israele di finirla con la sua “questione palestinese”. Soprattutto, ha fatto appello a entrare in guerra contro la Siria, avamposto storico dell’Egitto nel Levante. Così facendo, ha messo in pericolo la sicurezza nazionale, che gli spettava proteggere. […] il presidente Morsi ha riabilitato i killer del suo predecessore Anwar Sadat e li ha rilasciati. Ha inoltre nominato governatore di Luxor il numero due del commando che proprio lì vi aveva massacrato 62 persone, per lo più turisti, nel 1997. Inoltre, durante il semplice appello a dimostrare lanciato dai Fratelli affinché si riportasse in carica il “loro” presidente, essi si sono vendicati bruciando 82 chiese copte”.

T. Meyssan, “Il pubblico occidentale spaventato dal generale Al-Sissi”, Rete Voltaire, 26 agosto 2013 (trad. it. di M. Yagi);

“Mursi ha dirottato la Rivoluzione Egiziana, qualunque fosse la natura iniziale di tale rivoluzione, e guidato il solo partito, cioè i Fratelli Musulmani, che fosse organizzato abbastanza per tenere una campagna elettorale. Il suo regno di un anno è stato sagomato da decisioni e decreti che stavano trasformando velocemente l’Egitto in uno stato teocratico. C’erano perfino discussioni sulla necessità o meno di spianare le Piramidi e la Sfinge. È inutile dire che ha permesso agli islamisti fanatici di attaccare ed uccidere i Copti Cristiani fin dentro i loro luoghi di culto […] Ci sono adesso alcuni rapporti non confermati secondo cui Sisi ha deciso di mandare delle truppe in aiuto ai Sauditi che combattono gli Houthi, ma perfino se fosse vero, potrebbe mandare giusto una unità militare di rappresentanza visto che ha rifiutato finora di partecipare all’offensiva saudita contro lo Yemen nonostante le forti pressioni saudite e la minaccia di tagli agli aiuti economici”.

“Il Saker intervista Ghassan Kadi”, 17 settembre 2015.

“Il facile gioco messo in atto dai cosiddetti “spiriti democratici” occidentali è pertanto intellettualmente irricevibile. […] 33 milioni di egiziani scesero dopo un anno per strada per chiedere la destituzione di Morsi (dopo aver raccolto, con 15 milioni di firme convalidate, circa 2 milioni di voci in più di quelle che gli assicurarono la vittoria elettorale): evento unico nella sua portata nell’intera storia mondiale e poi rubricato come “golpe” dalla quasi totalità dei media internazionali, invece che essere più responsabilmente e correttamente chiamato, se non proprio “impeachment”, “destituzione popolare” o, se vogliamo tirare in ballo l’esercito, “militar-popolare”.

M. Alloni, “Egitto: che fare?”, Associazione Marx XXI, 3 marzo 2016.

“Il Qatar aveva dato alla Fratellanza egiziana di Morsi qualcosa come 8 miliardi di dollari e il leader spirituale dei Fratelli musulmani, Yusuf al-Qaradawi, ha vissuto a Doha per decenni, usandolo come base per proiettare i suoi spesso controversi sermoni. […] Morsi, in Egitto, poco prima della caduta, ha invocato la Jihad per rovesciare Assad. La domanda cruciale, ora, sarà la risposta di Obama al collasso della ‘Primavera araba’ di Washington. La ‘Primavera araba’ di ieri è appena diventata l’incubo dell’inverno siberiano di Washington”.

F. W. Engdahl, “La strategia islamista di Washington in crisi con Morsi rovesciato”, Rete Voltaire, 8 luglio 2013 (trad. it. di A. Lattanzio).

“Prendendo in esame il caso egiziano, va sottolineato che Mubarak stava intraprendendo iniziative distensive nei confronti dell’Iran ed era tentennante riguardo all’accettare o meno i finanziamenti e le regole del Fondo Monetario Internazionale, di cui si era cominciato a dibattere per via della disastrosa condizione economica in cui stava versando il Paese. Washington aveva allora cominciato a prendere alcune contromisure, individuando proprio nei Fratelli Musulmani guidati dal cittadino egiziano-statunitense Mohamed Morsi gli interlocutori giusti e nella Turchia di Recep Tayyp Erdogan e nel Qatar (che ospita la sede centrale del Central Command e il Combined Air Operations Center degli Stati Uniti) dell’Emiro Hamad bin Khalifa al-Thani i loro sponsor ideali.

Venne così attivato un massiccio fiume sotterraneo di denaro che portò nelle casse dell’Ikwan ben 10 miliardi di dollari forniti da Ankara e Doha. Con questi lauti finanziamenti la Fratellanza Musulmana riuscì inizialmente ad acquisire un crescente peso politico all’interno del Paese, e successivamente a “mettere il cappello” sulla rivoluzione, dopo che i militari ebbero deciso di appoggiare i rivoltosi deponendo Hosni Mubarak. […]

Morsi e i suoi seguaci hanno preteso di trasformare un Paese come l’Egitto, cioè una nazione giovane, popolosa (85 milioni di persone), controllata da un esercito molto potente ed economicamente basata sul turismo, in uno Stato islamizzato dominato da estremisti religiosi succubi dei petro-dollari del Qatar. Non deve pertanto stupire che il settore terziario sia crollato per effetto del crollo del turismo, la disoccupazione sia aumentata del 30%, i prezzi sono cresciuti del 40%, la lira egiziana si sia svalutata della metà e le riserve di valuta pregiata siano quasi esaurite. L’Egitto necessitava quindi di finanziamenti dall’estero per rimanere a galla, e Morsi puntava proprio ad ottenere denaro dal Fondo Monetario Internazionale, nonostante i suoi “programmi di aggiustamento strutturale” abbiano prodotto disastri economici in tutte le aree del pianeta”;

G. Gabellini, “L’Egitto al centro della grande scacchiera”, Eurasia. Rivista di studi geopolitici, 21 agosto 2013.

“Un fratello presidente, un altro primo ministro, un altro ancora suo vice. Se i militari non avessero chiuso il Parlamento, un quarto esponente dei Fratelli musulmani ne sarebbe stato il capo. Non era esattamente questa sistematica occupazione del potere che gli islamisti avevano promesso agli egiziani. […] Non è la prima volta che i Fratelli musulmani non mantengono le promesse. Nel Parlamento, poi chiuso poco più di un mese fa dalla Corte costituzionale, avevano promesso di formare una commissione costituzionale equilibrata, e non lo hanno fatto. Avevano anche annunciato di non candidare nessuno alle presidenziali: prima Shater, costretto a ritirarsi, e poi Morsi lo sono stati. Ora è venuta meno anche la promessa di un governo più ampio”.

U. Tramballi, “In Egitto i Fratelli musulmani fanno il pieno di poltrone”, Il Sole 24 Ore, 26 luglio 2012.

“Da quando il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi ha preso l’incarico l’8 giugno 2014, le relazioni egiziano-statunitensi si sono deteriorate. Ciò è stato ulteriormente confermato dal fatto che al-Sisi non ha ancora fatto visita a Washington nonostante le visite che ha effettuato all’estero […] Una delle più importanti questioni che può ostacolare il ritorno delle relazioni egiziano-statunitensi al loro precedente stato è la forte relazione tra Cairo e Mosca; fino ad oggi al-Sisi ha incontrato il suo omologo russo Vladimir Putin quattro volte, e l’Egitto è attualmente considerato il più importante alleato di Mosca nel Medio Oriente. […] La leadership egiziana sta cercando di diversificare le sue relazioni straniere. Ha ricorso al blocco orientale guidato dalla Russia, così come all’Est asiatico rappresentato da Cina e Singapore”.

M. Saied, “Why hasn’t Sisi visited Washington yet?”, Al-Monitor, 8 ottobre 2015.

“La Cina propone agli Stati del Medio Oriente di partecipare alla costruzione della «nuova via della seta» per poter crescere e liberarsi dal colonialismo occidentale. […] Giunto in Egitto, Xi ha incontrato il suo omologo, il generale Abd al-Fattah al-Sisi, presidente della repubblica egiziana, e i due hanno fatto il bilancio della costruzione del raddoppiamento del Canale di Suez. L’anno scorso gli occidentali si erano stupiti per questo sforzo faraonico del Cairo mentre l’Egitto non era nemmeno in grado di nutrire il suo popolo e sopravviveva solo grazie agli aiuti finanziari sauditi. Pare ormai chiaro che questo progetto, del tutto privo di senso in termini di commercio mondiale attuale, si inserisce in quello a medio termine della Cina.

Una grande area industriale è stata aperta presso la foce del Canale, a 120 chilometri dal Cairo. Sono previsti investimenti senza precedenti che consentiranno di dare lavoro a 40.000 egiziani. Già ora, i cinesi hanno talmente investito nelle cave che la pietra è diventata l’asse degli scambi commerciali tra i due Stati. Inoltre, la Cina partecipa alla costruzione di una nuova capitale egiziana. Il Cairo, che al tempo di Nasser era la principale potenza araba, è stato gradualmente cancellato dalla scena internazionale. Ora la vittoria del presidente al-Sisi sui Fratelli Musulmani e la relativa stabilità del paese gli permettono di pensare nuovamente di riavere quel ruolo. La scoperta italiana di notevoli riserve di petrolio gli garantiscono di risolvere rapidamente i suoi problemi economici e già gli permettono di contrarre prestiti sui mercati internazionali”.

T. Meyssan, “La Cina si schiera nel Medio Oriente”, Rete Voltaire, 26 gennaio 2016 (trad. it. di M. E. Piano).

“Rispetto all’Egitto, il breve periodo di tempo al potere della Fratellanza Musulmana – che fu applaudito dai governi occidentali e da istituzioni capitalistiche predatorie come il FMI e la Banca Mondiale – creò le condizioni che aiutarono alla fuoriuscita di terroristi regionali come Daesh (ISIS), e all’associata violenza e destabilizzazione dell’area. Questo si aggiunge ai costi economici esponenziali e alla perdita di infrastrutture scaturita dalle rivolte della Primavera Araba e dai conflitti correlati. Lo stesso è vero per alcuni Paesi vicini che videro gli islamisti salire al potere”.

G. Chehade, “Egypt: Five Years After the ‘Arab Spring’”, Global Research, 27 gennaio 2016.

“Di fronte alle massime autorità religiose dell’università di Al Azhar, che è il centro più importante del pensiero teologico musulmano, il presidente egiziano si è esposto in un discorso che, per contenuto e peso politico, non ha precedenti nel mondo islamico, un discorso in cui ha esortato gli Iman a interpretare la parola del Profeta non con criteri immutabili, ma in coerenza con le necessità dei tempi e le esigenze di una pacifica convivenza di tutta l’umanità. «È inconcepibile che il pensiero che noi riteniamo più sacro abbia come conseguenza che l’intero mondo islamico sia fonte di pericoli, assassinii e distruzioni in tutto il mondo».

Queste parole, se seguite da una coerente azione, sono di per se stesse una rivoluzione, ma Al-Sisi ha proseguito ricordando a tutti i presenti che «questo pensiero (pensiero e non religione) che abbiamo sacralizzato in questi anni sta antagonizzando l’intero mondo» mentre è inconcepibile che «un miliardo e seicento milioni di musulmani vogliano uccidere gli altri sette miliardi di abitanti della terra» .

Sarà certo un processo lungo, che dovrà impegnare risorse economiche ancora più di quelle militari e, soprattutto, obbligherà a trattare anche con leader fino ad ora considerati intrattabili. È’ infatti evidente che, se vogliamo iniziare un processo di pacificazione solido e duraturo, esso non può che fondarsi sulla cooperazione con le strutture statuali dei grandi Paesi islamici. Al-Sisi ci ha detto che vuole provarci in Egitto”.

R. Prodi, “Islam e Occidente, lo strappo dell’Egitto può pacificare il mondo”, Il Messaggero, 15 gennaio 2015. 

“Io scrivo per chiederti di rendere reale la rivoluzione del 30 giugno […] Il governo della Fratellanza ha trascurato l’economia egiziana, conducendo ad una maggiore povertà e sofferenza. Fallì nel provvedere la sicurezza di persone innocenti, destabilizzando il progresso dell’Egitto. Ciò che fece infuriare la maggior parte degli egiziani e li spinse alla rivolta contro questo regime fascista e traditore fu l’abbandono del Sinai, il supporto dato dall’Occidente, e la calunnia all’immagine dell’Egitto.

Ho ascoltato coloro che discutono del ruolo dei militari sostenendo che sessant’anni di potere è abbastanza per l’esercito. Ti chiederei di non prestare attenzione a queste persone. Sono prevenute. Come professore di scienze politiche, faccio appello affinché tu faccia un passo avanti e prenda la responsabilità del destino che è tua, senza prestare attenzione alle critiche maliziose che puoi ricevere. Questa è una chance storica che non si può ripetere spesso. Non farai questa scelta da solo, nella misura in cui il popolo avrà l’ultima parola. Colonnello Generale, possa Dio darti forza per il bene del nostro amato Egitto”.

Hoda Abd el-Nasser, figlia di Gamal Abd el-Nasser, “Lettera aperta al Colonnello Generale Abd al-Fattah al-Sisi”, Egypt Independent, 7 agosto 2013.

(di Davide Ragnolini)